(Foto via Pixabay

Cinquanta milioni al mondo, dieci in più ogni anno. Tante sono le persone alle prese con la malattia di Alzheimer, la forma di demenza più comune e contro cui non abbiamo, ancora, armi in grado di debellarla. Tutto quello di cui disponiamo oggi contro i problemi di memoria, apprendimento, ragionamento, linguaggio e di movimento dell’Alzheimer, sono trattamenti sintomatici che non sono in grado di fermare la malattia. E lo scenario della ricerca, pure attivissima nel campo, non è dei più incoraggianti, con interi filoni di studio dismessi dopo aver generato iniziali speranze. Così, sia per le dimensioni e l’impatto della patologia che per la mancanza di proiettili che funzionino nel colpirla, l’attenzione verso nuove strade da percorrere è alta, come quella verso i risultati delle ricerche in corso. Una di queste è quella pubblicata nei giorni scorsi sulle pagine di Journal of Alzheimer’s Disease che mostra i risultati di una sperimentazione clinica con la stimolazione elettromagnetica su pazienti con malattia lieve/moderata.

La stimolazione elettromagnetica contro i sintomi della malattia

Lo studio ha riguardo un piccolo campione di pazienti, appena 8, sottoposti a stimolazione elettromagnetica transcranica (Transcranial Electromagnetic Treatment, Temt) due ore al giorno per due mesi. La stimolazione veniva trasmessa grazie all’uso di una sorta di caschetto, sviluppato dall’azienda NeuroEm Therapeutics (che ha partecipato anche alla ricerca).

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(Foto: NeuroEM Therapeutics, Inc.)

Lo studio clinico nasceva dopo i risultati incoraggianti ottenuti negli animali, che mostravano come la stimolazione elettromagnetica fosse in grado di prevenire e addirittura invertire i danni cognitivi nei modelli di malattia, ricordano gli autori. Risultati analoghi, sostengono oggi i ricercatori, sono stati osservati anche nei pazienti (almeno in 7/8), come osservato nelle valutazioni compiute alla fine del trattamento e due settimane dopo grazie a scale per la valutazione delle funzioni cognitive. Con effetti notevoli. “Forse la migliore indicazione che i due mesi di trattamento hanno avuto un effetto clinico importante sui pazienti in questo studio è che nessuno di loro voleva restituire il caschetto alla fine”, ha detto al riguardo Gary Arendash, primo autore del paper e Ceo della NeuroEm Therapeutics.

Il trattamento appare sicuro ed efficace, e benefici osservati si associano a dei cambiamenti nei livelli di beta-amiloide (il principale costituente delle placche amiloidi, tra i caratteri distintivi della malattia) nel fluido cerebrospinale (una sostanza che avvolge il sistema nervoso centrale) e nel plasma. Secondo gli autori questo suggerirebbe, scrivono nel paper, una dissociazione degli aggregati della beta-amiloide indotta dalla stimolazione magnetica, che nel complesso migliorerebbe la funzionalità e connettività cerebrale e neuronale. Sebbene i risultati vadano confermati, quelli osservati finora “suggeriscono che la stimolazione elettromagnetica transcranica sia un trattamento non invasivo e sicuro per stabilizzare o invertire la perdita di memoria nell’Alzheimer”, scrivono i ricercatori.

I limiti dello studio

Ma si tratta di risultati da prendere con cautela, per diversi motivi che riguardano sia lo studio stesso che il posto che a oggi sarebbe riservato a trattamenti simili nella gestione della malattia. In primis: parliamo di risultati osservati su un piccolissimo campione di pazienti, per un tempo limitato, senza un gruppo di controllo, che non ci permettono di dire quanto i benefici riportati si mantengano nel tempo. E, dato da non da sottovalutare, commenta Sandro Iannaccone, primario di neuroriabilitazione all’ospedale San Raffaele di Milano, parliamo di pazienti negli stadi iniziali di malattia. Per quel che sappiamo è molto difficile agire sulle forme avanzate di malattia, sia con trattamenti farmacologici che non farmacologici, come la stimolazione magnetica. Di cui a ben vedere si parla già da un po’ come possibile aiuto contro l’Alzheimer, e non solo a livello di ricerca, ricorda Iannaccone: “Presso le nostre strutture in due anni abbiamo tratto più di 50 pazienti, con una tecnologia simile per alcuni aspetti”. La tecnologia cui fa riferimento l’esperto si chiama Neuromix, si basa sulla stimolazione magnetica transcranica ed è approvata a livello europeo (ma non negli Usa, dove la Food and Drug Administration non ne ha riconosciuto i benefici clinici) e funziona così: “Parliamo di uno strumento che si basa sulla risonanza magnetica dei pazienti per identificare le aree atrofizzate dalla malattia. Questo consente di indirizzare in maniera specifica la stimolazione magnetica”. Durante la sessione però il paziente riceve una doppia stimolazione, non solo magnetica ma anche cognitiva: “Allo stesso tempo il paziente esegue degli esercizi su un touch-screen specifici per le aree colpite. L’ipotesi è che la stimolazione magnetica, associata a quella cognitiva, aiutino i neuroni a lavorare di più, li eccitino, favorendo probabilmente la formazione di nuovi collegamenti grazie alla neuroplasticità del cervello”. Sulla capacità della stimolazione magnetica di dissolvere gli aggregati di amiloidi Iannaccone si dichiara infatti scettico. “Certo un caschetto è pratico e comodo da usare, e in generale questo tipo di terapie possono essere usate contemporaneamente a trattamenti classiche e hanno controindicazioni limitate, per esempio sono sconsigliate a portatori di pacemaker o con storia di crisi epilettiche, ma sono generalmente sicure”.

Di stimolazione magnetica si parla non solo in ambito sperimentale, ma anche terapeutico. E non solo per il trattamento dell’Alzheimer, ma anche per esempio contro le forme gravi di depressione (ma in generale il campo delle stimolazioni cerebrali è ampio, e diverse sono le tecniche usate per farlo).

Che posto per la stimolazione magnetica contro l’Alzheimer

Ad oggi il modo più opportuno di considerare le terapie di stimolazione magnetica, riprende Iannaccone, è quello di pensarli come trattamenti sintomatici che possono essere d’aiuto – non una soluzione definitiva – contro la malattia. Su cui molto, a prescindere dall’applicazione in clinica rimane da fare: “Le risposte che abbiamo oggi sono transitorie, durano circa 6-12 mesi e non riusciamo ad averle su tutti i pazienti: in genere rispondono circa la metà di questi”. Da tempo i ricercatori cercano di capire quali siano i fattori che più predispongono a ottenere queste risposte e tra le ipotesi avanzate quella più forte riguarda la cosiddetta riserva cognitiva, conclude l’esperto: “Una persona ha più alte capacità di rispondere se ha il cervello più allenato a studiare, più abituato agli stimoli, più pronto ad entrare in azione nei confronti di un danno. Chiamiamo tutto questo riserva cognitiva e ci sono dei test per identificare le persone che risponderanno a questo tipo di terapie”.

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