Redatto da Oltre la Linea.

La battaglia di Azincourt del 1415 fu il più grande trionfo inlgese durante la Guerra dei Cent’anni. Inferiori di numero, stanchi ed affamati, gli Inglesi di Enrico V riuscirono a sconfiggere un immenso esercito Francese superiore per numero ed armamento.

Lo scontro fu il coronamento non solo di una lunga campagna nella Francia del Nord, ma soprattutto del nuovo approccio inglese all’arte della guerra. Ne abbiamo già a lungo parlato in articoli precedenti, ma vale la pena ripetersi. Sui campi di battaglia della Scozia le vittorie della fanteria scozzese sulla cavalleria inglese ebbero grande impatto sulla mentalità dei cavalieri di sua maestà. Fra queste Bannockburn fu un scontro molto importante, che modificò per sempre l’approccio britannico verso la fanteria appiedata.

Gli Inglesi infatti, al contrario dei Francesi sul continente, rivalutarono le qualità della fanteria. La grande lezione che gli aristocratici inglesi avevano imparato era che una carica di cavalleria non può decidere ogni battaglia. Questa fondamentale consapevolezza, difficile da accettare per la nobiltà medievale, fu affiancata da una potentissima arma da getto: l’arco lungo.

La battaglia di Azincourt

La forze in campo ad Azincourt

L’esercito inglese che combatté ad Azincourt non era che l’ombra dell’armata sbarcata pochi mesi prima sul continente. La campagna francese di Enrico V di Lancaster si era infatti dilungata troppo, una forte epidemia aveva spazzato gran parte dell’esercito mentre al resto ci avevano pensato i rigori della guerra. Così, sul campo di battaglia di Azincourt, dei 15.000 Inglesi arrivati in Francia ad agosto ne rimanevano solo 6.000. Di cui solo 900 uomini d’arme ed il resto arcieri e soldati di ventura.

Da parte sua invece il connestabile di Francia Jean d’Albert poteva schierare 30.000 uomini, di cui circa la metà erano cavalieri pesantemente armati. Fior fiore di Francia, la nobiltà francese era considerata la miglior cavalleria d’Europa. Forte, orgogliosa, impregnata dei più sacri valori della tradizione cortese e bellica medievale. L’aristocrazia francese era pronta a ricacciare l’invasore al di là del mare. Troppo a lungo aveva subito umiliazioni da parte degli Inglesi che cercavano di conquistare la loro terra natia. Troppo a lungo.

Il morale delle forze francesi era altissimo. Non solo infatti sapevano che Enrico V aveva pochissimi cavalieri e cavalli, ma confidavano enormemente in sé stessi e nelle proprie capacità. Purtroppo, come spesso accade in questi casi, ciò li rese miopi.

La battaglia di Azincourt

Prima della battaglia

Tutti i diversi tentativi che l’esercito inglese aveva compiuto per arrivare a Calais, e alla salvezza, erano falliti. Fra Enrico Lancaster e Calais si trovava infatti un esercito forte di 30.000 francesi. Questi erano vogliosi di combattere e vendicare i sacheggi compiuti da Enrico e i suoi uomini. Infine Enrico si arrese alle circostanze e decise di dare battaglia. Era la sera del 24 ottobre 1415.

Accampatisi nel villaggio di Maisoncelles, di fronte agli Inglesi si apriva una grande pianura, affiancata da due alture ricoperte di boschi. Da un lato v’era il villaggio di Azincourt, dall’altro quello di Tramecourt. La strada per Calais correva dritta per la valle attraversando Tramecourt, a sbarrare il passo c’era invece l’armata del conestabile di Francia Jean d’Albert.

Le forze di Enrico, stanche ed affamate, si schierarono il giorno seguente, 25 ottobre, sulla pianura ricoperta dalla brina. Aveva piovuto tutta notte ed il terreno era zuppo e fradicio d’acqua. Enrico schierò le sue truppe nel valico fra i due villaggi, disponendole in quattro herces. Formazioni di fanteria pesante intervallate da arcieri armati d’arco lungo. Nessun uomo era a cavallo, tutti a piedi. Fianco a fianco, il nobile d’illustre stirpe ed il soldato plebeo si sostenevano l’un l’altro.

Nel campo francese si discuteva se scendere in campo o no. Il Duca di Berry faceva giustamente notare come il terreno di battaglia svantaggiasse la cavalleria francese. Da poco arati, i campi vicino Azincourt erano completamente inzuppati d’acqua, e i cavalli avrebbero faticato non poco a camminare sotto il peso dei cavalieri armati. Figuriamoci caricare. Nonostante ciò si decise di combattere. L’armata francese si schierò in maniera classica per il periodo: tre ordini d’uomini, fanteria pesante al centro, cavalleria sui fianchi e balestrieri dietro.

La battaglia di Azincourt

La battaglia di Azincourt

Nonostante la superiorità numerica i Francesi non avanzarono pre primi. Fu re Enrico a fare la prima mossa. Dopo quattro ore d’attesa nel freddo pungente d’ottobre, gli Inglesi avanzarono fino a che gli arcieri non furono a tiro. Venne allora dato ordine di piantare pali acuminati nel terreno a difesa degli arcieri, che aprirono la battaglia con una pioggia di frecce. La cavalleria francese sulle ali, punta nell’orgoglio, caricò senza aspettare alcun ordine. Gli aristocratici ricoperti di ferro ritenenvano di poter spazzar via la plebaglia inglese in men che non si dica. Non fu così.

I cavalli, pesantemente bardati, fecero fatica a trottare e caricare nel fango e nel terreno acquoso. La cavalleria, esposta al tiro costante degli archi lunghi, si trovò poi faccia a faccia con i pali acuminati e con la determinata resistenza inglese. Il fango, le frecce, la mole di cavallo e cavaliere insieme allo slancio della carica causarono una strage. I cavalieri si diedero allora alla fuga, crivellati di frecce nemiche.

La battaglia di AzincourtLa rotta della cavalleria spezzò il morale francese. A quel punto la fanteria pesante rimasta indietro venne travolta dai cavalieri in fuga. Nel caos generale i Francesi tentarono di sfondare le linee inglesi organizzandosi in tre cunei, ma vennero facilmente contrastati e respinti. I micidiali archi lunghi dei Longbowmen inglesi aprivano squarci terribili fra le fila francesi. Re Enrico V lanciò allora l’ordine di carica.

Tutto l’esercito inglese, plebei, arcieri armati di coltellacci e cavalieri combatterono fino alla fine contro la fanteria pesante francese. Fu uno scontro cruento e terribile. Un Massacro. Alle 16.00 era già tutto finito, i Francesi contarono circa 10.000 morti, di cui la maggior parte aristocratici, gli Inglesi dai 150 ai 500 caduti. Fu il momento più buio per la Francia medievale, e il più luminoso dell’Inghilterra dei Lancaster.

La leggenda

Ad entrare nella leggenda non fu solo la grandiosa vittoria inglese, ma anche le sue successive rappresentazioni. Fra queste, meraviglioso il racconto che ne fa Shakespeare nella sua opera Enrico V. Il discorso che il Re pronuncia di fronte ai suoi soldati stanchi e scoraggiati è infatti entrato nella storia. Conosciuto come il Discorso di San Crispino, vale la pena riportarlo qui, insieme alla meravigliosa interpretazione di Kenneth Branagh nell’ononimo film.

 

Se destinati a morire, siamo abbastanza numerosi

da costituire una perdita per il nostro paese. Se dobbiamo vivere,

quanto più in pochi saremo, tanto più degni d’onore.

Per amor di Dio, ti prego, non volere un sol uomo di più.

Per Giove, io son tutt’altro che avido d’oro;

e non m’importa di chi si nutre a mie spese,

né me la prendo se c’è chi indossa i miei panni:

nei miei desideri non trovan posto le cose esteriori.

Ma se è peccaminoso aspirare alla gloria,

io sono il peccatore più inveterato che ci sia al mondo.

No, in fede mia, cugino, non volere un solo inglese di più.

Per la pace di Dio! Non vorrei perdermi un sì grande onore,

che un solo uomo in più vorrebbe, credo, spartire con me,

nemmeno in cambio della mia più grande speranza. Oh, non volere un sol uomo di più!

Proclama piuttosto, Westmoreland, a tutto l’esercito,

che chi non ha abbastanza fegato per questa battaglia

può pure andarsene: noi gli daremo un passaporto,

e nella borsa gli metteremo anche i soldi del viaggio:

noi non vogliamo morire in compagnia di un uomo

che teme di essere nostro compagno nella morte.

Oggi è la festa di San Crispiano:

chi sopravvive a questo giorno per rimpatriar sano e salvo,

s’impennerà sui due piedi solo a sentirlo nominare,

e fremerà al nome di San Crispiano.

Chi vedrà questo giorno e arriverà alla vecchiaia,

ogni anno, alla vigilia, inviterà i suoi vicini a far festa,

dicendo: “Domani è il giorno di San Crispiano!”.

Poi si rimboccherà la manica e mostrerà le sue cicatrici,

e dirà: “Queste ferite mi son toccate il giorno di San Crispino”.

I vecchi dimenticano; e lui dimenticherà tutto il resto,

eppure ricorderà, con qualche dettaglio di troppo,

le sue prodezze di quel giorno. Saranno allora i nostri nomi

che lui avrà sulle labbra, come persone di famiglia:

Re Harry, Bedford ed Exeter,

Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester,

saran di bel nuovo evocati fra i calici colmi.

E questa storia il brav’uomo insegnerà a suo figlio;

e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai,

da questo giorno sino alla fine del mondo,

senza che in esso ci si ricordi di noi:

noi i pochi, i pochi eletti, noi fratelli in armi.

Giacché chi oggi versa il suo sangue con me

sarà mio fratello: per quanto di bassi natali,

in questo giorno si farà nobile la sua condizione.

E i gentiluomini che ora, in Inghilterra, si trovano a letto,

si danneranno l’anima per non esserci stati,

e si sentiran menomati, quando prende la parola

un uomo che combatté con noi il giorno di San Crispino.

(di Marco Franzoni)

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