Se tutti i giorni dormissimo il tempo considerato ideale dagli esperti, vale a dire otto ore, trascorreremmo immersi nel mondo dei sogni un terzo della nostra esistenza. Considerato che l’aspettativa di vita in Italia è pari a 84 anni, dovremmo trascorrerne 28 a dormire. È troppo? È uno spreco di tempo che potremmo impiegare in modo migliore? In verità, dormire è tutto tranne che inutile. Non solo perché, ovviamente, permette di recuperare le energie consumate, ma anche perché sognare è un’attività fondamentale per il nostro benessere mentale. Secondo Freud i sogni ci consentono di realizzare i nostri desideri più reconditi. Altri pensano che ci preparino ad affrontare nuove situazioni. Altri ancora – e questa è attualmente una delle teorie più in voga – ritengono che aiutino a fissare determinati ricordi e a elaborare emozioni, esperienze e anche traumi.

In poche parole, dormire e sognare è tutto tranne che uno spreco di tempo. È anzi cruciale per il nostro benessere psicofisico. Eppure, nella nostra società accelerata, si tende sempre di più a considerare il sonno come uno spreco di tempo. Lo dimostra il fatto che si dorme sempre meno. Lo studio più interessante è stato pubblicato negli Stati Uniti: nel 1942, le persone che dormivano cinque ore a notte o meno erano il 3% della popolazione, percentuale oggi è salita al 14%. Allo stesso modo, le persone che circa settant’anni fa dormivano otto ore erano ben il 45%, numero oggi sceso fino al 29%.

Nel complesso, l’84% della popolazione statunitense dormiva all’epoca sette ore o più, oggi è il 59%. Le cifre sono molto simili anche in Italia: si dormono in media 6,6 ore al giorno e le persone che dormono quattro ore a notte (3%) sono tante quante quelle che ne dormono nove. I responsabili della carenza di sonno sono sempre gli stessi: si lavora frequentemente anche dopo cena (non consentendo al cervello di staccare e rilassarsi), ci portiamo fin nel letto degli schermi che stimolano troppo i neuroni, le vite che conduciamo all’insegna della precarietà e dell’insicurezza agitano i nostri pensieri.

Più in generale, si potrebbe dire che i livelli di efficienza, flessibilità e produttività richiesti dal mercato del lavoro entrano in conflitto con la necessità del nostro fisico di dormire otto ore al giorno. Possiamo anche sottrarre qualche tempo al sonno, ma come si fa a conciliare questa nostra fisiologica necessità con la richiesta di essere sempre più produttivi?

È qui che entra in gioco la tecnologia, attraverso dispositivi sperimentali che consentono di controllare – almeno parzialmente – alcune fasi del sonno e dei sogni per farci sentire “più produttivi” al risveglio. È l’obiettivo di un’équipe di scienziati provenienti da Harvard, Mit, Boston College e altri che hanno progettato uno strumento – chiamato Dormio – in grado di suggerire i temi che saranno i protagonisti dei nostri sogni.

(foto: Mit Media Lab)

In uno studio pubblicato nel mese di agosto è stato mostrato come questo dispositivo non invasivo (si indossa su una mano) sia in grado di intrufolarsi nella fase del sonno nota come stato ipnagogico: quello che precede la fase Rem e che è caratterizzato dalla transizione dalla veglia al sonno. Una fase in cui, secondo il primo firmatario dello studio Adam Haar Horowitz, siamo particolarmente suggestionabili. Approfittando delle caratteristiche di questa fase del sonno, i ricercatori sono riusciti a suggerire i temi che i partecipanti dell’esperimento avrebbero in effetti poi sognato, in un processo chiamato incubazione mirata di sogni.

All’inizio dell’esperimento, il dispositivo ha suggerito a tutti i partecipanti di “pensare a un albero”. Dormio ha poi misurato i segnali che indicavano se i partecipanti si stessero addormentando (per esempio il rilassamento dei muscoli o aver cessato di picchiettare con le dita) per poi suggerire ciclicamente, durante lo stato ipnagogico, di pensare a un albero. Ogni tanto, il dispositivo si è anche premurato di svegliare i partecipanti chiedendo loro di descrivere subito a cosa stessero pensando, per valutare se il suggerimento dell’albero si fosse fatto strada nei loro sogni.

Risultato? Il 67% dei partecipanti a cui è stato più volte suggerito di pensare a un albero l’ha effettivamente sognato, mentre le persone a cui è stato suggerito una sola volta l’hanno sognato solo nel 3% dei casi. “Nei questionari compilati dopo l’esperimento, i partecipanti che hanno sognato quanto indicato da Dormio hanno documentato di sentirsi più creativi del solito”, si legge su Inverse.

Ed è qui che arriviamo alla questione della produttività: “Nei tre test che abbiamo condotto, abbiamo mostrato che l’incubazione dei sogni è collegata a benefici in termini di performance”, ha spiegato ancora Haar Horowitz. “Fare sogni su un tema specifico sembra offrire benefici anche in stato di veglia, soprattutto nel caso di compiti creativi relativi allo stesso tema. Questo non sorprende più di tanto se si pensa a figure storiche come Mary Shelley o Salvador Dalì, che sono state ispirate dai loro sogni. La differenza è che noi incentiviamo di proposito a fare sogni che comportano benefici creativi, in maniera mirata”.

In poche parole, l’obiettivo di uno strumento sperimentale di questo tipo è quello di rendere produttiva anche la fase del sogno: “Nella sua forma più autonoma, l’utente può decidere che cosa sognare”, si legge nel paper. “Ciò può andare da un problema creativo su cui si sta lavorando, fino a un’esperienza sulla quale si vuole riflettere o una questione emotiva che vogliamo sviluppare. Questo dispositivo può aumentare in maniera significativa le performance creative, mnemoniche e di apprendimento.

Il focus sulla creatività non deve ingannare: già il solo fatto che si continui a parlare di performance rende esplicito come si stia pensando non a utilizzi in ambito artistico (per i quali, come proprio Dalì e Shelley dimostrano, è sufficiente dormire in maniera normale), ma in settori più tradizionalmente professionali. In previsione di un brainstorming sulla vostra prossima campagna di comunicazione, potreste per esempio stimolare il cervello a sognare il prodotto da lanciare, in modo da presentarvi alla riunione del giorno dopo ancora più “creativi” del solito. In questo modo, riusciremmo a incanalare gli stimoli onirici, trasformandoli in uno strumento concreto in grado di aumentare la nostra efficacia anche sul mondo del lavoro.

Al di là di ciò che si potrebbe pensare di una società che studia come mettere persino i sogni al servizio della produttività, c’è un altro aspetto che vale la pena sottolineare: è quando i sogni sono lasciati a briglia sciolta che possono incidere maggiormente sulla nostra creatività.

Non solo Dalì e Shelley, perfino il fondatore di Google Larry Page ha raccontato di essere stato influenzato da un sogno nella concezione del suo rivoluzionario algoritmo. Che il mondo onirico incentivi la nostra creatività non è dunque niente di nuovo: “I sogni migliorano la nostra capacità di individuare nuove soluzioni creative ai problemi, aiutando il cervello a mettere insieme idee e ricordi non correlati tra loro e forgiando nuove connessioni”, hanno scritto alcuni psicologi della San Diego University.

È proprio perché non proviamo a condizionarli che i sogni possono stimolare qualcosa di nuovo e originale. Se Larry Page avesse usato un dispositivo come Dormio sarebbe forse stato più produttivo in qualche riunione, ma probabilmente non avrebbe avuto l’ispirazione che si è poi tramutata in Google. Quale dei due destini è più auspicabile?

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