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Per molti è solamente un lontano ricordo scolastico, relegato tra le pagine di Manzoni o magari di Boccaccio. Per altri, purtroppo, la peste è ancora oggi un nemico fin troppo reale. Lungi dall’essere sparita dopo la grande epidemia che decimò l’Europa nel medioevo, la peste è infatti endemica ancora oggi in molti paesi del globo. A ricordarcelo è una notizia recente: un caso di peste bubbonica nelle province interne della Mongolia, confermato dalle autorità cinesi nelle scorse settimane. Il terzo in un mese, a dimostrare che l’Yersinia pestis, il batterio che causa le tre principali forme di peste note, è ancora capace di fare paura. Una paura – assicurano gli esperti – che non deve trasformarsi in panico irrazionale: pur trattandosi di una grave malattia, per la medicina moderna si tratta di un nemico tutto sommato facile da contenere e da debellare, con le giuste armi e intervenendo per tempo. Vediamo meglio perché, quali sono i reali pericoli legati alla peste, e per quale motivo questa malattia, per quanto ancora presente, difficilmente potrà nuovamente provocare epidemie gravi come quelle del passato.

I nuovi casi cinesi

Il più recente paziente cinese è un uomo ricoverato nella provincia mongola di Huade dopo aver contratto il batterio Yersinia pestis cacciando e consumando le carni di una lepre selvatica (uno dei mammiferi noti per trasmettere il batterio alla nostra specie). Appena due settimane prima le autorità sanitarie cinesi avevano dovuto confermare altri due casi provenienti dalla stessa zona della Mongolia, entrambi ricoverati in quarantena in un ospedale della capitale in seguito alla diagnosi di peste polmonare, la forma più grave della malattia. E non è tutto: a maggio infatti due coniugi di mezz’età erano deceduti in Mongolia per colpa della peste bubbonica, provocando la messa in quarantena della regione per sei giorni e costringendo diversi turisti internazionali a ritardare il rientro ed eseguire la profilassi antibiotica per essere venuti in contatto con i due malati. Tutta colpa, sembrerebbe, di una prolungata ondata di siccità che ha prodotto un’invasione di ratti in un’area della Mongolia interna grande quanto l’Olanda, provocando danni per oltre 86 milioni di dollari, e lasciandosi dietro – evidentemente – una grande quantità di mammiferi infettati dallo Yersinia pestis.

La malattia

La peste non dovrebbe avere bisogno di presentazioni. Per i distratti, comunque, si tratta di una zoonosi: una malattia trasmessa all’uomo, in via primaria, dal contatto con un animale. In questo caso il vettore principale sono le pulci dei ratti, ma molti piccoli mammiferi, come scoiattoli, lepri, conigli e marmotte, possono trasportare il batterio (dopo essere entrati in contatto con le sopracitate pulci) e contagiare gli esseri umani. Una volta in fase acuta la malattia diventa ben più contagiosa, e può essere trasmessa facilmente dai pazienti per contatto, diretto o indiretto, o per via aerea. Le forme che può prendere la malattia sono 3: la più celebre peste bubbonica, in cui il batterio invade i linfonodi, provocandone il rigonfiamento a formare i famosi bubboni; la peste setticemica, più rara e mortale tra le tre, in cui il microorganismo (spesso in seguito a un esordio bubbonico) riesce a propagarsi nel sistema circolatorio infettando tutti gli apparati dell’organismo; e la peste polmonare, in cui l’infezione riguarda i polmoni e caratterizzata da una mortalità maggiore rispetto alla normale peste bubbonica e una maggiore facilità di trasmissione attraverso colpi di tosse o starnuti.

Le epidemie di peste

L’esatta storia della peste è ancora fonte di dibattito per gli esperti. Si ritiene comunque che il batterio abbia avuto origine nelle zone dell’Asia Centrale, per raggiungere poi l’Europa e il Medio Oriente a più riprese, seguendo prima i flussi migratori dalle zone in cui era endemico, e viaggiando poi lungo le rotte commerciali, probabilmente all’interno delle pulci che infestavano i ratti, fin troppo abbondanti sulle navi e lungo le vie carovaniere del passato. Negli ultimi duemila anni si conoscono tre principali epidemie di peste. Autentici disastri, che in totale potrebbero aver ucciso più di 200 milioni di persone. La prima colpì intorno al sesto secolo, all’epoca in cui Giustiniano Primo regnava sull’impero bizantino.

In quel caso, l’epidemia (o meglio pandemia in questo caso) iniziò sulle coste del Nord Africa, raggiungendo l’Europa e il Medio Oriente lungo le rotte commerciali del Mediterraneo. La seconda, e anche probabilmente la più distruttiva, è quella la peste nera che colpì l’Europa a partire dal quattordicesimo secolo, uccidendo secondo alcune stime quasi un terzo della popolazione del continente, e rimanendo endemica per secoli in molti paesi europei, con nuovi focolai che continuarono ad apparire periodicamente fin verso la metà del diciottesimo secolo. La terza grande epidemia arrivò infine alla fine del diciannovesimo secolo, iniziando proprio in Cina, nelle province dello Yunnan e del Canton, per poi raggiungere Hong Kong e quindi, dai suoi porti, il resto del mondo, uccidendo in pochi decenni circa 10 milioni di persone.

Peste: una malattia curabile mai scomparsa

Con le scoperte scientifiche e i progressi igienici avvenuti dall’ultima grande pandemia, la peste non ha mai più prodotto epidemie particolarmente letali. Ma questo non vuol dire che sia scomparsa: da malattia di città popolose, porti e vie commerciali si è trasformata in una patologia confinata in aree remote di paesi in cui lo Yersinia pestis risulta ormai endemico, come la Cina, la Repubblica Democratica del Congo, il Madagascar, il Perù, ma anche alcune aree rurali degli Stati Uniti. Secondo i dati dell’Oms, tra il 2010 e il 2015 nel mondo ci sono stati 3.248 casi confermati di peste, che hanno ucciso, in totale, 584 persone. Dunque la domanda è: quanto è pericolosa oggi la peste? E la risposta, fortunatamente, è che il pericolo di una nuova devastante pandemia, come le tre che abbiamo citato prima, è considerato praticamente inesistente. E per diverse ragioni.

Innanzitutto, la modalità di trasmissione della malattia. Il principale vettore sono le pulci dei ratti, e gli altri piccoli mammiferi che possono infestare e infettare con la malattia. Se questo nel medioevo, e ancora agli albori del ‘900, la rendeva una malattia pericolosa, visto l’alto numero di ratti che circolavano nei centri abitati e sui mezzi di trasporto marino, oggi al contrario la relega a malattia delle zone rurali, dove in effetti si concentra quasi il 100% delle nuove infezioni. Al contempo, a differenza del passato oggi si conosce con precisione il meccanismo di trasmissione, ed è quindi possibile intervenire efficacemente per impedire che un nuovo focolaio si trasformi in un’autentica epidemia.

Per finire, al giorno d’oggi disponiamo di terapie estremamente efficaci, che hanno ridotto drasticamente la pericolosità e la mortalità della malattia. In assenza di terapia (e quindi come nel caso dell’epidemia che falcidiò l’Europa nel medioevo) la peste bubbonica ha una mortalità che si avvicina al 50%, quella setticemica e quella polmonare si avvicinano invece al 100%. Con l’utilizzo di semplici antibiotici, disponibili praticamente ovunque al giorno d’oggi, la mortalità per la peste bubbonica è scesa sotto il 10%, quella per le forme setticemiche sotto il 40%, mentre quella per la peste polmonare fa storia a sé, perché gli antibiotici, pur efficaci, devono essere somministrati entro 24 ore dagli esordi dei sintomi per fare la differenza, e non è facile che avvenga trattandosi come dicevamo per lo più di pazienti che contraggono la malattia in zone remote e paesi in via di sviluppo. Insomma: la peste di certo non è sparita, e rappresenta ancora un pericolo nelle aree in cui è endemica; ma le grandi epidemie come la famosa peste nera sono, fortunatamente, solo un ricordo del passato.

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