(illustrazione: Getty Images)

Da qualche giorno le curve che descrivono l’epidemia di Covid-19 in Italia, in particolare dei nuovi contagi, sembrerebbero essere in leggero assestamento rispetto alle settimane precedenti. Tuttavia, bisogna considerare che ancora è presto per parlare con certezza della stabilizzazione delle curve epidemiologiche e bisognerà attendere l’andamento delle prossime settimane. Inoltre bisogna tenere conto di diversi fattori: le variazioni nel numero dei tamponi giornalieri effettuati, la presenza di normali fluttuazioni quotidiane, che singolarmente non indicano un miglioramento o un peggioramento, ed altri elementi come il fatto che sempre più spesso si fanno tamponi soltanto ai sintomatici e la saturazione delle terapie intensive.

Un lieve miglioramento nei nuovi casi?

La situazione potrebbe esserci una certa stabilizzazione, riferisce alla data del 4 novembre 2020 Gianni Rezza, epidemiologo e responsabile del reparto di malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità (Iss). “Se le oscillazioni quotidiane non devono essere nemmeno considerate – dichiara Rezza in una conferenza stampa dell’Iss– certamente nelle ultime 3 settimane abbiamo avuto un trend in aumento anche se negli ultimi giorni [riferendosi alla data del 4 novembre, ndr] sembrerebbe apparire una certa stabilizzazione, ma il dato è ancora da confermare. Il tutto a fronte di livelli elevati di contagio, anche perché il numero di positivi sul numero di test eseguiti è piuttosto alta, superiore al 10%, e questo è un segnale non del tutto favorevole”.

Insomma, ancora la certezza non c’è e peraltro negli ultimi giorni – dal 4 al 9 novembre – la curva ha mostrato, come da immagine seguente, un nuovo picco e una nuova possibile stabilizzazione.

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La curva dei contagi alla data di oggi 9 novembre 2020 (foto: dati forniti dal Ministero della Salute. Elaborazione e gestione dati a cura del Dipartimento della Protezione Civile)

Riguardo ai dati degli ultimissimi giorni, dal 4 al 9 novembre (dopo la conferenza citata dell’Iss) i contagi sono sempre in aumento anche se la crescita sembrerebbe leggermente meno pronunciata. Insomma c’è sempre un aumento nella settimana e rispetto alla settimana precedente – il numero di nuovi contagi non è stabile e costante – ma la crescita in proporzione è meno marcata rispetto a quella della settimana ancora prima e questo causerebbe il rallentamento della curva. “La variazione dei nuovi casi registrati in questi ultimi sette giorni, rispetto ai sette precedenti, è stata pari a +23% (ieri era +27,5%, il giorno prima +32,1%, prima ancora +38,1%, +43,2%, +49,7%, +58,4%”, scrive il chirurgo Paolo Spada sulla pagina Pillole di ottimismo. “Per intenderci: quando il valore è pari a 0% significa che il numero di nuovi casi rimane costante, se negativo significa che la curva è in discesa)”Non è semplice capire cosa sta accadendo e interpretare questi ultimi numeri e sarà necessario attendere l’andamento della prossima e delle prossime settimane per confermare questa possibile stabilizzazione.

I possibili fattori confondenti

In alcune regioni, fra cui il Piemonte e in Lombardia a Milano, il numero di persone con sintomi è talmente elevato che le autorità hanno comunicato che non verranno più svolti i tamponi in casi sospetti, entrati in contatto stretto con positivi, ma asintomatici. La maggiore selettività nel fare i tamponi, peraltro, ricorda che i positivi potrebbero essere molti di più. E potrebbe in qualche modo rallentare (solo apparentemente) la curva dei contagi, secondo quanto scritto dal biologo Enrico Bucci professore alla Temple University di Philadelphia, e autore della pagina Cattivi scienziati sulla cattiva scienza e sulla pseudoscienza, che segue da tempo il tema coronavirus.

Ma aumentano i ricoveri e le terapie intensive

Peraltro l’allerta rimane molto alta, anche perché i dati dei ricoveri e dell’occupazione delle terapie intensive sono spesso fonte di preoccupazione. “Negli ultimi giorni il numero di ricoveri, anche in terapia intensiva, è tendenzialmente in aumento, prosegue Gianni Rezza dell’Iss, “anche se in quasi tutte le aree del paese non si registra ancora una vera e propria criticità, dato che in molti casi i posti ospedalieri sono aumentati rispetto alla fase 1”. La crescita delle ospedalizzazioni matematicamente può anche essere legata al fatto che sempre più spesso si tende a fare il tampone a persone con sintomi, dunque anche più a rischio di ricovero.

I dati sul riempimento delle terapie intensive in Italia sono abbastanza chiari e molte regioni si stanno avvicinando alla saturazione. Secondo i dati del 4 novembre 2020, rielaborati dall’università Cattolica del Sacro Cuore e forniti dalla Protezione Civile e presenti nel report del Commissario per l’emergenza coronavirus ben 13 regioni hanno già riempito i posti aggiuntivi dedicati a pazienti con Covid-19 e stanno utilizzando quelli che erano destinati a pazienti non Covid. Le regioni in questione sono (in ordine di aumentata occupazione): Lombardia, Umbria, Toscana, Marche, Puglia, Liguria, Emilia-Romagna, Valle d’Aosta, Abruzzo, Calabria e Campania.

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