Redatto da Oltre la Linea.

Nel corso di quest’anno e mezzo – dal 4 marzo 2018, passando per i 14 mesi del governo pentaleghista, e poi andando attraverso le elezioni europee, per finire con la crisi agostana -, il MoVimento 5 Stelle ha pagato – a livello elettorale e di fiducia da parte dei cittadini – uno scotto notevole, e per una serie di questioni.

La nascita intrinsecamente variegata del Movimento stesso, la raccolta nel proprio grembo di proteste provenienti tanto da destra quanto da sinistra – nel tradizionale panorama bipolare della politica italiana -, la mancanza di una classe dirigente pienamente degna di questo nome e le sfumature interne quanto mai differenti. Sono tutti fattori che hanno contribuito a creare un corpo massiccio, dal peso specifico notevole, ma al contempo fragile alla prova fattuale delle contingenze.

Infatti, le differenti anime degli elementi che ne fanno parte – parlamentari e non – sono attualmente pienamente visibili. Da una parte, l’altro elemento (ex) governativo, la Lega, più compatto e navigato, fortificata e sulla cresta dell’onda grazie a sondaggi sempre più promettenti e ben auguranti. Dall’altro, il PD, il partito più istituzionale d’Italia, che ha dalla propria parte tanto i mainstream media e gli organi di informazione (De Benedetti docet), quanto una qual certa parte della Magistratura (come il recente caso CSM sottolinea).

Una cosa che molti elettori pentastellati non hanno perdonato ai 5 Stelle è stata la loro capovolta – o, almeno, quella di una parte dei suoi deputati e senatori, le cui diversità non sono così facilmente manovrabili assieme – sulle tematiche dell’Unione Europea. Da forza politica nata euro-scettica, anti-sistema e populista, a forza sviluppatasi come euro-riformista (quand’anche non filo-europea), filo-sistemica e niente affatto incendiaria.

La più clamorosa dichiarazione a tal proposito – una dichiarazione che è andata nettamente al di là di qualsivoglia eventuale schermaglia verbale, o di parole sfumate, camuffate e strategiche -, è stata pronunciata da Manlio Di Stefano il 21 agosto 2019 alla trasmissione Omnibus. Uomo esperto della politica estera, spesso si è dimostrato capace di analisi della situazione internazionale degne di nota: tuttavia, quanto trasparso e pronunciato sul La7 ha totalmente sconvolto la sua immagine, rigirata brutalmente come un calzino.

Egli, infatti, nonostante un’analisi nel complesso discretamente equilibrata della situazione interna, si è pronunciato sull’Unione Europea, sull’euro e sui trattati continentali come mai ci si sarebbe aspettati. Quantomeno da una personalità di una qual certa portata come la sua, e con il suo passato recente. Schiaffando in pieno volto ai suoi elettori (e non) euroscettici una delusione cocente (peraltro, dopo aver fatto un endorsement al Presidente Mattarella, in quanto “ancora non lo conoscevano” al tempo della richiesta che fecero dell’impeachment):

«Io credo che noi passeremo alla storia […] per aver iniziato un percorso di sovranità nazionale in termini europeisti», ha risposto alla precisa domanda del conduttore. Incalzando in seguito: «[Una cosa] Che è la vera novità. Perché tutti i sovranisti d’Europa parlano a casa male dell’Europa e poi vanno in Europa a prendere i soldi».

Già qui, le prime fallacie nel discorso di Di Stefano emergono poderose, chiedendo giustizia. Un percorso di sovranità nazionale – specialmente se si tratta di un percorso mirato a recuperare la sovranità perduta, incostituzionalmente ceduta – non può implicare l’appartenenza ad organismi sovranazionali che ne richiedano delle parti, di fatto espropriandone il Paese (i Passi avanti dell’Europa sono cessioni di sovranità, secondo la “distorsione montiana”) e rendendolo monco di alcune sue leve fondamentali. In catene, stretto da lacci e lacciuoli, come anni fa il M5S sosteneva senza se e senza ma.

La metamorfosi di Manlio Di Stefano sull’UE

L’Unione Europea, da questo punto di vista, è un perfetto titanico moloch che ha oppresso ed impoverito l’Italia, attraverso trattati assurdi ed incomprensibili, le cui strutturazioni hanno leso profondamente il tessuto socio-economico italiano. Usufruendo di una moneta gestita da privati ed i cui interessi per i prestiti hanno costretto il Bel Paese ad avanzi primari feroci. Leggasi: tassazione alle stelle, perché le entrate superassero le uscite e gli investimenti dello Stato (che però non è un’azienda); privatizzazioni selvagge; svendita del patrimonio pubblico (grandi imprese, su tutte l’IRI; banche; ospedali; ecc…); disoccupazione del 9-10% minima per il rispetto del NAIRU; continuo ricatto dei mercati finanziari.

Inoltre, l’Italia avrebbe tutto il diritto di essere pienamente sovranista in Europa, essendo che è un contributore netto di svariate decine di miliardi di euro. Per di più, nel momento in cui Paesi come Polonia, Ungheria, Romania e così via abbiano giovamento dal meccanismo europeo, che dà loro miliardi più di quanti ne ricevano… Non sono loro incoerenti a voler essere scettici verso l’Unione Europea a prescindere dai benefici che ne traggono, semmai siamo forse noi stolti a versare soldi per altri Paesi, quando nel nostro esistono oltre 5 milioni di persone sotto al soglia della povertà, sanità pubblica sempre più trascurata, scuole fatiscenti, strade pessime, territori incolti e così via.

Tuttavia, è proseguendo nell’ascolto dell’arringa di Di Stefano che l’ascoltatore euroscettico avrà probabilmente sentito gelarsi il sangue nelle vene: «Ieri Salvini ha detto una cosa molto chiara. Ha detto sostanzialmente nel suo discorso […] che la Lega è quella che non vuole nessun legame con l’Unione Europea. Tradotto: chi vota Lega oggi lo fa per uscire dall’Unione Europea. Per noi, uscire dall’Unione Europea è follia in questo momento, ne siamo un Paese fondatore e ne traiamo grandi giovamenti. Non abbiamo mai cambiato idea: noi abbiamo detto “Dobbiamo stare in Europa”, però rivendicando il nostro ruolo di una delle quattro più grandi potenze europee».

Come già argomentato poc’anzi, rispetto all’epoca in cui l’Italia era sovrana sul proprio territorio, le condizioni sociali della popolazione sono peggiorate, ed il Paese è stato economicamente distrutto, spolpato, col beneplacito di diverse personalità colluse al proprio interno: e non perché l’Italia abbia infranto le regole europee, ma anzi perché le ha rispettate fin troppo. Trattandosi, infatti, di regole assurde: stabilità dei prezzi e bassa inflazione (tradotto: bassi investimenti, alta tassazione e dipendenza dai mercati internazionali – essendo che la BCE espressamente non può aiutare gli Stati) davanti a crescita sociale e cooperazione fra Stati.

La metamorfosi di Manlio Di Stefano sull’UE

Ritornando all’intervista, il deputato 5 Stelle ha continuato col dire che il referendum era soltanto l’opzione ultima del MoVimento, ed ha così chiosato: «Molto diverso è dire agli Italiani “Usciamo dall’euro e dall’Unione Europea”. Che oggi significa – guardate la Brexit – perdere il diritto alla mobilità europea, perdere sostanzialmente e veramente i soldi in banca, una distruzione del proprio ruolo in Europa dal punto di vista economico e quant’altro». Una sequela di frasi senza fondamento, volte a screditare aprioristicamente qualunque scetticismo in merito alle peculiarità dell’UE.

Infatti, la Brexit che Boris Johnson condurrà a termine il 31 ottobre di quest’anno, con le leggi UE già non più valide sul suolo d’Oltremanica, sta attualmente producendo risvolti tutt’altro che problematici. Disoccupazione ai minimi storici dagli anni Settanta, elevazione dei salari come non si vedeva da tempo ed ora una rinnovata partnership con gli Stati Uniti di Donald Trump, cui l’alleanza di Francia e Germania risulta sempre più indigesta.

Per di più, la mobilità europea non verrà perduta per le isole britanniche, in quanto le compagnie aeree non smetteranno certo di volare nello UK per una scelta politica dei cittadini di quest’ultimo, e così non lo faranno neppure i passeggeri. Del resto, barattare la sovranità del proprio Paese (e quindi le proprie indipendenza e democrazia) per non dover presentare il passaporto alla dogana è un prezzo quanto mai salato da pagare.

Viene poi la perdita dei soldi in banca: una scelleratezza incredibile, rasentante finanche la propaganda. I conti corrente, nel momento in cui esista una legislazione statale che li tuteli, non possono essere toccati, e stando alla “lex monetae”, in caso di cambio di valuta essi verrebbero semplicemente riconvertiti nella nuova valuta, per l’appunto.

Infine, giova ricordare a Di Stefano che l’Italia, prima della moneta unica e dei trattati di Maastricht del 1992, non soltanto era protagonista in Europa, ma era LA protagonista, con un modello meraviglioso di Terza Via fra Stato e mercato, fra pubblico e privato, fra grande e piccolo. Come ebbe a titolare il Corriere della Sera, la «quarta potenza» mondiale, che faceva una concorrenza eccezionale niente di meno che alla Germania, e la cui lira e relativa politica monetaria erano tremendamente temute ed avversate (specialmente dalla Francia, come del resto scriveva Repubblica nel 1996), perché funzionanti e forti, esercitate e condotte innanzi da uomini capaci.

La metamorfosi di Manlio Di Stefano sull’UE

La metamorfosi di Manlio Di Stefano sull’UE

La metamorfosi di Manlio Di Stefano sull’UE

In conclusione, si può candidamente riconoscere che Manlio Di Stefano, per tutti i sostenitori euroscettici della base del MoVimento 5 Stelle, abbia rappresentato ad Omnibus una delusione notevole, per quel che riguarda il discorso del rapporto fra Italia ed Unione Europea. Egli ha infatti compiuto un triplo carpiato che può aver persuaso i meno attenti al tema, ma che di certo non è passato inosservato a coloro ai quali invece sta a cuore. Una traslazione che, oggi come mai, è emblema della divisione interna del MoVimento: una divisione le cui sezioni, sic stantibus rebus, dovranno scegliere da quale parte stare.

(di Lorenzo Franzoni)

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