Redatto da Oltre la Linea.

Abbiamo riso e scherzato – e neanche poco – nel leggere le sfuriate isteriche e i travasi di bile di coloro che si sono rifiutati di accettare i risultati delle ultime elezioni europee, in particolare l’exploit della Lega, ma ora è il momento di tornare seri e di pensare a come porre un freno a questa follia post-elettorale. A tal fine, sarà necessario ribadire alcune cose che, ahimè, ancora molti faticano a capire, pur essendo banali.

In primo luogo, si deve ricordare che la parola “democrazia” significa letteralmente “governo del popolo”. Nulla di trascendentale ovviamente, è un’etimologia che si impara alla scuola elementare, eppure sembra che molti se ne siano dimenticati o, peggio, che usino tale parola come un contenitore vuoto, da riempire di volta in volta con una manciata di concetti di loro gradimento tra cui, ironicamente, è proprio il “demos” a non essere contemplato.

Ma al di là di ciò, perché cito il termine “democrazia”? Semplicemente perché schifare il popolo, insultare gli elettori di un dato partito e invocare una limitazione del suffragio universale in base a criteri fantasiosi sono comportamenti per definizione inaccettabili e che dovremmo seriamente smettere di tollerare.

A tal proposito – e qui veniamo al secondo punto –, fa specie che questa forte spinta eversiva provenga dalle stesse persone che incensano la Resistenza perché «è grazie ai partigiani se abbiamo ottenuto il diritto al voto». Ma come, prima fanno gli antifascisti, i liberali che aborrono ogni tipo di dittatura o di autoritarismo, si richiamano ai loro padri o nonni partigiani («morti anche per la vostra libertà», ci dicono) e poi inciampano goffamente in atteggiamenti antidemocratici come questi?

Neppure il loro amato paradosso della tolleranza di popperiana memoria viene qui in loro aiuto. I partiti che, richiamandosi al fascismo, potrebbero (eventualmente) giustificare questa loro ribellione alla volontà popolare sono infatti fermi allo zerovirgola. Queste persone si stanno infatti scagliando con un partito che si rifà a una tradizione e a un’ideologia ben diversa da quelle che animarono il PNF.

Anche qui bisogna ribadire l’ovvio: ciò contro cui si batte Matteo Salvini non è “lo straniero”, non è neppure l’immigrazione tout court come siamo stati indotti a pensare da una propaganda martellante, unilaterale, portata avanti a suon di slogan vuoti e manipolatori. Il leader della Lega si batte infatti, molto semplicemente, contro il fenomeno dell’immigrazione clandestina. Leggasi illegale. Leggasi dannosa tanto per gli autoctoni condannati a una convivenza forzata spesso difficile – anche solo per ragioni di profonde diversità culturali – quanto per chi sbarca pensando di aver raggiunto l’Eden e si ritrova invece ridotto in schiavitù negli ormai proverbiali campi di pomodori o – nel caso delle donne e delle bambine – sui marciapiedi e i bordi delle strade. Insomma, quella del Ministro è una battaglia slegata da motivazioni razziali; il fatto che a molti, legittimamente, non piaccia non li autorizza a sbraitare insulti a lui o ai suoi elettori.

Da qui passiamo al terzo punto. Accostare Salvini a Mussolini o peggio a Hitler è sia concettualmente sbagliato sia, a parere di chi scrive, offensivo nei confronti di chi, sotto a quei regimi, ha subito persecuzioni e ha perso la vita. L’antifascismo d’accatto, rivolto contro qualunque tipo di nazionalismo anche moderato, ha il solo effetto di sminuire e generalizzare la particolarità e la gravità dell’olocausto. Il leader della Lega non solo non si richiama né a Hitler né a Mussolini ma – molto più concretamente – non propone in alcun modo la reintroduzione di leggi che, ad esempio, vietino di contrarre matrimoni misti o che impediscano ai non italiani di beneficiare dell’assistenza sanitaria o dell’istruzione pubblica.

I nipotini dei partigiani possono dormire sonni tranquilli. Il Ministro è senza dubbio criticabile per molte cose, ma perché ostinarsi a rivolgergli insulti fuori luogo come, appunto, “nazifascista” o “assassino” quando lo si può confrontare razionalmente su temi più concreti?

Un’ultima considerazione, o meglio, un consiglio strategico: la sinistra dovrebbe prendere esempio da Luigi Di Maio. L’umiltà e la dignità con cui il leader del Movimento 5 Stelle ha affrontato il risultato di queste elezioni, facendo un’autocritica davvero lodevole, è esemplare di come ci si comporta in una democrazia sana. Mettendosi in discussione in prima persona, il Ministro ha infatti garantito un futuro al Movimento, aprendolo all’ascolto delle istanze degli elettori invece di trincerarlo dietro una presunta superiorità morale e intellettuale.

Al contrario, la linea comunicativa del Partito Democratico, di +Europa e della galassia ideologica che gli ruota attorno si mostra ancora una volta fallimentare, a causa della loro incapacità di capire come funziona la democrazia. Il motivo è semplice: l’unica cosa che la spocchia e il classismo che li contraddistinguono riescono a comunicare all’elettorato è: «Noi siamo i Buoni, gli intelligenti, i colti e, in quanto tali, non è nostro dovere abbassarci per ascoltare e rappresentare voi “subalterni”. Siete voi che dovete prendere esempio da noi e cambiare le vostre richieste, se volete essere degni della nostra attenzione». Non esattamente un atteggiamento vincente in un sistema democratico.

(di Camilla di Paola)

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