L’app usata dall’Iowa Democratic Party dietro il disastro dei caucus (foto: Daniel Acker/Bloomberg via Getty Images)

A ormai due giorni dai caucus in Iowa del Partito democratico americano, non si hanno ancora i risultati definitivi della fondamentale prima tappa delle primarie americane. Dopo ore di caos e incertezza, sono stati diffusi dei dati parziali che danno come vincitore l’outsider Pete Buttigieg, con il favorito Bernie Sanders poco dietro. Il grande sconfitto sembra essere Joe Biden, che non arriverebbe neanche al 15% dei consensi. I risultati dell’Iowa sono uno dei momenti più importanti nella politica americana: si tratta del primo stato dove avvengono le primarie e chi vince qui ottiene una grande spinta nel prosieguo della corsa elettorale: solo Bill Clinton nel 1992 ha vinto le primarie democratiche senza primeggiare in Iowa.

Eppure quest’anno le cose potranno andare diversamente. L’Iowa, d’improvviso, si è sgonfiato e mentre ancora si contano i voti, candidati, giornalisti e tutta la macchina elettorale statunitense si sono spostati più a est, in New Hampshire, dove la prossima settimana si terrà il secondo appuntamento elettorale. Piuttosto che per la vittoria di questo o quel candidato, quest’anno dell’Iowa ci si ricorderà per l’imbarazzo del conteggio dei voti e pare che sia già in dubbio il suo ruolo di primo stato in cui si vota. Un dramma locale che diventa nazionale.

Quest’anno si è deciso di affidarsi alla tecnologia nell’elaborazione dei voti, così da avere maggiore trasparenza e, più in generale, agevolare le procedure. La cosa aveva già suscitato malumori nel paese, dal momento che da tempo si parla degli attacchi informatici russi durante le elezioni del 2016. E in effetti, quando alla chiusura dei caucus è iniziata a circolare la notizia di ritardi nei conteggi, si è pensato subito a un cyberattacco. In realtà, il problema sta nell’app sviluppata dalla società Shadow Inc. e dalla preparazione all’uso del tool degli operatori ai seggi, risultata poi scarsa o assente. Alcuni non avevano mai fatto delle prove con l’app nei giorni precedenti al voto, altri hanno visto comparire il messaggio di errore “protocollo sconosciuto”. L’utilizzo dell’app non era comunque obbligatorio – semmai preferibile – ed era ancora consentito il vecchio metodo della comunicazione dei dati via telefono. L’organizzazione non era però preparata all’ondata di chiamate conseguenti al fallimento dell’app, e il sistema è collassato.

Quanto è avvenuto in Iowa aggiunge un triste capitolo al sempre più massiccio libro mastro dei fallimenti del voto elettronico. In Italia ci siamo passati più volte con il sistema Rousseau, dove tra pagine di errore e ritardi nell’elaborazione dei dati, ogni volta ci troviamo a interrogarci sulla reale trasparenza e funzionalità del sistema. Anche quando nel 2017 si era svolto il referendum lombardo non vincolante sull’autonomia, l’utilizzo del voto elettronico aveva rivelato tutti i suoi bug, tra problemi nelle chiavette, difficoltà a elaborare i dati e volontari costretti fino alla mattina a cercare di rimediare al disastro. All’estero – sempre negli Stati Uniti – un caso eclatante è quello delle elezioni di Chicago del 2006, dove a posteriori risultò che avevano votato anche persone decedute. In Svizzera, è stata scoperta una falla crittografica nel sistema di e-voting cantonale che permette la manipolazione del voto senza lasciare alcuna traccia. Problemi sono poi stati registrati in altri paesi del mondo che hanno utilizzato la tecnologia nelle procedure di votazioni e conteggio, come India, Ucraina, Paesi Bassi e Venezuela.

L’Iowa ci ha impartito una lezione che forse già conoscevamo, ma che per la portata del luogo e per la posta in ballo assume più rilevanza: nel 2020 non siamo ancora pronti per la tecnologizzazione del voto. Come ha scritto Kevin Roose sul New York Times, “L’uso di un’app proprietaria per segnalare il voto è quel genere di cosa che sembra semplice sulla lavagna di una startup, ma che degenera nel caos nel mondo reale, in cui le connessioni si interrompono, i telefoni funzionano male e le app scarsamente testate si sovraccaricano a causa del traffico improvviso”.

Non è un caso che chi più si oppone alla tecnologizzazione del voto e del suo conteggio siano proprio i tecnici informatici, consapevoli del fatto che la procedura può andare incontro tanto a fallimenti del sistema, quanto ad attacchi esterni. Come ha detto Matteo Flora, esperto in Digital Reputation, “chiunque parli di voto elettronico libero, anonimo, segreto e sicuro come realizzabile nell’epoca presente o è un cretino, o è in malafede, o entrambi”.

La migliore tecnologia di voto e conteggio nell’era dell’iperconnessione continua allora a essere quella a base di matita, carta e telefono, della serie squadra che vince non si cambia. Pensando a noi, la buona notizia è che il crollo del Movimento 5 stelle dovrebbe risparmiarci nel prossimo futuro dalle sue crociate per la democrazia elettronica. La cattiva, guardando all’estero, è che in Nevada il 22 febbraio si terrà una nuova tappa delle primarie democratiche Usa, per cui è già stata sviluppata un’app molto simile a quella dell’Iowa.

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