(foto: Science Photo Library via Getty Images)

La Mdma – o ecstasy – potrebbe in futuro essere utilizzato in ambito medico per trattare alcuni problemi psichiatrici. Eppure, già diversi studi hanno messo in luce alcune potenzialità di questo composto nel trattare sintomi psichiatrici, in particolare il disturbo postraumatico da stress (Ptsd) un disturbo d’ansia che insorge in seguito a un trauma. Oggi un gruppo di neuroscienziati, coordinati dalla Johns Hopkins University School of Medicine, ha mostrato, per ora su modello animale, che l’Mdma è in grado di riaprire una finestra temporale, chiamata in gergo specialistico periodo critico. In questo lasso di tempo il cervello è molto plastico e l’esperienza modifica alcuni percorsi cerebrali. E dunque in qualche modo ciò che abbiamo vissuto si imprime in maniera irreversibile nella mente. Il risultato di oggi, pubblicato su Nature, potrebbe essere importante per studiare nuovi percorsi terapeutici per chi ha vissuto un forte trauma e soffre di un disturbo post-traumatico da stress.

L’Mdma (3,4-metilendiossimetamfetamina) non è attualmente ancora una terapia. Tuttavia, già nell’agosto 2017 la Food & Drug Administration, l’ente statunitense che regola l’uso dei medicinali e degli alimenti, ha designato il composto Mdma come breakthrough therapy per il disturbo post-traumatico da stress. Questa designazione comporta che l’Mdma possa seguire un iter della sperimentazione più veloce e potenzialmente ottenere in futuro un’approvazione rapida come farmaco contro il Ptsd.

Sulla base di precedenti risultati, l’idea dei ricercatori è che il composto possa avere un effetto sui periodi critici, riaprendo queste finestre temporali ormai chiuse. Queste finestre, durante l’infanzia e la pubertà, sono estremamente importanti per lo sviluppo del sistema nervoso e per le sue funzioni: in questi momenti, infatti, avvengono modificazioni di specifiche funzioni nervose, legate a abilità cognitive essenziali, come il linguaggio. Durante questi periodi sensibili, in pratica, gli stimoli ambientali esterni si traducono in variazioni dei circuiti cerebrali, contribuendo allo sviluppo di queste capacità. In queste fasi, inoltre, il cervello è plastico e sensibile e impara il valore della ricompensa associata a comportamenti sociali. Nel caso di un disturbo, come quello post-traumatico da stress, aver superato questi periodi, dunque la chiusura di queste finestre temporali, riduce la capacità del cervello di adattarsi positivamente alle nuove situazioni. Per questa ragione, riaprire questi periodi può essere una strada importante per trattare diverse condizioni patologiche.

Gli autori hanno studiato sul topo gli effetti dell’Mdma per riaprire i periodi critici. In questo animale, il periodo critico in cui avviene l’apprendimento del valore della ricompensa associata a comportamenti sociali è intorno alla pubertà. Gli scienziati hanno somministrato il composto in un gruppo di topi adulti, che avevano superato la pubertà, osservando per 48 ore le loro attività. Gli animali potevano scegliere se trascorrere più tempo in un ambiente in cui erano da soli oppure in compagnia. La maggior parte degli animali ha adottato un comportamento sociale tipico dell’età della pubertà, trascorrendo più tempo in compagnia ed associando l’interazione con gli altri ad una gratificazione. In questo modo hanno appreso che il comportamento sociale è soddisfacente e comporta una ricompensa. Questo atteggiamento è stato osservato per circa due settimane nei topi a cui era stato somministrato l’Mdma, mentre nel gruppo di controllo non è stato rilevato. “Il risultato – commenta il neuroscienziato Gül Dölensuggerisce che abbiamo riaperto il periodo critico nei topi, fornendo loro la capacità di apprendere comportamenti sociali associati ad una ricompensa in un periodo in cui sono meno inclini ad assumere questi comportamenti”.

Gli autori, inoltre, hanno osservato una maggiore attivazione dell’ossitocina, un neurotrasmettitore associato a vari processi fisiologici, legati sia all’affetto sia all’amore romantico, di cui rappresentano le fondamenta neurobiologiche. L’ossitocina, in particolare, definita come ormone dell’amore, fra le varie attività promuove comportamenti sociali positivi. I ricercatori hanno rilevato che nei topi adulti a cui era stato somministrato l’Mdma l’ossitocina dà il via ad un insieme di segnali, fra i neuroni, che favoriscono la memoria e il processo di apprendimento. In altri termini, una delle basi biologiche della riapertura di questi periodi e di questo nuovo apprendimento potrebbe essere proprio l’ossitocina.

La ricerca potrebbe anche aiutare a capire meglio come agisce l’Mdma nei pazienti un con disturbo post-traumatico da stress, spiegano gli autori. Se nell’essere umano l’Mdma ha lo stesso effetto mostrato nel topo, quanto emerso oggi potrebbe spiegare perché questo composto è risultato efficace nel trattare persone con il Ptsd. “Nel momento in cui sviluppiamo nuove terapie o determiniamo quando somministrarle – conclude Dölen – è essenziale conoscere il meccanismo biologico con cui agiscono”. Anche se gli autori raccomandano cautela, dato che non per forza l’Mdma funziona in tutti i disturbi psichiatrici.

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