La variante di coronavirus B117, anche nota come variante inglese perché identificata per la prima volta nel Kent (Inghilterra), non solo si trasmette più facilmente, ma sembra che sia anche del 60-65% più letale delle varianti preesistenti. A sostenerlo sono i dati di due nuovi studi, pubblicati a pochi giorni di distanza dal British Medical Journal e da Nature. Brutta notizia, senza dubbio, ma gli esperti invitano a leggerla nella giusta prospettiva: se infatti si considera il numero di morti in più causati dalla variante inglese, le cifre non sono così spaventose.

Gli studi avevano lo scopo di mettere in luce un’eventuale differenza di mortalità tra le persone contagiate dalla variante B117 rispetto a coloro che erano stati colpiti da altre versioni del coronavirus. Entrambi sono stati condotti nel Regno Unito tra la seconda metà del 2020 e i primi mesi del 2021, comprendendo quindi anche il periodo in cui sia la variante inglese sia le forme preesistenti circolavano abbondantemente (poi la variante B117 ha preso il sopravvento) e l’effetto della campagna di vaccinazione non si era ancora fatto sentire forte e chiaro (come invece è ora).

La ricerca appena pubblicata da Nature e condotta dai ricercatori della London School of Hygiene and Tropical Medicine è più ampia (2.245.263 test per coronavirus analizzati), ma conferma in sostanza le conclusioni del lavoro svolto dall’università di Exeter e di Bristol, pubblicato sul Bmj. La mortalità a 28 giorni per Covid-19 è in assoluto superiore in tutte le fasce d’età sopra i 30 anni se la malattia è causata dalla variante B117. L’aumento è del 61% nell’intera coorte analizzata.

Detta così sembra un vero disastro, ma, sebbene la pericolosità della variante inglese non debba essere sottovalutata soprattutto nei più anziani, le cifre sembrano meno maligne se si rapporta l’aumento al rischio di morte relativo alle diverse fasce di popolazione. Per esempio, nello studio londinese emerge che il tasso di mortalità a 28 giorni per gli uomini tra i 55 e i 59 anni passa dallo 0,6% delle varianti preesistenti allo 0,9% della variante B117, mentre sempre negli uomini tra i 70 e gli 84 anni il rischio passa dal 4,7% al 7,5%. Per gli over 85 il rischio è massimo e la variante inglese provoca un aumento del tasso di mortalità da 6 a 8 punti percentuali, portandolo quindi tra il 19% e il 25%. Nella fascia d’età sotto i 35 anni, invece, non ci sono abbastanza dati perché gli autori possano esprimersi.

Inoltre le indagini in corso sull’efficacia degli attuali vaccini nei confronti della variante B117 sono incoraggianti. Pertanto l’impatto reale della maggiore pericolosità della variante inglese dovrebbe essere contenuto.

Niente panico, dunque, ma non bisogna nemmeno abbassare troppo la guardia. Ancora poco, infatti, si sa delle varianti sudafricana e brasiliana, che quindi continuano a essere monitorate, e finché il virus continuerà a circolare ci sarà sempre il rischio che incorra in altre mutazioni che potrebbero renderlo molto più pericoloso e immune ai nostri vaccini.

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