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È una scocciatura, è frustrante, è limitante, tutto quello che volete. Però il distanziamento sociale funziona e contiene la diffusione del nuovo coronavirus. Eppure – e lo abbiamo constatato di recente anche qui in Italia – non tutti lo rispettano. Come mai? Che cosa spinge i cittadini ad aderire alle nuove norme di comportamento? Se lo sono chiesti i ricercatori della Denver Business School dell’Università del Colorado che, analizzando le risposte ad alcuni sondaggi effettuati negli Stati Uniti, in Kuwait e in Corea del Sud, hanno scoperto che molto dipende dall’azione dei governi. Sebbene con delle differenze da Paese a Paese, le ragioni che condizionano il comportamento dei cittadini sono la percezione che il governo stia rispondendo bene all’emergenza Covid-19 e che si stia adoperando per la riapertura delle attività economiche, una buona informazione attraverso diverse fonti (con particolare attenzione ai social media), una buona conoscenza del virus e della malattia.
I risultati sono pubblicati sul Journal of Medical Internet Research.

Lo studio

I ricercatori hanno selezionato in modo casuale le risposte a dei sondaggi effettuati sul web a maggio 2020. In totale il campione ha coinvolto 482 intervistati, di cui 207 cittadini statunitensi, 181 kuwaitiani e 94 sudcoreani. L’obiettivo era quello di effettuare una valutazione comparativa di cosa spinge i cittadini di Paesi diversi ad aderire alle nuove norme di distanziamento sociale per contenere la pandemia da coronavirus.

Ciò che è emerso è che a influenzare l’autoadesione al rispetto del distanziamento sociale è soprattutto la percezione che il proprio governo stia fronteggiando bene l’emergenza sanitaria. Un motivo che, insieme alle buone risposte del governo per la riapertura delle attività, aumenta anche la percezione dell’adesione degli altri.

Gli scienziati, inoltre, hanno notato che l’autoadesione migliora là dove i cittadini hanno ricevuto più informazioni sul virus e sulla malattia. O almeno è così per Stati Uniti e Kuwait, mentre l’associazione non è significativa in Corea del Sud. Questo – ipotizzano gli autori – è da ascrivere a differenze culturali: mentre negli Stati Uniti i cittadini vogliono sapere perché si sta chiedendo loro di limitare le proprie libertà personali, in Corea del Sud le persone sono disposte a rinunciare alle libertà individuali per il benessere del Paese indipendentemente che vengano fornite spiegazioni approfondite in merito.

Rimanendo nell’ambito delle comunicazioni, i ricercatori hanno constatato che la conoscenza viene veicolata meglio quando è disponibile una pluralità di fonti e quando le istituzioni utilizzano bene anche i social network.

Raccomandazioni

Sulla base di questa analisi gli scienziati formulano una serie di suggerimenti rivolti ai governi che si trovano a affrontare l’emergenza coronavirus, che in assenza di terapie ad hoc e vaccini non finirà certo domani.

Instillare paure invece di dare corrette informazioni non è una strategia efficace perché aumenta nei cittadini la frustrazione e la percezione di inattendibilità del governo, allontanando le persone dal rispetto delle norme di prevenzione. Serve invece una narrazione migliore di quella data finora, con messaggi positivi e ben strutturati (per esempio spiegare ai cittadini in modo più preciso e diretto cosa fare per tutelare se stessi; esemplificare cosa i cittadini dovrebbero aspettarsi dagli altri e come interagire), anche attraverso canali più personali, evitando sensazionalismo e sottotrame politiche. Una strategia – concludono – che deve mantenersi per tutto il tempo dell’emergenza sanitaria e che deve tenere in considerazione la pancia del Paese.

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