Alla fine degli anni Ottanta avevo avuto successo nella tecnologia e negli affari, avevo mezzi sufficienti per vivere di rendita da lì in poi e, soprattutto, avevo una famiglia splendida. Fu allora che entrai in crisi. Mi accorsi che dentro di me covava un’insoddisfazione profonda. “Che cosa c’è di sbagliato?”, mi chiedevo. Con questa domanda ne tornavano altre due che, preso dai miei impegni, avevo sempre evitato di approfondire: “Qual è il senso della vita?” e “che cosa voglio io dalla mia vita?”.

Cresciuto come quasi tutti gli italiani con un’educazione cattolica, la religione mi aveva fornito risposte prima ancora che avessi la maturità di fare le domande. Per contro, poi, la scienza mi aveva tolto ogni speranza, perché descriveva un mondo distopico, meccanico e senz’anima. Una volta accettata questa visione, non potevo più accontentarmi di quei frammenti di saggezza raccolti qua e là, che elogiavano la bellezza, l’impegno, l’altruismo e la conoscenza. Virtù altisonanti ma vuote, dato che anch’esse sarebbero svanite assieme a noi con la nostra morte. Fu in quel momento, nel pieno di una “tranquilla disperazione”, che avvenne quello che chiamo il mio risveglio. Nel dicembre del 1990, mentre ero al lago Tahoe durante le vacanze natalizie, mi svegliai verso mezzanotte per bere un bicchiere d’acqua. Quando tornai a letto, mentre aspettavo di addormentarmi, sentii emanare dal mio petto una potente carica di energia mai provata prima.

Allora seppi senz’ombra di dubbio (e sulla natura di questa comprensione tornerò a breve) che questa era la sostanza di cui tutto ciò che esiste è fatto. Con enorme sorpresa riconobbi che quella luce ero io. L’intera esperienza durò meno di un minuto, ma mi cambiò per sempre. Conteneva una forza di verità maggiore di ogni altra che avessi mai vissuto, perché ciò che provavo era vero a tutti i livelli del mio essere: fisicamente il mio corpo era vivo e vibrante come non l’avevo mai sperimentato; a livello emotivo ero un’impossibile e potente sorgente d’amore; a livello mentale comprendevo con certezza e per la prima volta che tutto è fatto di amore. Infine, avevo scoperto l’esistenza di un ulteriore livello, quello spirituale, in cui ero tutt’uno con il mondo.  In breve, avevo compreso da dove proviene la consapevolezza.

La materia consapevole
Illustrazione, 1949 (GraphicaArtis/Getty Images)

Il problema difficile della coscienza

La natura dei sentimenti è diversa da quella dei fenomeni fisici. Un fenomeno fisico è ciò che avviene nel mondo materiale, accessibile dall’esterno attraverso i sensi o mediante strumenti tecnologici. È ciò che dà luogo a un’esperienza in terza persona, comune a tutti gli osservatori. Un sentimento è un’esperienza in prima persona, accessibile solo a chi lo provi dentro di sé.

Un esempio: la conversione dei segnali elettrici prodotti dai sensori odoriferi per riconoscere il nome-simbolo rosa è fatta mirabilmente dalle reti neurali del cervello, ma anche da quelle artificiali nel computer. Quest’ultimo, però, non va oltre il simbolo rosa, mentre noi non solo riconosciamo il simbolo, ma sentiamo anche il suo profumo. Come avvenga la trasformazione è del tutto inspiegabile per la fisica che conosciamo. Proprio su questo, che è poi noto come “il problema difficile della coscienza”, per dirla con il filosofo David Chalmers, riflettevo mentre lavoravo alle reti neurali artificiali a metà degli anni Ottanta: qual è il fenomeno fisico responsabile della sensazione olfattiva della rosa che percepisco? I filosofi della mente chiamano questa sensazione quale (qualia al plurale). In sintesi, il problema della coscienza è allora capire come emergano i qualia dalla materia. Nessuno ne ha la più pallida idea.

Siamo così abituati a essere coscienti, che non ci accorgiamo dell’impossibilità per la consapevolezza di emergere dalla materia, a meno che anche la materia non sia in qualche modo cosciente. Per oltre vent’anni, mentre fondavo e gestivo aziende, ho dedicato un terzo del mio tempo a capire come faccia la coscienza a emergere da segnali elettrici o biochimici. Quella notte di dicembre ho finalmente capito, sentendo dentro di me la risposta (l’avevo detto che ci sarei tornato): il mondo interiore dev’essere fin dall’inizio una proprietà di tutto ciò che esiste. Con questa prospettiva, scienza e spiritualità avrebbero potuto trovare un’unione profonda anziché una giustapposizione di convenienza. Dopo decenni di indagini su di me, ho deciso di ritirarmi da ogni attività per concentrarmi sullo sviluppo di un modello della realtà fondato sul presupposto che la consapevolezza sia una proprietà fondamentale e irriducibile della natura, proprio come la carica elettrica o quella magnetica delle particelle elementari. A proposito, agli scettici ricordo che fino a tre secoli fa nessuno sospettava l’esistenza dell’elettricità.

La materia consapevole
(foto: Zoe Vincenti/Ernesto Ruscio)

Un unico tutto

La consapevolezza è la capacità che abbiamo di avere un’esperienza senziente, cioè basata su sensazioni e sentimenti. Per estensione, è la capacità non solo di conoscere noi stessi, dentro noi stessi, ma anche di conoscere il mondo. Che, come già detto, non può essere compreso solo attraverso segnali elettrici o biochimici. Chi, come i materialisti, crede che la fisica descriva tutta la realtà, pensa che i computer prima o poi saranno senzienti, perché la convinzione basilare è che la coscienza emerga dalla complessità chimico-fisica del cervello.

È bene sottolineare che non esiste alcuna prova a supporto di questa convinzione. È un dogma della fisica, ma ha una conseguenza grave: non riconoscendo la consapevolezza come dote irriducibile della natura, la fisica finisce per descrivere una realtà senza scopo né significato. Convinti che la fisica descriva ogni cosa, siamo indotti a pensare di essere robot estremamente complessi. Il fatto che al contrario di un calcolatore noi siamo consapevoli (e appunto, sentiamo di esserlo), credo invece suggerisca che la fisica che conosciamo sia incompleta. Nel modello che propongo, essendo proprietà insita della materia, la consapevolezza esiste anche a livello dei campi quantici delle particelle elementari, quelle strutture da cui emerge tutto l’universo fisico.

Percezione e comprensione

Ritenendo i campi quantici consapevoli, ogni prospettiva cambia. Per spiegarlo è bene parlare di percezione e comprensione: la percezione è la forma che prende l’informazione quando è trasformata dai sensi e dal cervello in altri simboli, che vengono sperimentati dalla nostra consapevolezza. Tuttavia, la natura di questa conversione è, come dicevo, inspiegabile con i nostri paradigmi scientifici. Perché quando affermiamo di essere coscienti, intendiamo dire che percepiamo dei qualia, cioè che abbiamo un’esperienza interiore basata su sensazioni e sentimenti.

Il processo che estrae significato dai qualia si chiama comprensione, ed è ancora più misterioso della percezione. La comprensione, infatti, somiglia a un’invenzione che si verifica nella mente dell’inventore sotto forma di un lampo di significato, nell’istante in cui questo si forma per la prima volta. Comprendere vuol dire creare una categoria mai esistita, a cui siamo noi a dare il nome (ri-conoscere, di contro, è condurre a qualcosa di già noto). È questa l’essenza della nostra capacità intuitiva: creare discriminazioni-generalizzazioni sempre più sottili. Nel mio modello, la realtà fisica è formata dalla partecipazione attiva di una gerarchia di entità coscienti, o osservatori, ciascuno dei quali può esercitare il libero arbitrio. L’esistente è insomma una sovrapposizione di un numero immenso di realtà potenziali, create da tutte le entità interagenti. Ogni entità, dalle particelle elementari fino a quello che chiamo Uno, vale a dire la totalità dell’esistenza, decide poi di osservare e sperimentare una delle potenziali realtà che essa stessa ha contribuito a creare.

Prendiamo per esempio un neurone: ogni neurone è un’entità cosciente e il suo comportamento è dettato da quello degli organelli che lo compongono, dal comportamento degli altri neuroni, da quello della rete neurale cui appartiene e dalle sue decisioni (libero arbitrio). È questa piccola libertà, esistente a tutti i livelli gerarchici, che fa la differenza fra una visione del mondo deterministica e una fondata sull’esistenza di uno scopo nell’universo.

Ne consegue che le nostre decisioni sono condizionate dalle innumerevoli azioni che provengono sia dal basso (sotto-sé) sia dall’alto (super-sé), oltre che da quelle dell’entità del nostro livello. Il condizionamento, tuttavia, non arriva al punto da determinare completamente le nostre decisioni-azioni. Rimane una libertà di scelta significativa. In accordo con l’antica saggezza, ipotizzo che lo scopo fondamentale di Uno sia quello di auto-realizzarsi nel perseguire senza fine la conoscenza di sé. Uno conosce se stesso attraverso la manifestazione di unità di consapevolezza (compreso l’uomo), che comunicano tra loro e si integrano, dando vita a una gerarchia sempre più vasta di sé con cui approfondire la sua conoscenza. Per quanto Uno possa conoscersi, non arriverà mai al fondo della sua infinitezza.
Questo, per me, è il profondo significato della frase del filosofo Pierre Teilhard de Chardin: «Immergiti nella Materia… essa ti porterà fino a Dio».

La solita follia

Con la Federico & Elvia Faggin Foundation, dal 2011 tentiamo di spiegare quello che de Chardin aveva intuito. Beninteso, non è un lavoro facile e sono in molti a credere che, alla mia età, cominci a perdere il senno.

Niente di nuovo: mi davano del pazzo anche quando ho progettato il primo microprocessore, oppure quando alla fine degli anni Ottanta proponevo che i nostri touch screen venissero adottati nei telefonini. Insomma, ci sono abituato. Mi sono assunto peraltro il rischio di essere ulteriormente vituperato dedicando alle mie nuove ricerche un’ampia parte della mia autobiografia Silicio: avrei potuto evitare di scriverlo, il libro. Oppure avrei potuto raccontare la storia delle mie invenzioni esaltandone il successo. Ho invece deciso di sfruttare quello che ho fatto per dare credibilità alle mie indagini attuali, un lavoro in cui credo fermamente. È cambiando la testa che cambieremo il futuro. E la testa si cambia da dentro. Ancora una volta, è questione di consapevolezza.

 

Fisico, ingegnere e inventore nato a Vicenza nel 1941, Federico Faggin si è trasferito negli Usa nel 1968. Responsabile dello sviluppo del primo microprocessore della storia, dopo gli avanguardistici studi delle reti neurali artificiali, nel 1986 ha inventato i primi touchpad e il touch screen. Premiato con la Medaglia nazionale per la tecnologia e l’innovazione da Barack Obama nel 2010, ha fondato con la moglie la Federico & Elvia Faggin Foundation, dedicata allo studio scientifico della coscienza. La casa editrice Mondadori ha pubblicato la sua autobiografia, Silicio (2018).

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