(foto: nicolas_ via Getty Images)

La pandemia di Covid-19 ha cambiato la nostra vita lavorativa, sociale, affettiva e non solo. La sanità ha dovuto far fronte a uno dei più grandi stravolgimenti. Durante il lockdown, le strutture hanno dovuto adeguarsi e ridefinire le priorità per eseguire soltanto i trattamenti e gli interventi improrogabili, mentre cure di routine sono state posticipate.

Ma anche il modo di fare ricerca è cambiato. Quando parliamo di ricerca clinica, in questo periodo, pensiamo soltanto ai trial che studiano il nuovo coronavirus. Ma anche quelli su altre malattie in molti casi continuano ad andare avanti, anche se potenzialmente con qualche conseguenza. Tanto che ora gli scienziati si chiedono se i numerosi trial clinici non su Covid-19, ma ad esempio in ambito oncologico o sulle malattie malattie infettive, iniziati prima della comparsa del virus e in corso durante l’epidemia, ne abbiano in qualche modo subito degli effetti. La domanda è: gli spostamenti limitati, il minor numero di visite di follow up, conseguenze negative sulla salute fisica e mentale o addirittura il fatto che i volontari possano aver contratto l’infezione durante il trial può influire sui risultati? La risposta non è per niente banale e il tema è affrontato in un articolo di Kelly Servick su Science.

Gli studi clinici sui tumori

In discussione sono ad esempio gli studi clinici sui tumori ai tempi di una pandemia, che non potevano essere interrotti a causa dell’emergenza proprio perché in queste malattie la ricerca di una cura non può essere rimandata. E per molti pazienti prendere parte a questi studi può essere la strada migliore per le loro condizioni cliniche. Ad esempio, l’Alliance for Clinical Trials in Oncology, che coordina gli studi clinici sul cancro negli Stati Uniti e in Canada, non ha escluso nessun paziente dai trial, anche durante questo periodo, come spiega Monica Bertagnolli, a capo dell’organizzazione. E questa era la scelta più opportuna, anche se necessariamente i trattamenti sono stati leggermente o in parte modificati a causa dell’epidemia Covid-19.

Biopsie, esami di imaging per valutare l’estensione del tumore o la risposta alle terapie, ad esempio, sono stati in alcuni casi posticipati. I cambiamenti, approvati e giustificati dalla Fda – l’ente statunitense che regola i farmaci – erano ovviamente necessari, valutando il rapporto rischio benefici, per tutelare la salute dei pazienti. Ma questo fa sì che nel trial clinico i ricercatori forse non saranno in grado di indicare come si presentava la malattia o quanto funzionava la terapia con le tempistiche e alle date esatte fissate prima che iniziasse il trial.

Effetti del Covid-19: positivi, negativi o neutri?

Qualche ricercatore confida nel fatto che se ci sarà un divario o differenze nei trial clinici sul cancro causate dalla pandemia queste siano piccole e rientrino da sole senza modificarne in maniera significativa i risultati. Ma qualcuno obietta che se un numero rilevante di partecipanti contrae l’infezione o va incontro a decesso – anche perché i più colpiti sono anziani e con patologie – questo potrebbe confondere i dati e renderne difficile l’interpretazione.

Covid-19, salute mentale e malattie infettive

Ma non bisogna pensare solo ai tumori. Anche gli studi sulla salute mentale potrebbero subire effetti imprevisti e negativi o che comunque non rientrano negli obiettivi di studio di un certo trial. Soprattutto se si è colpiti direttamente da Covid-19 o nella propria famiglia c’è un rischio alto l’epidemia può essere vissuta come un trauma importante e causare stress e altre emozioni negative, come spiega la psicologa Lynnette Averill della Yale School of Medicine, o anche in certi casi portare a un disturbo postraumatico da stress.

Ma anche i trial su altre malattie infettive possono cambiare molto, soprattutto in un periodo di distanziamento sociale e di lockdown. Pensiamo al caso del virus dell’Hiv che si trasmette sessualmente: i risultati dei trial sulla prevenzione dipendono anche dal rischio individuale di contrarre il virus che sicuramente è più basso (fortunatamente) se non si hanno contatti sociali, come spiega Myron Cohen ricercatore che si occupa di malattie infettive alla University of North Carolina.

In tutti questi casi gli esperti concordano: prima viene la salute della persona e la garanzia di seguire il malato, anche quando c’è la pandemia Covid-19, e poi si capirà meglio come valutare anche questi trial.

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