(foto: mohamed Hassan via Pixabay)

La trasmissione airborne del coronavirus, attraverso l’aerosol di particelle minuscole, sospese in aria in ambienti chiusi, è una via di contagio? Gli scienziati provano a rispondere a questa domanda dall’inizio della pandemia, con prove non sempre sufficienti e chiare. Uno studio condotto da fisici e medici dell’università di Amsterdam arriva ad affermare che questa via di trasmissione è possibile ma non risulta molto efficiente. I risultati sono pubblicati su Physics of Fluids. Ecco le situazioni in cui si rischia di più il contagio via aerosol.

La trasmissione via aerosol, a lungo discussa

Sappiamo che fra le vie principali di contagio ci sono le goccioline di saliva, le ormai famose droplet, emesse mentre parliamo o tossiamo, che sono sufficientemente grandi da poter contenere il virus, qualora una persona sia infetta. Ma oltre a queste goccioline grandi, ce ne sono anche alcune più piccole, di meno di 5 micrometri, che possono essere prodotte mentre respiriamo oppure che sono i residui di particelle più grandi. Queste microparticelle, che compongono appunto l’aerosol, possono rimanere sospese in aria e, se in concentrazioni sufficientemente alte (e per un tempo ancora da stabilire), essere alla base di un contagio.

Su questo tema c’è stato ampio dibattito da parte degli scienziati di tutto il mondo. Gli studi si stanno accumulando e varie prove mostrano il rischio c’è, soprattutto se si parla di ambienti chiusi e scarsamente ventilati – oppure in qualche caso anche all’aperto in situazioni di affollamento. Per queste ragioni in tempi recentissimi alcune delle autorità di riferimento – nello specifico i Centri per il controllo delle malattie Cdc statunitensi, mentre l’Oms non ancora – hanno inserito nella lista delle possibili vie di trasmissione del Sars-Cov-2 anche l’aerosol di particelle.

Aerosol, Sars-Cov-2 e morbillo

Oggi gli scienziati hanno studiato attraverso modelli computazionali come si comportano le droplet e come eventuali residui piccoli, microscopici, possano viaggiare nell’aria, rimanendo sospesi e attivi. Il modello riproduce i movimenti di queste particelle e si basa su parametri come la carica virale (il numero di particelle virali in un certo campione) e l’infettività del Sars-Cov-2. Sulla base di queste indagini hanno concluso che il contagio via aerosol “è possibile ma non molto efficiente, soprattutto da parte di persone asintomatiche o con pochi sintomi e bassa carica virale”, come si legge nello studio.

Per alcune malattie infettive, come il morbillo, la trasmissione attraverso l’aerosol è più rilevante e rientra fra le principali vie di contagio, spiegano gli autori – che non intendono però paragonare Covid-19, una pandemia dovuta a un virus nuovo, e il morbillo, una malattia per cui abbiamo una conoscenza molto maggiore e strumenti preventivi efficaci.

Quando si rischia

Insomma, in molti casi i rischi sono ridotti. “I sistemi moderni di ventilazione rendono il rischio di infezione tramite aerosol non molto rilevante”, sottolinea Daniel Bonn, coautore dello studio e ricercatore al Van der Waals-Zeeman Institute dell’università di Amsterdam. “La quantità di virus nelle droplet piccole è relativamente ridotta, che significa che diventa pericolosa se l’ambiente è scarsamente ventilato per un tempo abbastanza lungo, in presenza di una persona contagiata che ha tossito”. L’idea è che se si entra e si sosta per pochi minuti in una stanza con una persona positiva al Sars-Cov-2 e con sintomi leggeri che ha tossito nell’ambiente chiuso la probabilità di essere contagiati rimane ancora piuttosto bassa. Mentre se la permanenza è più lunga e l’ambiente non è ventilato il rischio potrebbe crescere.

Questa situazione non è poi così rara, se pensiamo ad esempio a aule scolastiche o ai mezzi pubblici, per cui un’aerazione ripetuta diventa essenziale. Non è un caso che un altro studio, appena pubblicato su Physics of Fluids e realizzato da un team di fisici dell’università del New Mexico, ha mostrato che negli ambienti chiusi a scuola tenere le finestre aperte è uno strumento molto efficace per ridurre il rischio di contagio.

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