(foto: Getty Images)

La next big thing, la chiave per un altro mondo, anzi, un altro mondo tout court, dove ogni cosa è possibile e il concetto di confine è velleitario. O forse un bluff, una delle tante bolle digitali scomparse come fossero di sapone, qualcosa che fra cinque anni non ricorderà più nessuno: difficile predire cosa diventerà la realtà virtuale. Di certo c’è che già oggi la Vr è una frontiera scientifica, filosofica e tecnologica ripescata attraverso i videogiochi dalle più sfrenate fantasie del secolo scorso, quelle che dal cinema esperienza teorizzato da Morton Heiling trovarono forma nel primo visore di Ivan Sutherland. Fu Sutherland, nel ’68, a costruire un apparecchio indossabile così pesante da dover essere appeso al soffitto – lo si chiamò, non a caso, “la spada di Damocle“. Poi arrivò lui, per tutti il vero “padre della virtual reality“, colui che ne coniò anche il nome nel 1989: Jaron Lanier.

60 anni il prossimo maggio, compositore, informatico e saggista, orfano di madre piuttosto presto – Lilian, giovane e bellissima promessa del pianoforte scampata ai campi di concentramento nazisti morì in un incidente d’auto un’ora dopo aver preso la patente –, Lanier venne allevato dal padre insegnante, Ellery, fra il Messico e gli Stati Uniti dentro case geodediche, allevamenti di capre, testi sacri di Stewart Brand e un’ossessione sviluppata fin da bambino per la pittura di Hieronymus Bosch. Studente prodigio, frequentò i corsi universitari prima di aver finito il liceo. E fu lì, nelle aule accademiche, che la passione per la tecnologia, intesa come mezzo per espandere se stessi, lo conquistò per non abbandonarlo più. Lo racconta oggi, nel suo libro più recente, L’alba del nuovo tutto (il Saggiatore), in cui dopo l’illusione degli ultimi cinque anni, il suo creatore si dice ancora convinto che la realtà virtuale rimanga il mezzo più importante “per indagare la vera essenza dell’essere umano“. Gli abbiamo chiesto perché.

Jaron Lanier, tra i padri della realtà virtuale: “Ci vorrà una generazione per riportare la Vr alle sue origini”
Jaron Lanier alla fine degli anni ’80 (foto: il Saggiatore)

Lei è il padre della realtà virtuale; ci dica qualcosa della madre

“Questo è un gioco di parole che io stesso utilizzo di frequente. Ogni volta che mi attribuiscono questo appellativo, tengo a precisare che il vero creatore del mondo virtuale non sono io, ma Sutherland, come ho anche spiegato nel mio libro. Ormai il concetto di realtà virtuale viene usato in un’accezione molto più ampia rispetto al suo significato originale: il termine si è fuso con una versione sociale del mondo virtuale. Quindi se si fa riferimento al significato originale, probabilmente sì, sono io il padre della Vr, ma se si considera il senso più ampio, la paternità e la maternità spettano tutte a Sutherland”.

Che cosa le viene in mente se si nomina Il giardino delle delizie di Bosch?

“È un quadro che mi riporta a un’ossessione sviluppata fin da piccolo. Frequentavo le scuole in Messico e ricordo di aver visto in un libro una foto di quest’opera incredibile, un’immagine che mi catturò subito. Ebbe su di me un effetto devastante: non riesco a spiegarmi come, ma suscitò un senso di stranezza e famigliarità allo stesso tempo. Nel dipinto si ammira una serie di cose fantastiche ed è affascinante pensare come tutto sia stato immaginato in un contesto completamente diverso dal nostro, centinaia di anni fa. Ciò che mi affascina del quadro è il suo essere immediato, pauroso, erotico, ma insieme meraviglioso, intimo e tenero.

“L’esperienza di quest’opera mi rese consapevole per la prima volta di quanto fossi un bambino diverso dagli altri, molto più introspettivo. Ai tempi, questo mi spinse a isolarmi, facendomi riflettere su come la connessione tra le persone riguardi il lato più strano della loro personalità: una cosa che ho capito ancora bambino è come un legame debba necessariamente essere strano, poiché siamo tutti degli estranei del nostro vicino”.

Dura seguirla, ma osiamo: se le dicessimo invece capra a cosa penserebbe?

“Che ho un ricordo molto tenero legato a questo animale: quando ero adolescente, ho iniziato ad allevare capre e a vendere formaggio per pagarmi gli studi. Dopo qualche tempo, l’attività era diventata un business. Tuttora la capra è uno dei miei animali preferiti. Oggi, in California, la si impiega per prevenire gli incendi: le capre vengono posizionate in punti strategici in modo che mangino l’erba secca. Possiamo legittimamente dire che non hanno mai smesso di salvarci la vita. Almeno a me”.

Un insieme di jazz, cinema e programmazione“: pensa che la realtà virtuale sia ancora questo?

“È ciò che sostenevo negli anni ’80, convinto che con la realtà virtuale avremmo potuto migliorarci nell’improvvisare quel che succede nel mondo reale: la virtual reality era una nuova forma espressiva, in cui si sperimentava ciò che si sarebbe vissuto nella vita reale, non limitandosi a parlarne. È quello che tento di esprimere nella definizione di comunicazione post-simbolica, con cui descrivo la Vr come una combinazione dei elementi: il jazz, in cui il musicista suona in modo immediato e spontaneo. Si tratta di quella che chiamiamo ‘una forma di espressione in tempo reale‘, persino più rapida della parola. Il cinema, invece, c’entra in quanto generatore di un linguaggio nuovo, che incorpora immagini anche bizzarre o del tutto inventate. La programmazione era e rimane la matrice essenziale del digitale. Sono questi tre elementi insieme che, ai tempi, mi sembravano descrivere le caratteristiche rivoluzionarie della Vr”.

Jaron Lanier, tra i padri della realtà virtuale: “Ci vorrà una generazione per riportare la Vr alle sue origini”
Uno dei primi visori di Ivan Sutehrland, fine anni ’60 (foto: Il Saggiatore)

E adesso? Fin dal titolo il suo libro evoca l’alba di un nuovo tutto. Che tipo di tutto è?

“Il significato del titolo è legato al fatto che nelle culture degli anni ’70 e ’80, da quando ero un adolescente fino ai vent’anni, le persone erano affascinate dall’idea che esistessero diversi tipi di tutto, vale a dire esperienze che sembravano senza confini, come i viaggi psichedelici, i sogni lucidi sui quali esercitare un controllo, oppure le nanotecnologie, di cui si aveva una percezione molto diversa da quella odierna, perché sembravano rendere possibile ogni cosa nel mondo fisico. Ogni tutto era un canale diverso per sperimentare l’illimitato. La realtà virtuale rappresentava uno di questi canali”.

Eppure il successo di massa pronosticato qualche anno fa non è arrivato. Come sta oggi la realtà virtuale?

“La domanda richiede una premessa: circa cinque anni fa c’è stato il boom della realtà virtuale, con un enorme interesse da parte degli utenti e milioni di dollari investiti nel settore. La situazione si è complicata, con un sacco di persone e un’enorme quantità di denaro coinvolti. Sono stati ottenuti risultati tecnologici importanti, che non erano mai stati raggiunti prima. Io stesso sono stato coinvolto nel progetto Hololens, l’headset per realtà aumentata di Microsoft, come anche nello sviluppo di un visore analogo realizzato in collaborazione con Magic Leap. In sintesi sì, sono stati fatti passi avanti decisivi in senso tecnologico.

“Al contrario, dal punto di vista culturale il quadro non è stato altrettanto felice. Credo sia perché, negli anni più recenti, la realtà virtuale e gli sviluppi del settore hanno rivolto il loro sguardo esclusivamente al mondo dell’intrattenimento e in particolare dei videogiochi, caratterizzati da un modello estetico (e di business) molto preciso. La cosa non ha funzionato molto bene. Credo fosse prevedibile: sebbene la maggior parte delle persone abbia cominciato a lavorare nell’ambito della Vr pensando di applicarla al gaming, non è per questo mondo che è stata originariamente concepita.

“L’intero settore ha finito per ruotare attorno al modo in cui i videogiochi vengono venduti, cosa che ha ridotto la realtà virtuale a strumento per rendere più accattivante una PlayStation o una Xbox. Sia chiaro, non si è trattato di un fallimento totale, e piccoli grandi successi ce ne sono stati; però oggi le persone cercano nella realtà virtuale la possibilità di vivere un’esperienza estrema, di esplorare orizzonti nuovi. È un errore di carattere emotivo, per così dire, e non so quanto tempo occorrerà per ripararlo; forse una generazione intera”.

Rispetto a come l’aveva immaginata, vedere la realtà virtuale veicolata da tecnologie come Vive e Oculus che impressione le fa?

“Gli strumenti in sé sono molto simili a quelli che vendevamo già negli anni ’80. Certo, esistono differenze in termini di peso e definizione, ma dal punto di vista estetico le similitudini sono numerose. Questo ribadisce quanto il lavoro di sviluppo fatto trent’anni fa sia stato fondamentale per la realizzazione di prodotti usciti nel 2010″.

Jaron Lanier, tra i padri della realtà virtuale: “Ci vorrà una generazione per riportare la Vr alle sue origini”
Jaron Lanier immerso nella realtà virtuale (foto: il Saggiatore)

Perché, mentre viviamo in un mondo dipendente dalla tecnologia, le distopie e le paure abbondano?

“Ogni giorno la radio, la televisione o gli altri media ci bombardano con notizie orribili su ciò che succede in giro per il mondo. Gran parte dei programmi di informazione racconta storie di violenza, di morte, di guerra, di corruzione, cose terribili riguardo il pianeta in pericolo, resoconti di una situazione politica globale sempre più incerta.

“Credo sia inevitabile che la cosa contribuisca a rendere la nostra visione del futuro pessimistica, seminando una certa dose di paura.
In più, la parte conclusiva dei programmi suddetti, che dovrebbe trattare eventi più lieti e incoraggianti, spesso dà conto di sviluppi scientifici e traguardi tecnologici presentando, per esempio, macchine capaci di eseguire comandi e lavori fino a ieri appannaggio degli esseri umani. Il risultato è che chi ascolta, anziché sentirsi sollevato e incoraggiato, tende a deprimersi ancora di più, sentendosi obsoleto, offeso, demotivato”.

Lei è ottimista?

“Al futuro non importa affatto se siamo ottimisti o no. L’ottimismo o il pessimismo riguardano la nostra identità, non il futuro. Ciò che conta è l’atteggiamento nei confronti del futuro, le nostre buone intenzioni, il nostro cercare di essere gentili, razionali. Credo sia importante impegnarci soprattutto in questo senso: quindi, se la domanda è ‘sei pessimista o ottimista?‘, rispondo che sono ottimista, perché credo che tutti abbiano la possibilità di scegliere. Sono ottimista perché quando guardo le nuove generazioni vedo qualcosa che mi piace. Sono ottimista perché, quando ripercorro la nostra storia, vedo uomini e donne che hanno superato momenti critici combattendo.
Allo stesso tempo però sono anche pessimista e credo non ci sia bisogno di ribadirne i motivi. Anche per questo, invece di pensare a quanto e se sia giusto essere ottimisti, ritengo sia meglio impegnarci per costruire un futuro migliore”.

Ha avuto un’infanzia sui generis. Pensa che per innovare il mondo, occorra viverci senza appartenere a un pensiero comune?

“È una questione che mi tocca da vicino, poiché ora devo rispondere da padre. In quanto genitore, è normale desideri il meglio per mia figlia ed è ovvio voglia tenerla lontana da tutte le sofferenze che hanno caratterizzato la mia infanzia. Tuttavia, a volte mi chiedo se sia davvero la cosa giusta da fare e non so darmi una risposta.

“È vero,  al mondo ci sono persone piene di talento, di immaginazione e con una infanzia meravigliosa alle spalle, fatto che dimostra come il riuscire a realizzare qualcosa di interessante da adulti non sia affatto legato a un trascorso difficile. Eppure sì, spesso tale coincidenza si rivela determinante. Insomma, sebbene la domanda mi stia particolarmente a cuore, non credo proprio di sapere rispondere”.

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