(illustrazione: Getty Images)

In questi giorni è diventato chiaro a tutti: la pandemia di Covid-19 è uno di quegli eventi epocali capaci di stravolgere le nostre vite e destinato a lasciare un segno sul mondo. La sensazione è un misto di angoscia e stupore: com’è possibile che questo nuovo coronavirus che sembra saltato fuori dal nulla possa creare tanto scompiglio? Scuole chiuse, saracinesche abbassate, strade silenziose dove si affrettano pochi passanti, ci si parla a un metro di distanza, ci si mette in coda per entrare in panetteria. Chi avrebbe potuto immaginare un’intera nazione in quarantena nella speranza di spezzare la catena del contagio?

Un mondo a rischio

Eppure la Covid-19 non è un cigno nero, uno di quegli eventi rari e gravidi di conseguenze, capaci di manifestarsi in modo inatteso e cogliere tutti di sorpresa. Non lo è perché, come ha spiegato lo stesso Nassim Nicholas Taleb, l’eclettico economista libanese che ha reso celebre la metafora del cigno nero, le pandemie non sono eventi imprevedibili. Al contrario, le serie storiche mostrano che si tratta di fenomeni ricorrenti, che accompagnano (e talvolta scuotono) la storia dell’umanità fin dai suoi albori. Oggi si ipotizza che circa tre volte al secolo, più o meno ogni trent’anni, un nuovo agente infettivo possa diffondersi nella popolazione mondiale, dando vita a una pandemia. Non è una regola ferrea, ma l’evidenza mostra che le epidemie sono eventi ciclici. Siamo infatti parte di un ecosistema in cui, dal continuo scambio di patogeni con altre specie animali, di tanto in tanto emerge un agente infettivo sconosciuto al nostro sistema immunitario, che nel nostro mondo globalizzato e iperconnesso trova gioco facile nel trasmettersi da persona a persona in ogni angolo del pianeta.

Una nuova pandemia era attesa al punto che, non più tardi dello scorso settembre, cioè due mesi prima che fosse identificato il nuovo coronavirus, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e la Banca mondiale avevano lanciato l’allarme: il mondo non è preparato ad affrontare il rischio di un virus pandemico, che nello scenario peggiore potrebbe fare decine di milioni di vittime e mettere in ginocchio l’economia globale. Nel rapporto Un mondo a rischio redatto dagli esperti del Global Preparedness Monitoring Board si legge che, tra il 2011 e il 2018, si sono registrate 1.483 epidemie in 172 Paesi del mondo, comprese quelle di Ebola, Sars e Zika per cui l’Oms aveva diffuso l’allerta internazionale. E che, a loro volta, erano seguite alla pandemia di H1N1, la cosiddetta influenza suina, che nel 2009 ha causato circa mezzo milione di vittime.

Le conclusioni del rapporto potrebbero apparire profetiche se non fosse che, più che a un evento inatteso, oggi siamo di fronte a un allarme disatteso: le misure necessarie per prevenire e contenere una minaccia sanitaria globale non sono state implementate. “Per troppo tempo abbiamo assistito a un alternarsi di allarmismo e disinteresse nei confronti del rischio pandemico: intensifichiamo gli sforzi quando c’è una grave minaccia, e ce ne dimentichiamo non appena il pericolo passa. Ora è tempo di agire”. Ma per quanto possa sembrare paradossale, l’OMS lamenta che neppure adesso molti Stati fanno abbastanza per prepararsi all’impatto della Covid-19.

Prepararsi all’impatto

E c’è di più. Oggi il Global Health Security Index consente di valutare la capacità delle 195 nazioni che aderiscono al Regolamento sanitario internazionale di gestire una minaccia pandemica. L’ultimo rapporto, pubblicato in ottobre, conferma che il mondo non è attrezzato per affrontare una crisi sanitaria globale. Giudicando il grado di preparazione di ogni Paese su una scala da 1 a 100, i risultati mostrano infatti che il punteggio medio è di appena 40. Soltanto Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Australia e Canada ottengono la sufficienza, con un punteggio superiore a 75. Tuttavia, come si legge nel rapporto, persino questi Paesi rischiano di trovarsi in seria difficoltà durante una pandemia.

L’Italia, con un punteggio di 56 su 100, occupa il 31° posto in classifica e si colloca nella fascia intermedia. Tra i diversi indici, l’Italia è promossa nelle capacità di rilevare e segnalare in tempi brevi l’insorgere di un’epidemia di interesse internazionale (78,5 punti), ma ottiene risultati modesti nella prevenzione delle emergenze (47,5 punti) e nella capacità di risposta rapida e mitigazione (sempre 47,5 punti). Suona invece come una bocciatura il giudizio sull’efficacia del sistema sanitario nell’offrire assistenza ai pazienti e proteggere la sicurezza di medici e infermieri (appena 37 punti), doloroso effetto collaterale di decenni di tagli alla nostra sanità pubblica.

A livello internazionale, invece, il dato più inquietante è che un terzo delle nazioni del mondo appare del tutto impreparato a gestire una pandemia. E poiché siamo di fronte a rischio globale, la vulnerabilità dei Paesi con i sistemi sanitari più deboli potrebbe ripercuotersi anche su tutti gli altri, dando origine a ondate successive nella diffusione del contagio. I virus pandemici, ormai si sa, se ne fregano dei confini disegnati sulle mappe e dei controlli alle frontiere. O si vince insieme, o si perde insieme.

The post La pandemia di coronavirus non era imprevedibile. Ma il mondo è impreparato appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it