(foto: Getty Images)

Gatti che sullo sfondo attraversano una stanza. Pentole che bollono, coltelli che affettano verdure, letti disfatti. Scatti di accendini. Cani accoccolati in grembo agli studenti. Armadi, mensole, suppellettili. Madri, padri, fratelli e sorelle che entrano ed escono dalle inquadrature. E moltissimi volti: ripresi perlopiù dalle webcam dei computer portatili ne vengono deformati, i visi allargati, allungati e sgranati, inquadrati con angolazioni dall’alto, dal basso e laterali. Volti assonnati, spettinati, ma anche qualche volta arrangiati come se si stesse per uscire. I mezzi busti sono occasionali e si suppone casuali, dettati più da necessità ergonomiche che semantiche. Il corpo dal bacino in giù è sparito. E talvolta la camera rimane spenta, e quello che si offre alla vista è un riquadro nero con un nome in sovraimpressione.

È questo il panorama visivo che si è offerto nell’ultimo anno a chi si occupa di formazione. I processi di didattica a distanza, obbligatori e necessari, hanno trasformato la sovrabbondanza estetica che è l’esperienza di insegnamento in un campionario di immagini brutte e povere. Una bruttezza e povertà dovuta non all’incapacità di generare belle immagini (un’accademia di belle arti lo sa fare più che bene), ma alla necessità di un efficientamento improvviso e radicale dell’insegnamento che, dal giorno con la notte, è stato distanziato e digitalizzato. Docenti e studenti hanno dismesso il loro habitus, costruito in decenni di esperienza del ruolo, e si sono riadattati youtuber, mezzibusti televisivi, speaker radiofonici.

Questa nuova dimensione, necessità inderogabile nel passato e ora, sarà il destino della formazione accademica?  L’esperienza acquisita nell’ultimo anno in NABA, il ruolo che occupo, e l’approccio che caratterizza l’area di Media Design and New Technologies, in cui i media sono allo stesso tempo strumento progettuale e oggetto di riflessione critica, mi consente di dare una risposta, parziale e opinabile sicuramente ma fondata, e la risposta è no. Non un no secco, perentorio, radicale ed esclusivo: chi si occupa di media è ben consapevole che la deriva apocalittica, il luddismo, il rifiuto del cambiamento di paradigma tecnologico sono reazioni di difesa rispetto al cambiamento. Tuttavia una sana diffidenza rispetto a una accoglienza acritica della didattica a distanza nel mondo delle accademie di belle arti ha molti motivi per sussistere.

Si rivendica qui un motivo preponderante, specifico per la formazione accademica. L’accademia è basata su una condivisione pre-logica delle conoscenze in cui la dimensione esperienziale fisica è essenziale. I soggetti accademici, che siano essi docenti o studenti, non vivono la conoscenza all’interno di sistemi linguistici o logici codificati. Essere presenti fisicamente qui e ora, vivere – seguendo Husserl – nel mondo della vita è il fondamento di qualsiasi pratica accademica. L’accademia è uno dei pochi luoghi sociali in cui l’estetico può e deve prevalere sul logico. La consistenza al tatto di un tessuto, il posizionamento di una camera per costruire la semantica migliore di un’immagine, la percezione sinestesica di un oggetto o di un ambiente: senza questi elementi la formazione accademica diventa teoria dell’accademia.

Il processo formativo dell’accademia non è cartesiano: al contrario le menti seguono i corpi, e il soggetto accademico vive nel mondo della vita per restituire il suo operato al mondo della vita. La struttura architettonica dell’accademia stessa, costruita storicamente a partire da laboratori e aule di progettazione, è segno di questa necessità. E il mondo della vita non può essere rimediato con la didattica a distanza perché vive sul e nel movimento. Vedremo nelle nostre esistenze poche altre esperienze, si spera nessuna, in grado di vincolare in maniera tanto coatta la cinetica dei corpi. Un corpo coatto, costretto alla scrivania, non è il corpo di un soggetto accademico.

Bisogna quindi resettare tutta l’esperienza di didattica a distanza dell’ultimo anno? La risposta è no. Nel laboratorio privilegiato in cui opero coi miei colleghi abbiamo per necessità e volontà fatto molte sperimentazioni con il digitale. E nel mondo digitale sono state trovate molte opportunità per il miglioramento della formazione. Ma lo scenario formativo in cui sfruttare queste opportunità non deve essere la sostituzione: la dematerializzazione in sé mina alle fondamenta il processo di formazione accademica. Tuttavia il digitale offre anche possibilità innovative e formative da tutti i punti di vista per l’ampliamento della esperienza fisica. La strada che ci ha indicato la didattica a distanza in questo ultimo anno è verso una realtà aumentata in cui il digitale non castri né inibisca l’esperienza fisica, ma al contrario la arricchisca con tutta la potenza di virtualizzazione di cui dispone.

Non so allora se l’accademia saprà mantenersi come territorio di resistenza rispetto alle forze sociali molto più potenti che stanno dematerializzando il mondo – forze che, va sottolineato, hanno logiche e obiettivi che possono essere qualsiasi cosa ma non sono formazione accademica. Qualora la dematerializzazione si imporrà, sarà compito di chi si occupa di formazione accademica presidiare con cura il mondo della vita.

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