(foto: Antonio Masiello/Getty Images)

Scordiamoci la fase due così come ce l’avevano sempre promessa. O, almeno, ammettiamo che ciò che inizierà dal 4 maggio meriterebbe piuttosto l’appellativo di fase 1.0.1. Il mantra che tutti andavano ripetendo da settimane – ossia che la prossima fase di convivenza con il virus sarebbe stata caratterizzata da tracciamenti, test clinici e medicina di territorio all’ennesima potenza – è stato completamente sconfessato domenica sera dal premier Giuseppe Conte, che non ha nemmeno menzionato di striscio quelli che ci avevano detto sarebbero stati i pilastri della ripartenza. E non è solo una questione di carenza comunicativa: la parte tecnico-scientifica di gestione dell’epidemia sembra proprio essere abbandonata in un angolino.

Certo, gli scienziati stessi ci ripetono che le misure principe per contenere la diffusione del contagio sono il distanziamento fisico e le pratiche igieniche, e in questo senso le novità che entreranno in vigore a breve non possono essere definite antiscientifiche. Allo stesso tempo, però, il controllo dell’epidemia non sembra essere molto più avanzato di quanto si sarebbe potuto fare secoli fa (state lontani gli uni dagli altri”), e soprattutto non è affatto più avanzato rispetto a ciò che si è adottato fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria.

Fatto sta che nella 40ina di minuti della conferenza stampa che ha annunciato al Paese le novità di maggio la parola scienza è stata sostanzialmente tolta dal vocabolario, così come tutte le sue possibili declinazioni applicative. Proprio come non si è fatto cenno alla salute dei bambini e alle disabilità, non si è parlato nemmeno di strategie per ospedali e Rsa (dove è avvenuta una metà abbondante dei casi di contagio), e men che meno di strumenti organizzativi per approcciare in modo diverso l’affaire del contenimento.

Ritardi, quisquiglie e altezza della curva

Ci sono molti modi con cui tentare di spiegare l’assenza della scienza nel discorso di Conte. Il primo, forse il più banale di tutti, è che l’epidemia non è ancora pronta per entrare nella seconda fase. Tracciamento dei contatti, test e isolamento mirato sono strategie utili ad arginare piccoli focolai e casi sporadici, all’interno di un contesto generale di bassa circolazione del virus. E i numeri della settimana che ci siamo lasciati alle spalle (circa 18mila nuovi casi positivi e poco meno di 3mila decessi) non sono esattamente quelli di un’epidemia del tutto sotto controllo. In questo senso sarebbe sufficiente ammettere che non è giunta l’ora di entrare nella nuova fase, e che le ripartenze progressive già calendarizzate sono solo una risposta alle comprensibili pressioni del mondo imprenditoriale, etichettate come fase due più per fare contenti giornali e politica che per attenersi a un piano strategico multifase.

La seconda interpretazione, più severa nei confronti del Governo, è che siamo in tremendo ritardo sul versante organizzativo. Insomma, non siamo pronti. La tanto chiacchierata app Immuni per il contact tracing è ancora in fase embrionale di sviluppo e non arriverà prima di molte settimane (sempre ammesso che si trovi la quadra sui dettagli di funzionamento). I test sierologici per fare un campionamento statistico alla ricerca di immunoglobuline contro il Sars-Cov-2 inizieranno solo il 4 maggio, ben lontani dall’essere uno strumento applicabile a tappeto su tutta la popolazione o capace di conferire fantomatici patentini d’immunità. I celeberrimi tamponi sono tutt’ora un collo di bottiglia della filiera del contenimento perché, nonostante i progressivi avanzamenti a livello numerico, restano una piccola frazione di quelli che sarebbe utile fare. E l’acclamato potenziamento della sanità territoriale finora è rimasto più a livello di linea guida teorica che di realtà sostanziale. Di fronte a questa situazione, in cui le condizioni per iniziare la vera fase due si vedono a malapena con il binocolo, forse glissare in toto sulla scienza è stata l’unica vera scelta strategica messa in campo.

Una terza via interpretativa è invece ancora più drammaticamente cruda. Potrebbe essere che il comitato tecnico-scientifico (che qualcosa deve pur aver partorito, anche se sono tutti uomini) si sia reso conto che le promesse fatte per la fase due non sono solo un po’ in ritardo rispetto alla tabella di marcia, ma non potranno mai essere mantenute. Se l’applicazione Immuni non avrà buone caratteristiche tecniche, o non sarà adottata da una frazione sufficiente della popolazione, il contact tracing 2.0 non ci sarà proprio, e resteremo anche per il futuro legati alle interviste ai positivi per cercare di inquadrare i contatti stretti. Se non ci sarà un cambio di passo nell’esecuzione dei tamponi (ossia una moltiplicazione del loro numero, anziché l’incremento di qualche percento), la strategia testare-isolare-tracciare si arenerà prima ancora di aver portato a termine il punto numero uno della filiera. E se non ci sarà alla svelta una riorganizzazione radicale delle strutture sanitarie e para-sanitarie è inutile parlare di potenziamento della medicina di territorio. Qualora il tutto dovesse limitarsi all’individuazione di qualche ospedale Covid-19 permanente e al mettere sotto inchiesta qualche dirigente delle Rsa, gli annunci in pompa magna potevano essere risparmiati.

Qualunque dei tre scenari sia quello più vicino alla realtà – ma se ne possono immaginare altri, o fare dei mix – la scelta comunicativa di Conte è stata quella di concentrarsi sulle quisquiglie. Possiamo celebrare funerali, ma non con più di 15 persone. Possiamo passeggiare nei parchi a distanza di sicurezza di un metro, ma se il nostro passo veloce si tramuta in una sottospecie di corsetta (trasformando la “attività motoria” in una “attività sportiva”) allora i metri di distanza di sicurezza diventano due. Il nipote può autocertificare che sta andando a trovare i nonni (e non era la cosa da evitare?), ma una volta invaso il loro spazio domestico deve tenere indosso la mascherina e mantenere il distanziamento fisico sul divano di casa. Possiamo andare al ristorante a prendere cibi da asporto, ma una volta afferrata la pietanza dobbiamo allontanarci senza esitare verso casa nostra. Ciò non significa che si tratti di regole sbagliate o inutili, ma sembrano evidentemente contentini e scelte di dettaglio non inquadrate in un piano strategico complessivo fondato su riscontri scientifici.

La scienza implicita

Se pure i giornalisti intervenuti a fine conferenza stampa hanno preferito fare domande sulla serie A calcistica e sulla fase tre pur di non parlare di scienza, per trovare qualcosa di scientifico nel discorso alla nazione possiamo solo tentare di leggere tra le righe. E di immaginare, facendoci strada nella fantasia, che le istituzioni ci abbiano suggerito sottotraccia la ratio dietro le scelte politiche.

Per esempio, colpisce che le varie ripartenze annunciate o preannunciate siano organizzate in scaglioni a due settimane esatte di distanza l’uno dall’altro. Questa gradualità potrebbe essere dovuta alla volontà di verificare quanto ciascuno step della riapertura incida sulla curva epidemica, lasciando che agisca per un tempo equivalente al doppio di quello medio di incubazione della malattia. Si tratta solo di un’ipotesi alla cieca, certo, ma almeno in questo modo le date assumerebbero un significato maggiore e non sembrerebbero numeri in libertà.

I parchi aperti a numero chiuso, i funerali contingentati e le visite ai parenti stretti (con tutti i se e i ma del caso) potrebbero invece spiegarsi con un’unica indicazione generale: allo stato attuale delle cose è necessario restare in sostanziale isolamento (ed è questo che ci potrebbe dire la scienza), ma dato che non si potevano estendere all’infinito gli arresti domiciliari collettivi bisognava pur permettere qualcosa in più. Sperando che queste concessioni siano abbastanza piccole da fare pochi danni in termini epidemiologici.

Infine, e qui l’esecutivo non c’entra alcunché, vaccini e terapie di efficacia dimostrata non sono ancora disponibili, né si pensa che un prodotto farmacologico salva tutti possa arrivare a breve. In queste condizioni, la scienza ci dice che o si mette in pratica la tattica testare-isolare-tracciare con una precisione assoluta, oppure l’unico modo davvero efficace per mantenere piatta la curva è prolungare il distanziamento fisico. Magari ottimizzando un po’ i dettagli fini, consentendo una parziale riattivazione delle filiere produttive e concedendo qualche spiraglio di libertà individuale in più, ma pur sempre nel rispetto di un sostanziale resta a casa. E allora si apre alla possibilità di ribaltare la tesi di partenza: non è che la scienza sia assente dalla fase due, è che la scienza resta ancora quella della fase uno, anche se quasi nessuno ha il coraggio di ammetterlo.

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