(foto: Martin Sanchez/Unsplash)

Spesso, quando si parla di confronti in termini di ritmo delle diverse campagne vaccinali, si parte a ragionare anzitutto dalla scala locale, con valutazioni sulle differenze tra province, tra regioni o tra paesi confinanti. Così, fin dall’inizio delle somministrazioni cominciate alla fine di dicembre 2020, molte volte sui media ci si è concentrati sulla rapidità delle vaccinazioni nelle diverse regioni, oppure nei diversi stati europei. Allargando la prospettiva, però, è sempre più chiaro come le disparità più evidenti siano intercontinentali.

All’interno del territorio italiano, per esempio, le differenze si misurano nell’ordine di qualche percento al massimo. Avanti a tutti c’è il Molise, con il 49% della popolazione che ha ricevuto almeno una dose, e fanalino di coda è la Sicilia, in cui siamo comunque già oltre il 38%. Tutte le altre regioni oscillano tra il 41% e il 46%, con anticipi o ritardi dell’ordine di qualche giorno l’una rispetto all’altra. E nell’Unione europea (fatta eccezione per gli stati nettamente più piccoli, come San Marino o Malta) si procede grossomodo tutti di pari passo: secondo i dati aggiornati forniti da Our World in Data, si va dal 41% della Francia al 43% dell’Italia, dall’altro 41% della Spagna al 45% della Germania, dal 32% della Norvegia ai picchi oltre il 50% solo di Ungheria e Regno Unito.

Ma a livello globale le differenze sono di tutt’altro genere, ed enormi. In Israele il 57% della popolazione ha ricevuto non solo la prima dose, ma ha anche completato il ciclo vaccinale. In grandi metropoli come Londra si sono raggiunti picchi anche oltre il 70%. Mentre in Africa il 98% della popolazione complessiva non ha ancora visto nemmeno una dose di vaccino, tanto che il computo delle prime dosi iniettate in alcuni stati del continente si può arrotondare allo zero percento.

I confronti, numeri assoluti e relativi

Se in casi come l’appena citata Africa poco importa il modo in cui le statistiche vengono calcolate, tanto è basso il numero di dosi somministrate, in altre circostanze può fare molta differenza nelle classifiche il fatto che il conteggio sia sulla base del numero assoluto di dose iniettate oppure del raffronto con il totale della popolazione. La Cina, per esempio, è il paese con il record assoluto di dosi somministrate – 763 milioni, oltre un terzo del totale mondiale – ma in termini percentuali resta ben dietro il Vecchio continente. Non disponiamo di dati esatti su chi abbia ricevuto una o due dosi, ma saremmo al 54% se fossero state fatte solo prime dosi, al 27% se tutti i vaccinati ne avessero ricevute due: presumibilmente, il dato reale si colloca al centro di questo intervallo.

Lo scarto tra Europa e Stati Uniti (383 milioni di dosi iniettate contro 300) corrisponde grossomodo alla differenza in termini di popolazione totale, mentre i 225 milioni di dosi dell’India indicano un procedere ben più rallentato, dato che la popolazione – quasi 1,4 miliardi di persone – è in pratica il doppio di Europa e Nordamerica insieme. E ancora più piano stanno procedendo le campagne vaccinali di Iran, Iraq, Pakistan e Afghanistan.

Parlare di ritardo nella campagna vaccinale solo per Africa, Medio Oriente e Oriente, però, sarebbe riduttivo. Il Giappone, che dovrebbe ospitare le Olimpiadi, è fermo al 10% (includendo chiunque abbia ricevuto almeno una dose), la Russia è al 12% e l’Australia al 17%. E colpisce anche l’andamento in Sudamerica, che includendo i casi virtuosi di Uruguai (56%) e Cile (58%) conta un totale di 128 milioni di dosi iniettate, contro i 375 della parte settentrionale del continente. Per arrivare poi alle disparità più eclatanti ed evidenti: in Italia abbiamo somministrato più dosi che in tutta l’Africa (37 milioni contro 34), la Repubblica di San Marino più del Madagascar, il Regno Unito più di Russia e Messico sommati.

Non è (solo) una gara

Come facilmente prevedibile, ciascun paese si è mosso fin da subito per accaparrarsi il maggior numero possibile di dosi, e in questa corsa geopolitica ed economica non potevano che primeggiare i paesi più ricchi. Il risultato, quindi, è che oggi abbiamo una parte di mondo (tendenzialmente Europa e Nordamerica) in cui la campagna vaccinale procede spedita e i contagi sono stati abbattuti, mentre nella maggior parte dei paesi la pandemia ancora dilaga e le campagne vaccinali hanno mosso appena i primi passi. In un mondo sempre più interconnesso, però, essere in testa alle classifiche non basta.

Se oggi è evidente dai dati che laddove la campagna vaccinale è a uno stadio più avanzato i contagi e i decessi sono molto inferiori, sul lungo termine ci sono almeno un paio di elementi da tenere in considerazione. Il primo è che, a livello globale e anche dal punto di vista etico, ha ben poco senso mirare all’azzeramento dei casi in alcuni paesi mentre in altri ancora non ci sono vaccini nemmeno per le fasce più fragili della popolazione. Ed è per questo che, per esempio con il programma internazionale Covax dell’Onu e dell’Oms, si prevede che i paesi più ricchi donino dosi a quelli meno fortunati. Del programma si parla già da mesi, ma le dosi finora destinate non sono affatto sufficienti a fare la differenza nei paesi beneficiari.

L’altro aspetto riguarda la circolazione globale del virus: come noto, una delle principali minacce alla perdita di efficacia dei vaccini sono le varianti del coronavirus Sars-Cov-2, e una maggiore circolazione del virus si traduce in una più alta probabilità di mutazioni ulteriori. Dunque, anche ragionando egoisticamente, il lasciare scoperta dalle vaccinazioni una parte di mondo rappresenta un problema e un rischio aggiuntivo per tutti, inclusi i paesi che sono già giunti alla parte finale della prima campagna vaccinale.

Infine, un elemento prettamente scientifico: oltre al numero di dosi somministrate, sembra iniziare a essere rilevante pure il tipo di vaccino impiegato. Se quelli in uso nell’Unione europea mostrano differenze tutto sommato piccole, in altre aree del mondo sono impiegati vaccini che non sembrano dare altrettante garanzie: è il caso di Sinopharm, usatissimo negli Emirati arabi ma evidentemente incapace di contenere una proliferazione di contagi nel paese. Non basta vaccinare, insomma, ma occorre anche disporre di vaccini approvati con adeguati standard.

Povertà ed esitazione

Oltre che in termini strettamente sanitari e di vite umane, la disparità nel ritmo delle campagne vaccinali si riflette anche nelle diverse prospettive economiche. La pandemia, insomma, sembra iniziare già ad avere l’effetto concreto di amplificare le differenze tra paesi ricchi e poveri: se i primi già oggi stanno seguendo la traiettoria delle riaperture, con la progressiva rimozione delle limitazioni, negli altri l’effetto distruttivo del Covid-19 è ancora nel pieno della propria forza. Basta pensare che l’Argentina, che pure non è tra i paesi più in ritardo, deve rinunciare alla Coppa America calcistica, e che le già citate Olimpiadi di luglio in Giappone sono quantomai a rischio. Ed è inimmaginabile, allo stato attuale, una ripresa per la grandissima parte dei paesi africani.

Se da una parte c’è chi il vaccino lo vorrebbe ma non può averlo, dall’altra c’è pure chi, avendolo, non si convince a farlo. Tra gli elementi di disparità nelle campagne vaccinali, infatti, in futuro pare avrà sempre più rilevanza anche il tema dell’adesione. Un po’ in tutti i paesi l’esitazione vaccinale determinerà la soglia massima effettivamente raggiungibile in termini di copertura generale della popolazione, ma in alcuni casi la situazione è degna di nota. In Romania, per esempio, al momento solo una persona su 5 è entusiasta di farsi iniettare il vaccino, e oltre il 70% parrebbe proprio non volerne sapere, tra teorie del complotto ben radicate e scarsa propensione a spostarsi per ricevere la propria dose. Con una percentuale raggiunta di copertura del 23%, il problema è già diventato attuale e urgente.

Insomma, più passano i mesi e più è evidente che la vera sfida della campagna vaccinale non sarà correre più forte degli altri, ma recuperare quei paesi e quelle fasce di popolazione che rischiano di restare irrimediabilmente indietro. Rappresentando un problema per la salute pubblica non solo a livello locale, ma con ripercussioni globali, da cui nessuno è escluso.

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