(foto: FREDERIC J. BROWN/AFP via Getty Images)

Un articolo estratto dal numero 94 di Wired, dedicato al “vero volto della Cina”: un’inchiesta a tutto tondo sui nuovi padroni del mondo

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MeiGuo, Bel Paese. È il nome degli Stati Uniti in mandarino, due caratteri che hanno storia antica e che consentono di ragionare sul rapporto ondivago, di odio e amore, che i cinesi hanno sempre avuto con l’America. Negli anni che hanno preceduto l’arrivo alla presidenza di Trump e più in generale l’attuale scontro tra le due potenze, i cinesi vivevano chiaramente un senso di inferiorità nei confronti degli americani. Usciti dal maoismo e catapultati nell’economia globalizzata si erano rivolti a New York, alla Silicon Valley e a Hollywood per trovare il Bel Paese e provare a toccarne con mano la lucentezza e assaporare la possibilità – finalmente – di andarci o di comprare prodotti americani. Tutto quanto arrivava dagli Stati Uniti era nuovo, interessante, intrigante, creativo e soprattutto migliore di quanto fatto in Cina. 

Quest’ultimo aspetto sembrava quella dirimente, come se essere diventati la fabbrica del mondo a suon di copie e fake avesse scolpito nell’animo di ogni cinese l’impossibilità di arrivare a creare qualcosa di unico e apprezzato da tutto il mondo, non solo dai cinesi. Il sentimento era a tal punto unito a un’ammirazione smisurata per tutto quanto arrivava dagli Stati Uniti che a più riprese il partito comunista ha dovuto organizzare campagne contro “l’inquinamento spirituale” proveniente da Occidente. La paura dei governanti cinesi era ovvia: insieme a Nike, Nba e ai kolossal hollywoodiani – pensarono – finisce che i cinesi si mettono in testa strane idee su elezioni, libertà di parola e proteste. L’arrivo di internet e il suo successivo peso sul mercato e sviluppo delle piattaforme ha sbaragliato tutto, cambiando completamente lo scenario. In Occidente ha creato la grande illusione che la rete portasse con sé anche la democrazia, seconda sciagurata profezia occidentale dopo quella che voleva una Cina democratica dopo l’entrata di Pechino nel 2008; in Cina ha sancito la sensazione che fosse giunto un momento nuovo nella storia, quello della via cinese alla creatività, alla potenza economica, al dominio sui mercati. Si è trattato di un processo durante il quale MeiGuo ha avuto ancora il suo peso. Basta pensare alle vendite di iPhone, iniziate in Cina nel 2010. Nel 2015 Apple aveva venduto smartphone in Cina per 58 miliardi di dollari; il 27% delle vendite totali arrivavano dalla Cina. Nel 2019 era il 17%. Sintomo non solo dello scontro tra Cina e Stati Uniti, ma anche dell’emergere di produttori locali finalmente appeal anche per i cinesi. Xiaomi è cool quanto Apple, oggi. Ed è cinese. 

Così, mentre in Occidente si osservava sgomenti l’azione della censura specie in relazione a dissidenti e blogger arrestati (tutto vero e terribile) si poneva meno attenzione rispetto a cosa significava la censura in termini economici e tecnologici. Oggi tutto questo lo sanno bene Facebook, Google e tanti altri che nel mercato cinese o non ci sono mai entrati o sono stati scacciati con tanto di onta: quando Google nel 2011 denunciò pubblicamente il tentativo da parte di Pechino di richiedere una rigida censura ai contenuti del motore di ricerca, fu la dirigenza del partito comunista a consigliare a Mountain View di trasferirsi a Hong Kong: una soluzione che consentiva di salvare la faccia a entrambi e di non cambiare quasi nulla. Anche perché Google, in Cina, non è certo utilizzato come in Occidente. In Cina si usa Baidu.

Dal transistor al 5G

Mentre gli Usa erano Mei Guo di nome e di fatto, la dirigenza cinese lavorava alacremente. Se negli anni del maoismo l’entusiasmo per il primo transistor provocò il lancio di progetti per una sorta di via nazionale alla tecnologia, nel medio periodo non diede i risultati sperati, poiché basato su una valutazione errata. I maoisti pensavano che scienza e tecnologia avrebbero da soli garantito crescita economica e industriale, esattamente come avevano pensato in Unione Sovietica. Mao, inoltre, riteneva che avendo accusato il confucianesimo di vecchiume e di conseguenza come contro rivoluzionario, anche le barriere filosofiche che non avevano mai indagato scetticismo e sperimentazioni, sarebbero saltate. Il passaggio da ricerca a sviluppo si rilevò fallimentare e quando Mao abbandonò il modello sovietico per imporre il suo, fu ancora peggio. Durante la Rivoluzione culturale anche quel poco che funzionava crollò: gli scienziati finirono nel mirino delle guardie rosse, accusati di vivere nella torre d’avorio; la scienza venne riservata a dilettanti vicini alle masse. Infine via via università e istituti chiudevano per riaprire solo nel 1976, alla morte di Mao. Ma era troppo tardi, bisognava ripartire da zero. 

È quanto fece Deng Xiaoping con le aperture e le riforme, chiedendo aiuto all’ex peggiore nemico, Mei Guo, l’America. Le riforme e le aperture di Deng significarono accordi con gli Usa, joint ventures, studenti mandati all’estero nelle migliori università americane e giapponesi e ingresso – con grande soddisfazione di Washington – della Cina nel Wto (nel 2001): nasceva così la fabbrica del mondo nelle zone costiere sud orientali del paese. Contemporaneamente la Cina – mentre produceva manifattura per tutto il mondo – cominciava a finanziare in modo pesante ricerca e sviluppo tecnologico. L’obiettivo, colmare il divario con gli Usa.

A gestire la fase determinante dell’attuale posizionamento hi-tech cinese dal 2002 al 2012 è stato il segretario del partito comunista e presidente della Repubblica popolare Hu Jintao a capo della generazione di tecnocrati che per un decennio proseguono nelle riforme di Deng, consegnando a Xi Jinping un paese completamente rinnovato e pronto a fare concorrenza agli Usa sui mercati internazionali. 

Xi Jinping ci mette del suo: lancia il progetto Made in China 2025, la nuova via della seta e soprattutto, senza fanfare e troppo rilievo mediatico, chiede alle aziende cinesi di andare all’esterno e conquistare mercati. L’arma è quella degli investimenti diretti: si acquisiscono aziende straniere per strappare know how. Oggi la Cina è il paese deputato a diventare leader mondiale nell’Intelligenza artificiale, a sviluppare per primo centinaia di smart city e a diffondere sul proprio territorio le reti 5G: minor latenza, internet delle cose, città futuriste e totalmente sotto controllo del partito comunista cinese. 

Una simile postura non poteva che incrociare, ancora una volta, i destini del Bel Paese. A provare per primo a ostacolare il percorso cinese, però, non è stato Donald Trump, bensì Obama. Nell’ottobre del 2012, a seguito di un’indagine durata un anno circa, il Comitato permanente sull’intelligence della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti era giunto alla conclusione che le aziende cinesi, Huawei Technologies e Zte Inc., rappresentassero una minaccia alla sicurezza nazionale “a causa dei loro tentativi di ottenere informazioni sensibili dalle aziende americane e della loro lealtà nei confronti del governo cinese”. Obama tornò poi sull’argomento anche nel 2014: poco prima di incontrare Xi Jinping, difese le attività della National Security Agency volte a tenere sotto controllo il colosso cinese, rendendo così evidente come il sentimento di sospetto nei confronti dell’azienda fondata a Shenzhen nel 1987 da Ren Zhengfei, ex vicedirettore del genio militare cinese, fosse completamente bipartisan. La complicata relazione tra Stati Uniti e Cina, con la Huawei spesso a rappresentare l’acme di questa diatriba, parte da quegli anni. 

Il resto è storia recente e inizia nel marzo del 2018, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump decide di affrontare di petto il disavanzo economico americano con la Cina sanzionando prodotti cinesi. Si tratta di misure ben congegnate dal punto di vista americano che vanno a colpire per lo più la nuova produzione tecnologica cinese. Xi Jinping risponde a suo modo: il giorno dopo l’annuncio delle sanzioni americane si fa fotografare da tutti i media nazionali mentre visita un’azienda che lavora le terre rare, minerali fondamentali per l’industria tecnologica di cui la Cina ha ampie riserve. Il messaggio è chiaro: alle sanzioni americani possiamo rispondere

In realtà la prima contro-manovra cinese sarà più politica, perché Pechino decide di bloccare le importazioni di soia e di bestiame dagli Usa, andando a peggiorare la condizione dei tanti allevatori del Midwest che avevano votato Donald Trump alle presidenziali del 2016. A fine novembre 2018 c’è il G20, con l’incontro tra Xi Jinping e Trump: sotto al tavolo c’è il 5G. Alla fine il compromesso arriva: Usa e Cina promettono di trovare un’intesa per scongiurare un aumento dello scontro commerciale nell’arco di 90 giorni. Ma tutto salta da lì a poco: in Canada viene arrestata Meng Wanzhou, figlia del fondatore di Huawei e boss finanziario dell’azienda. Viene fermata in Canada. Washington vuole estradarla: l’accusa è aver violato le sanzioni contro l’Iran. Inizia allora un procedimento legale che ancora non ha visto la sua conclusione. 

Ma la vera posta in palio – come emerge sempre di più – è la sfida al 5G. Trump infatti non si ferma e nel maggio 2019 con un ordine esecutivo vieta la vendita di forniture americane alla Huawei, fortemente dipendente dagli Usa per quanto riguarda i microchip (tanto che oggi in Cina si sta discutendo se il colosso sarà in grado di reggere l’urto della controffensiva americana). L’accusa è sempre la stessa: l’installazione delle reti 5G da parte di Huawei, sostiene il Pentagono, mettere a rischio la sicurezza nazionale americana a causa del rapporto tra azienda e governo cinese. Prove non ce ne sono ma basta l’intenzione: Huawei comincia a rischiare cospicui contratti anche in Europa, dove il pressing americano sugli alleati si fa sempre più forte. Ai paesi europei viene chiesto di bloccare l’ingresso sul mercato di Huawei. Dopo l’anatema trumpiano Google si adegua al volo paventando il rischio che gli smartphone Huawei possano dover fare a meno del sistema operativo Android. Ma il vero fronte è quello delle forniture: lo stesso blocco aveva messo in ginocchio Zte l’azienda statale cinese competitor di Huawei. Pechino ha deciso allora di scaricare l’impresa connessa al 100 per cento con lo Stato cinese, puntando su Huawei, ufficialmente un’azienda privata. 

Ed ecco Tik Tok

Dopo Huawei è la volta di Tik Tok, popolare app di mini video, ramo americano della cinese ByteDance, la prima applicazione cinese che riesce a sfondare i mercati internazionali, conquistando milioni di adolescenti – e non solo – americani. Anche in questo caso Trump ripete le accuse già viste contro Huawei. Il problema sarebbero i dati raccolti dall’app, anch’essi a rischio di finire nelle mani del partito comunista cinese. Sia ByteDance sia Pechino hanno tentato di allontanare questa supposizione ma Donald Trump sembra avere proprio imparato dalla Cina come difendere il mercato interno. Con un ordine esecutivo nell’agosto 2020 la Casa Bianca obbliga l’azienda cinese a vendere a un compratore americano, pena l’esclusione dal mercato degli Stati Uniti. Pechino qualche giorno dopo risponderà bloccando l’export di know how cinese per quanto riguarda l’Intelligenza artificiale: un modo come un altro per rallentare l’acquisizione americana di Tik Tok e salvaguardare altre creazioni cinesi per il futuro.

Le due decisioni rappresentano le scosse di un unico terremoto perché nel mazzo trumpiano finiscono anche altre applicazioni tra cui WeChat, a conferma della spinta che arriva anche da una democrazia come quella americana verso una forma di sovranismo digitale che ricorda molto da vicino quanto Pechino fa da tempo. Fino ad oggi siamo stati abituati a osservare fenomeni di difesa dei confini digitali da parte di stati considerati a diverso titolo autoritari. Pechino in questo senso ha fatto scuola: il suo Great Firewall che blocca contenuti sgraditi e la censura nei confronti di prodotti stranieri, da un lato ha permesso al Partito comunista di controllare l’informazione, dall’altro ha fatto sì che le proprie aziende potessero fiorire senza la presenza di big occidentali: Tik Tok ma soprattutto WeChat sono il risultato di questo sovranismo digitale voluto e reso possibile in Cina. Su questa traiettoria nel tempo si sono indirizzati anche altri Stati, come ad esempio la Russia, la Turchia, l’Iran. Ma non solo perché nel mezzo di un confronto territoriale con Pechino, anche l’India ha bloccato l’utilizzo di decine di applicazioni e piattaforme cinesi (comprese Tik Tok e WeChat), segnando una svolta: per la prima volta un paese democratico, per quanto a tinte oscure quale è oggi l’India di Modi, seguiva l’operato della Cina. La decisione di Trump – dunque – segna un momento Tik Tok sia nell’ambito dello scontro con la Cina, sia in quello del mondo digitale, indicando una strada possibile anche per le democrazie. 

Per quanto riguarda il primo punto, inoltre, bisogna considerare anche il comportamento dei big americani: quasi contemporaneamente all’ordine esecutivo di Trump su Tik Tok, lo scorso 29 luglio, gli amministratori delegati delle quattro big tech americane erano impegnati a rispondere a domande sulla loro posizione dominante nel mercato al Congresso Usa. Il più chiaro di tutti è stato Mark Zuckerberg di Facebook: di fronte alle spinte bipartisan a smembrare il suo impero ha ricordato che indebolire Facebook significa lasciare mano libera alla Cina, spauracchio – anch’esso – bipartisan. In questo senso si potrebbe allora leggere la volontà di bloccare WeChat, da sempre modello di business studiato da Zuckerberg: bloccare la piattaforma cinese significherebbe fare quanto la Cina ha fatto da sempre, ovvero favorire il mercato nazionale (in questo caso quello dei pagamenti elettronici). 

In futuro dunque i casi Tik Tok potrebbero moltiplicarsi, con gli Usa impegnati a provare a bloccare l’accesso sul mercato americano a prodotti cinesi e la Cina tesa a complicare queste operazioni. Una specie di mondo capovolto rispetto a soli dieci anni fa, a testimonianza di come Pechino sia ormai parte integrante del nostro futuro.

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