Da settimane Activision Blizzard, una delle più importanti società di videogiochi al mondo (tra i suoi successi, Call of Duty, World of Warcraft e Overwatch), è nel mirino per molestie sessuali e discriminazioni salariali. Le accuse vengono dal Department of Fair Employment and Housing dello stato della California, che negli ultimi due anni ha raccolto numerose testimonianze per denunciare l’ambiente di lavoro tossico all’interno dell’azienda, un luogo in cui le dipendenti sono costrette a convivere con la “mentalità da confraternita” diffusa tra i colleghi e a vedere le loro carriere avanzare a rilento.

La causa depositata davanti al tribunale di Los Angeles racconta nel dettaglio il clima ostile riservato alle lavoratrici, che rappresentano il 20% del personale del colosso del gaming: sistematicamente pagate meno dal giorno dell’assunzione, le dipendenti vengono sfruttate da colleghi e superiori per svolgere le loro mansioni mentre questi si divertono a giocare ai videogiochi durante le ore di lavoro. Allo stesso tempo, i lavoratori vengono promossi e premiati più spesso, mentre le colleghe sono lasciate indietro, specialmente nel caso delle dipendenti afroamericane. Nel documento si legge anche dell’episodio in cui un manager dell’azienda avrebbe negato una promozione a una sottoposta perché “sarebbe potuta rimanere incinta e fare la mamma le sarebbe piaciuto fin troppo”.

Secondo l’accusa, le battute sullo stupro e le molestie fisiche e verbali sarebbero all’ordine del giorno. Tra il personale è anche diffuso il cube crawl, una sorta di gioco alcolico che consiste nell’ubriacarsi pesantemente in ufficio e passare di cubicolo in cubicolo per disturbare e molestare le colleghe. Nonostante la situazione sia così grave e umiliante, negli ultimi anni i reclami al personale delle risorse umane sono caduti del vuoto, dato che anche chi lavora in questo dipartimento sarebbe “vicino ai presunti molestatori”. O peggio: altre volte le lamentele sono state rese pubbliche e le dipendenti sono state punite con trasferimenti non richiesti, sospensioni e addirittura con il licenziamento. Infine, nei documenti dell’accusa viene riportato anche un caso di suicidio: una dipendente dell’azienda avrebbe avuto una relazione con un suo superiore e alcune delle sue foto intime sarebbero state diffuse senza il suo consenso tra i colleghi durante un evento aziendale poco prima della sua morte.

La reazione di Activision Blizzard non è tardata ad arrivare: in una e-mail allo staff, la vicepresidente esecutiva Frances Townsend ha dichiarato che il dipartimento californiano dipinge “un’immagine falsa e distorta della nostra società”, un modo per danneggiare “la nostra cultura basata sul rispetto e le pari opportunità per tutti i dipendenti”. Una smentita che non ha fatto che peggiorare le cose: in poche ore, più di 2,500 lavoratori ed ex dipendenti della compagnia hanno firmato una lettera aperta contro la dirigenza e più di 500 membri del personale hanno organizzato uno sciopero fuori dalla sede principale dell’azienda. Tra le richieste dei manifestanti, la pubblicazione dei dati su stipendi e promozioni di tutto il personale e l’adozione di nuove pratiche di assunzione che non penalizzino le donne (in particolare le donne di colore e transgender), le persone non binarie e altri gruppi marginalizzati. Secondo gli ultimi dati dell’International Game Developers Association, le sviluppatrici di videogiochi rappresentano solo il 24% del totale, anche se la percentuale di videogiocatrici negli Stati Uniti sfiora il 46%.

Nel frattempo, sui social media e sui giornali continuano a spuntare nuove testimonianze: in un articolo del New York Times, un’ex dipendente racconta di esser stata contattata su Facebook da un manager per sapere che tipo di video porno preferisse. Un’altra ha riferito di aver ricevuto proposte sessuali da parte di un dirigente durante un viaggio di lavoro: ai suoi occhi, la donna “meritava di divertirsi un po’” dopo la morte del compagno. Inoltre, molti siti di gaming, Youtubers e canali su Twitch hanno scelto di boicottare l’azienda evitando di pubblicare recensioni o iniziare nuove dirette utilizzando i loro videogiochi.

Con il valore delle azioni in forte calo (almeno del 10%, secondo Protocol), Activision Blizzard è corsa ai ripari: il CEO dell’azienda Bobby Kotick ha inviato una lunga lettera al personale, scusandosi per la reazione iniziale della compagnia e promettendo nuove indagini e licenziamenti. Nel documento si legge che la revisione delle politiche interne è stata affidata a WilmerHale, uno dei più prestigiosi studi legali del Paese. La scelta non è affatto casuale: a inizio anno, WilmerHale avrebbe scoraggiato ogni tentativo dei lavoratori di Amazon di formare un sindacato all’interno degli stabilimenti in Alabama (ma la situazione potrebbe cambiare nelle prossime settimane). Lo stesso copione potrebbe ripetersi all’interno di Activision Blizzard, dove già lo scorso anno i dipendenti si erano organizzati per chiedere ai vertici stipendi più equi, senza ottenere nessun risultato.

Ma non è la prima volta che il settore dei videogiochi si ritrova sul banco degli imputati per sessismo: l’onda lunga del #MeToo aveva colpito nel 2018 anche Riot Games, l’ideatrice di League of Legends, quando un’inchiesta di Kotaku aveva portato alla luce la “bro culture”  diffusa tra i dipendenti. Anche Ubisoft, la società francese dietro al successo di Assassin’s Creed, è finita nell’occhio del ciclone lo scorso anno per gravi accuse di stupro e molestie sessuali da parte dei suoi dirigenti. In entrambi i casi i procedimenti legali sono ancora in corso, anche se secondo buona parte del personale e dei fan il cambio di rotta è ancora molto lontano.

Per i dipendenti di Activision Blizzard, le cose potrebbero andare diversamente. “Non verremo messi a tacere, non ci faremo da parte e non ci arrenderemo finché l’azienda che amiamo non diventerà un luogo di lavoro di cui possiamo di nuovo sentirci orgogliosi di fare parte. Noi saremo il cambiamento” recita la loro lettera alla direzione.

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