Quand’è che la pressione sociale aumenta al punto da trasformare una scelta volontaria in obbligo? Il tema – di enorme attualità in periodo di app per il contact tracing – è stato indagato anche da serie tv come Black Mirror e da romanzi come The Circle, fornendo risposte abbastanza chiare: la volontarietà diventa obbligo quando la scelta di non utilizzare uno strumento digitale si trasforma nel sospetto di avere qualcosa da nascondere (come avviene nel romanzo di Dave Eggers) oppure penalizza chi preferisce non farne uso.

Vi ricorda qualcosa? Uno dei luoghi comuni della narrativa distopica si è appena trasformato in realtà, nel momento esatto in cui il governo italiano ha ventilato l’ipotesi che chi dovesse scegliere di non installare l’applicazione Immuni – che tracciando i contagi ci aiuterà a sconfiggere il Covid-19 – avrebbe subito delle limitazioni nella libertà di movimento (salvo poi fare marcia indietro). Addirittura, c’è chi ha suggerito che la polizia potesse verificare durante i controlli che l’app fosse installata e in funzione.

Ci troviamo di fronte a una svolta. Un momento in cui i colossi del tech (giustamente) accusati e multati dalle istituzioni per aver perpetrato i peggiori abusi in termini di privacy si schierano in difesa di un trattamento corretto dei dati, mentre i governi che da sempre li bacchettano si lasciano andare a inedite tentazioni di controllo, minacciando punizioni a chi non accetta di usare una app volontaria. Siamo al paradosso: Apple e Google chiedono che la app di contact tracing archivi i dati solo sugli smartphone (per ridurre al minimo i rischi), mentre il governo italiano – che la privacy dovrebbe tutelare – ha prediletto fino a poche ore fa l’ipotesi di conservarli in un server centralizzato (con tutti i pericoli e potenziali abusi che ne possono conseguire).

Le istituzioni, anche italiane, che da tempo accusano i Gafa (Google, Apple, Facebook, Amazon) di mancanza di trasparenza sono le stesse che si ritrovano a promettere che la app utilizzerà solo la tecnologia Bluetooth (che non consente il tracciamento), salvo aggiungere – come riassunto nella newsletter Guerre di Rete – che implementare il gps “dovrebbe essere un’operazione tecnicamente facile se le autorità sanitarie lo richiedessero” e che sul tema “si è passati dal ‘assolutamente no’ al ‘dipende dalle condizioni’.

Non solo: il Gdpr e anche il Consiglio dei garanti europei della privacy indicano chiaramente come questi dispositivi di controllo debbano essere strettamente emergenziali e vadano quindi “smantellati non appena necessario”. Servono tempi e modi certi, per evitare – come già avvenuto in passato – che una misura di crisi si trasformi nella nuova normalità. Per il momento, in Italia non c’è ancora nessuna chiarezza sulle tempistiche. In compenso, nei paesi che tendono alla democratura si sta già approfittando dell’occasione: la Polonia ha reso la sua app obbligatoria per chi si trova in quarantena e ha fatto sapere che conserverà i dati per sei anni.

Al di fuori dell’Unione Europea, il governo Netanyahu ha approvato in Israele dei poteri d’emergenza che, oltre ad aggirare il parlamento, permettono ai servizi segreti dello Shin Bet di tracciare i cellulari di chi ha contratto il coronavirus o è sospettato di essere positivo. Nonostante Netanyahu abbia assicurato che le misure in questione resteranno in vigore solamente per un mese, alcuni esperti hanno sottolineato come non ci sia alcuna chiarezza su cosa stia avvenendo, né una scadenza precisa dell’uso di queste misure.

“I colossi del tech sono diventati la punching ball globale a causa dei timori che la Silicon Valley avesse troppo controllo sulle nostre vite quotidiane, scrive per esempio Politico. “Ma nei loro legittimi sforzi di tenere le persone al sicuro, i governi dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e altrove stanno cadendo nella stessa trappola, creando un network di sorveglianza governativa su due piedi, con poca supervisione e quasi nessuna chiarezza su quando il tutto verrà smantellato”.

Se siamo diventati scettici nei confronti di Google e Amazon, non dovremmo esserlo a maggior ragione nei confronti di istituzioni dal potere molto più ampio, che hanno dimostrato in molteplici occasioni di non saper conservare in sicurezza informazioni sensibili (da ultimo, il caso Inps), di non possedere adeguate competenze tecniche e di essere sempre tentati di mantenere in vigore le leggi emergenziali che forniscono loro più controllo sui cittadini?

Non si chiede certo di rinunciare alle app di contact tracing, ma di aderire a quegli stessi standard che la politica ha sempre preteso dai colossi digitali. Di scegliere se adottare un approccio sicuro oppure se – come ha scritto l’associazione Nexa del Politecnico di Torino – “l’emergenza diventerà, come accaduto spesso in passato, l’occasione per consolidare o creare nuovi poteri e contribuire a realizzare una società della sorveglianza che annullerebbe la dignità della persona e svuoterebbe le libertà civili e sociali”.

Chi avrà accesso ai dati? Dove saranno conservati? Chi decide quando saranno cancellati? “Queste sono le domande che le istituzioni hanno posto ai colossi digitali per anni”, prosegue Politico. “Ragion per cui è più che legittimo – anche nell’attuale crisi – che i legislatori siano espliciti nel fornire risposte riguardanti i loro stessi tentativi, prima che comincino a raccattare informazioni come se fossero l’ultima startup digitale della Silicon Valley”.

Affinché le app di contact tracing possano contemporaneamente essere volontarie e aver un’ampia diffusione, la fiducia è un aspetto fondamentale. E questa si conquista con la trasparenza e il rispetto della privacy (esattamente i due aspetti che, mancando, ci hanno fatto perdere fiducia in Facebook & co.).

Non è speculazione, ma un problema molto concreto: se non c’è trasparenza le persone non adotteranno questa soluzione. E non adottandola ne sanciranno il fallimento. Una ricerca dell’università di Oxford ha simulato l’utilizzo di queste app in una città da un milione di abitanti, mostrando come sia necessario che l’80% degli utenti di smartphone la utilizzi affinché contribuisca a sconfiggere l’epidemia. In un paese come l’Italia, in cui la penetrazione degli smartphone nella popolazione varia dal 56 al 65% (a causa principalmente dell’età media molto avanzata), la percentuale di adozione dovrà essere ancora più elevata. Come si pensa di convincere l’Italia intera, se non garantendo che lo strumento aderisce agli standard qualitativi e di privacy più elevati?

“Un sondaggio condotto tra 6mila potenziali utenti della app in cinque paesi suggerisce che il livello di adozione ha poche probabilità di diventare così alto”, si legge sul New Scientist. “I risultati indicano che quasi il 74% degli utenti di smartphone del Regno Unito è disposto a installare la app per il contact tracing, ma la proporzione di chi lo farà nella realtà potrebbe essere molto più bassa. A Singapore, si stima che abbia installato l’app lanciata il mese scorso solo il 17% della popolazione.

Ci sono inoltre dubbi sull’utilità di questa app da sola, ovvero senza che sia accompagnata da tamponi e test sierologici di massa. Ci sono dubbi anche sui numerosi falsi positivi che potrebbero essere causati dal Bluetooth (che vi riconosce come vicini a un altro dispositivo anche se questo si trova al di là del muro di casa), di come l’app non terrà traccia di buona parte della popolazione più anziana, di quanti casi potrebbero essere mancati da applicazioni che in alcuni casi registrano i contatti ogni cinque minuti e altro ancora. La situazione è talmente intricata che, secondo Ross Anderson dell’università di Cambridge, “sarebbe più utile reclutare qualche migliaio di persone che tengano traccia manualmente dei contagi”, ricostruendo la catena dei contagi attraverso interviste e telefonate.

Il rischio, in assenza di chiarezza, trasparenza e finché questa app non sarà accompagnata da altri strumenti, è di creare un dispositivo che mette a rischio la privacy senza nemmeno fornire un servizio utile. Neanche Jeff Bez… Volevo dire, Lex Luthor avrebbe potuto mettere a punto un piano così diabolico.

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