Redatto da Oltre la Linea.

La battaglia per le elezioni presidenziali del 2020 è cominciata, e il presidente statunitense Donald Trump sta delineando la sua strategia per la rielezione. Forte di ottimi risultati economici e di un tasso di approvazione oggi superiore al 50% – è bene ricordare come Trump sia stato l’unico presidente a iniziare il proprio mandato con un tasso di approvazione sfavorevole – il magnate sta affilando le armi per garantirsi di nuovo l’ingresso alla Casa Bianca.

Come? Anzitutto, con un attacco frontale ai suoi avversari del Partito Democratico, e in particolar modo contro la cosiddetta “Squad”, il quartetto formato dalle parlamentari Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib, Ayanna Pressley e Ilhan Omar. La strategia è quella di additare il partito dell’asinello come una forza settaria ed estremista, sempre più in mano ai rappresentanti dell’ala radicale.

Non per niente, in più occasioni Trump ha ribadito come gli Stati Uniti non sarebbero mai diventati un paese socialista; pur investito, recentemente, dalle polemiche sui cori “razzisti” dei suoi supporter (“Send her home”, rimandatela a casa, in riferimento alla democratica Ilhan Omar), Trump punta molto a presentarsi come un difensore dei valori americani contro una compagine partitica da lui dipinta come antipatriottica.

L’obiettivo di Trump, da questo punto di vista, è ricostruire e ricompattare quella coalizione elettorale piuttosto eterogenea che gli ha permesso di vincere nel 2016. Innanzitutto, la classe operaia della Rust Belt, la quale, storicamente vicina al Partito Democratico, tre anni fa ha deciso di appoggiare la politica commerciale protezionista di Trump e, soprattutto, ha dimostrato di apprezzare la stretta all’immigrazione, in un’ottica di contrasto al dumping salariale. Da questo punto di vista, si comprende come mai Trump stia aumentando le pressioni su Pechino per risolvere la guerra dei dazi.

Anche l’elettorato più tradizionalmente religioso compone una fetta importante di voti da mantenere a proprio favore. Pur essendo inizialmente visto con sospetto, essendo pluridivorziato, Trump è riuscito ad accattivarsi le simpatie di evangelici e cattolici abbracciando la battaglia antiabortista (pur essendo inizialmente un pro-choice) e nominando diversi giudici conservatori alla Corte Suprema.

Altro punto a suo favore è la difesa della libertà di espressione, garantita dal Primo Emendamento: lo scorso marzo ha firmato un ordine esecutivo per tutelare la libertà di espressione nelle università, e soprattutto ha lanciato una battaglia contro le mayor del web, come Facebook, Google e Twitter contro la censura nei confronti degli utenti conservatori.

Particolare importanza avrà il voto latino e ispanico, che vale circa il 10% dell’elettorato statunitense. Per essere rieletto nel 2020, Trump dovrà necessariamente vincere in Florida, territorio particolarmente ricco di elettori ispanici, molti dei quali sono mossi da profondi sentimenti anti-castristi e anti-Maduro. Un obiettivo che spiega la sua linea dura sia contro Cuba che contro il Venezuela e che sta mietendo consensi tra gli ispanici dello stato. Non è un caso che, proprio in Florida, Trump abbia lanciato la sua campagna elettorale per il 2020.

Trump punta molto, inoltre, a cavalcare l’inchiesta del Russiagate come un complotto nei propri confronti, rinverdendo il messaggio anti-establishment che lo ha lanciato tre anni fa. Una strategia comunicativa che ricalca quella del 2016 e che, stando ai sondaggi, lo sta premiando, in particolar modo contro il candidato democratico Joe Biden, che non può in alcun modo presentarsi come un anti-sistema e che, nelle ultime settimane, ha perso consensi dimostrandosi troppo propenso a cambiare idea al minimo accenno di polemica da parte dei suoi rivali di partito – lo ha fatto, nelle scorse settimane, sui dazi cinesi e sull’aborto.

Se Trump riuscirà, soprattutto, a mantenere anche nel 2020 i suoi ottimi risultati economici – frutto, a detta sua, della sua riforma fiscale – e a favorire la crescita dei salari medi, attualmente molto contenuta, e a evitare gli sgambetti dei membri della sua stessa amministrazione che vogliono a tutti i costi spingerlo ad interventi militari all’estero (tradendo così la sua promessa di porre fine alle “guerre senza fine” in cui gli USA si sono impaludati nel corso degli ultimi vent’anni), la sua rielezione è una possibilità tutt’altro che remota. Ancora una volta, al di là dei sondaggi che lo mostrano come perennemente perdente.

(di Federico Bezzi)

L’articolo La strategia di Trump per la rielezione nel 2020 originale proviene da Oltre la Linea.



Leggi l’articolo completo su oltrelalinea.news