(foto: Andrea Lucini)

Un futuro popolato di robot dalle sembianze e dalle funzioni simili a quelle degli esseri umani? Inevitabile ma non così spaventoso, almeno questa è l’opinione di Kohei Ogawa, ricercatore e docente di robotica e intelligenza artificiale all’università di Nagoya in Giappone, dopo essersi formato fra le fila di Hiroshi Ishiguro, luminare a livello mondiale di questo settore. Ogawa è venuto a esporre la sua esperienza ma soprattutto il risultato delle sue ricerche in un incontro di Meet The Media Guru, ciclo di incontri organizzati dal Meet, il centro di cultura digitale di Milano sostenuto da Intesa Sanpaolo. “Nel mio futuro ideale gli androidi saranno inseriti nel nostro contesto sociale senza che ce ne accorgiamo. Oggi i robot ci sembrano delle entità estranee, cosa dobbiamo aggiungere perché sembrino elementi veri e propri della nostra società“, si chiede il ricercatore che, di fronte all’auditorium del museo della Scienza e della tecnologia di Milano, ha espresso nella serata del 7 novembre più domande che risposte.

Da ormai una decina d’anni, in effetti, Ogawa studia come rendere sempre più fluide e verosimili le interazioni fra le persone in carne e ossa e gli androidi, ovvero i robot che puntano in tutto e per tutto ad assomigliare agli esseri umani. Nel corso del tempo si sono succeduti diversi prototipi, dal Telenoid che pur privo di fattezze riconoscibili riesce a suscitare empatia in particolari gruppi di persone (come i bambini e gli anziani) a modelli più avanzati e praticamente autonomi. Questi ultimi, come il prototipo Alice, sono sorprendenti nella loro verosimiglianza e nella loro capacità di rispondere alle frasi degli interlocutori, ma rimangono ancora parecchi ostacoli: “Per funzionare Alice ha bisogno di un ambiente con assoluta mancanza di altri stimoli, in più necessita di una quantità spropositata di sensori“, confessa Ogawa, che poi aggiunge: “E comunque anche questi esempi avanzati sono percepiti come artificiali, bisogna ancora migliorare molto la loro capacità di conversazione“.

Kohei Ogawa e lo studio degli androidi: “Servono a capire meglio l’uomo”
(foto: Justine Emard)

Il suo team ha sperimentato in questi anni diverse applicazioni degli umanoidi, soprattutto nel campo della vendita: alcuni prototipi sono stati affiancati nei negozi a veri venditori e hanno ottenuto performance piuttosto efficaci, anche se solo se inseriti in un percorso di scelta limitato e definito. Tutto questo apre prospettive sicuramente inedite, ma che pongono quesiti piuttosto controversi soprattutto se si arriva a parlare di sentimenti: “Difficile dire se un giorno gli androidi proveranno emozioni. A volte non so neanche io che emozioni provo. Ma spesso mi vengono dalle interazioni con gli altri, quindi è cruciale continuare a studiare le interazioni dei robot“, ammette. Ogawa è molto cauto ma anche molto convinto che si debba approcciare il tema dell’interazione umani-robot considerando tutte le possibilità che ne possono venire, sfidando anche i limiti della nostra immaginazione: per questo ha citato anche il progetto Alter, il primo direttore d’orchestra robotico, che riesce nonostante la sua natura artificiale a donare parecchie emozioni al pubblico.

Quale sarà dunque l’uso che faremo in futuro di questi androidi? “Non abbiamo bisogno degli androidi in casa, nel nostro vivere quotidiano: sono troppo costosi e ingombranti, meglio usare strumenti più limitati“, precisa lo studioso. “Ma possono essere usati nei casi in cui è necessaria una presenza umana costante e spesso sfiancate (guardiani, concierge, infermieri ecc.)“. Ma l’interesse principale di Ogawa nei confronti di queste creazioni sfugge quasi la tecnologia per approdare in qualche modo all’antropologia e alla filosofia: “Studiare gli androidi ci permette di riflettere più in profondità sulla natura umana, in particolare su temi come le emozioni, le apparenze, i rapporti sociali, l’immaginazione e la coscienza“.

Kohei Ogawa e lo studio degli androidi: “Servono a capire meglio l’uomo”

Kohei Ogawa afferma che lo sviluppo degli androidi e degli umanoidi ci permette di comprendere meglio proprio la natura umana. Infatti, come afferma Pietro Pietrini, direttore dell’Imt di Lucca e partner di Intesa Sanpaolo Innovation Center attraverso il Neuroscience Lab, la robotica  incrocia sempre di più i progressi delle neuroscienze. Tanti traguardi sono stati raggiunti, ma numerose frontiere sono ancora da superare: oggi, anche la più sofisticata delle macchine è meno evoluta di qualsiasi essere umano. Ma davvero un robot intelligente come noi dovrebbe spaventarci? La risposta di Ogawa è “No. Al contrario, sarebbe una grande occasione per l’umanità”.

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