Redatto da Oltre la Linea.

La “capitana” della Sea Watch, all’anagrafe Carola Rackete, sta apparendo in un numero indefinito di interviste, le foto cominciano a circolare con insistenza, la pressione “umanitaria” non cede il passo, e la ONG minaccia di virare ugualmente su Lampedusa nonostante i divieti del governo italiano e perfino – udite udite – della Corte di Strasburgo.

Ma Carola tutto questo lo sa. E non si è nascosta troppo in questi giorni. Al punto da rilasciare a Repubblica un’intervista ripresa in parte dal Primato Nazionale, in cui senza peli sulla lingua racconta la sua crescita: “La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare 3 università, a 23 anni mi sono laureata. Sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto, ho sentito l’obbligo morale di aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità”.

Non che sia un male avere studiato ed essersi dedicata alla carriera umanitaria, per carità. Forse il limite sta nel notare che le caratteristiche personali della buona Carola sono le stesse del radical chic medio, quello con il padre magari macchinato di Mercedes che sta in piazza tra una cannetta e l’altra a ciarlare di diritti dei poveri e dei lavoratori. Quella che aiuta tutti sulla carta ma non nella propria dimora in un quartiere benestante. Quella che giudica tutto e tutti, ma non è mai pronta a giudicare sé stessa.

Quella che sistematicamente opera per l’esatto opposto di ciò che sermoneggia (consapevolmente o meno è del tutto ininfluente) sostenendo tutto ciò che rende i poveri ancora più poveri, come l’immigrazione di massa, il dumping salariale nei paesi di ingresso, lo sfruttamento del lavoro a costo irrisorio. Una sorta di marxista culturale dello scafo, la Carola. Nel famigerato Sessantotto avrebbe fatto faville.

Intanto, invece di lavorare sul serio per ridurre le disuguaglianze, la ragazza pensa bene di portarle altrove, traghettando esseri umani e rendendosi complice di schiavisti e mercanti di uomini, donne e anche i tanto ostentati “bambini”.

Complimenti. Vai avanti, Carola. Accelera. Ti aspettiamo.

(di Stelio Fergola)

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