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Molti paesi raccolgono dati biometrici dei viaggiatori, spesso attraverso i documenti e i controlli negli aeroporti, come emerge peraltro da uno studio condotto Comparitech che vede la Cina come primatista di specialità: nessuno, nel mondo, la batte nella raccolta di questo tipolo di dati. Dalle foto dei passaporti fino all’accesso alla banca online con le impronte digitali, “l’uso della biometria sta crescendo a un ritmo esponenziale” si legge nella ricerca, che è stata condotta su 50 paesi con l’obiettivo di comprendere come e quando questi dati vengono prelevati, a cosa servono e come vengono archiviati. Ne risulta una situazione migliore dentro i confini dell’Unione europea anche grazie al regolamento Gdpr

Cosa sono i dati biometrici

La biometria si basa su sistemi informatici in grado di riconoscere e identificare le persone sulla base di alcune caratteristiche biologiche come impronte digitali, altezza, colore e dimensione dell’iride, sagoma della mano. Se ne deduce che il riconoscimento biometrico nel nuovo millennio può semplificare una serie di azioni – accedere al conto online con l’impronta digitale o sbloccare il cellulare con l’uso del volto – ma diviene oggetto di molti interrogativi in materia di privacy. Primo fra tutti il rischio di un’enorme mole dei dati dei cittadini in mano ai governi che possono usarli per controllare o sorvegliare.

Lo studio sottolinea infatti che “nonostante molti paesi riconoscano i dati biometrici come sensibili, è ampiamente accettato un maggiore uso biometrico”. A tal proposito era intervenuto il Regolamento europeo sulla protezione dei dati (Gdpr), che, all’articolo 4, classifica i dati biometrici come “dati personali ottenuti da un trattamento tecnico specifico, relativi alle caratteristiche fisiche, fisiologiche o comportamentali di una persona fisica e che ne consentono o confermano l’identificazione univoca, quali l’immagine facciale o i dati dattiloscopici”.

Una vita sotto controllo

La Cina, da quanto risulta dallo studio, fa un uso così invasivo della biometria da permettere di parlare di “sorveglianza biometrica”. È seguita nella classifica dei peggiori da Malesia e Pakistan, Stati Uniti, India, Indonesia, Filippine e Taiwan. Pechino però, in particolare, starebbe espandendo il sistema nazionale biometrico – già utilizzato nei passaporti, nelle carte d’identità e nei conti bancari – per creare un database nazionale che include il Dna. Ma non finisce qui: “La Cina fa un uso altamenti invasivo della tecnologia di riconoscimento facciale nelle telecamere a circuito chiuso”, specifica la ricerca. Si calcolano 100 telecamere ogni mille abitanti, che fanno delle città cinesi le più sorvegliate del mondo.

Negli ultimi tempi, poi, è stato introdotto anche il riconoscimento facciale anche per chi acquista una nuova sim telefonica per il cellulare. In Cina, inoltre, “le aziende sono state persino autorizzate a monitorare le onde cerebrali dei dipendenti per verificarne la produttività mentre sono al lavoro” si legge. Il problema di una sorveglianza così invasiva non riguarda solo i cinesi: infatti i visto per entrare a Pechino viene rilasciato dopo aver rilevato le impronte digitali degli stranieri.

La situazione in Italia

Come si anticipava, alcune misure contenute nel Gdpr proteggono l’uso della biometria sul luogo di lavoro e questo ha fatto sì che i paesi Ue ottenessero un punteggio complessivamente migliore rispetto agli altri. In questo spettro, l’Italia si piazza a metà classifica con un punteggio di 15 su 25 (dove più si sale e più si è sorvegliati) del tutto in linea con gli altri paesi europei, dove i più virtuosi sono Irlanda e Portogallo. Si legge però che il nostro paese ha un database di 16 milioni di foto dei cittadini a cui la polizia nazionale ha accesso (ne abbiamo parlato anche su Wired parlando di Sari, il Sistema automatico di riconoscimento delle immagini). Inoltre, seppur il riconoscimento facciale non venga ancora utilizzato dalle telecamere a circuito chiuso, “la polizia sta attualmente facendo alcuni esperimenti in tal senso”.

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