(foto: Leon Neal/Getty Images)

“È così che finisce il mondo: non con un botto, ma in un piagnisteo”. A quanto pare, la celebre citazione dal poeta T.S. Eliot si adatta alla perfezione anche al mondo del lavoro e alle conseguenze dell’automazione. Anni e anni a parlare di apocalisse robotica e di intelligenze artificiali pronte a conquistare il 50% delle professioni (e anche alcuni licenziamenti di massa, come quello avvenuto nel 2016 alla cinese FoxConn), ci hanno fatto pensare che lo spettro della disoccupazione di massa si paleserà all’improvviso in un futuro più o meno vicino.

Ovviamente, le cose non andranno così. Le aziende non avviseranno all’unisono i loro dipendenti, da un giorno all’altro, che la tal intelligenza artificiale o il tal robot hanno reso il loro lavoro obsoleto. Sarà un processo molto più graduale. La cattiva notizia è che questo processo è già iniziato e i suoi effetti si stanno già avvertendo.

In uno studio condotto da quattro ricercatori olandesi, due dei quali dell’università di Utrecht, sono state analizzate le informazioni relative all’automazione sul lavoro in 36.490 aziende dei Paesi Bassi, con una forza lavoro totale di 5 milioni di persone e in un lasso di tempo che va dal 2000 al 2016. Tra i dati presi in considerazione ci sono il tasso di disoccupazione, i salari annuali, il totale dei sussidi erogati e altro ancora.

Dall’analisi emerge che la sostituzione dei lavoratori non avviene nella maniera drammatica che siamo portati a immaginare. Non ci sono frequenti e improvvisi licenziamenti di massa, ma lavoratori allontanati dalle loro mansioni, ricollocati in posizioni meno appaganti con stipendi più magri, che subiscono una riduzione degli orari o che, in alcune occasioni, vengono effettivamente licenziati o costretti al pre-pensionamento.

Nel complesso, si legge nello studio, “l’automazione nelle aziende (…) causa una perdita di salari che, nel giro di 5 anni, raggiunge l’11% dello stipendio annuale”. Se vi sembra una cifra da poco, tenete conto che questo è il risultato medio tra tutti i lavoratori, non soltanto tra quelli che hanno subito direttamente la concorrenza di robot e intelligenze artificiali. Non solo: anche in una nazione come i Paesi Bassi (notoriamente dotata di un ottimo welfare), lo stato è in grado di integrare solo in parte le perdite economiche subite da chi, per esempio, è stato costretto al pre-pensionamento e deve quindi rinunciare ad anni di maggiori entrate.

Una cassa automatica in più nei supermercati, un algoritmo negli studi legali, un braccio robotico in fabbrica, un display per le ordinazioni da McDonald’s e le ore lavorate dai dipendenti non possono che diminuire. Gli effetti dell’automazione, infatti, non cambiano molto a seconda che uno lavori in un’azienda piccola, media o grande; nei servizi o nell’industria pesante: “La perdita economica è pervasiva in tutti i settori, dimensioni aziendali e tipologie di lavoro”, si legge sempre nello studio. Che cosa significa tutto ciò? Che la tanto temuta sostituzione dei lavoratori si sta già verificando, ma gradualmente e con conseguenze quindi meno visibili. I robot ci stanno portando via il lavoro, ma invece di farlo di colpo lo stanno facendo un pezzettino per volta.

Il vero danno dell’automazione non sono quindi i più visibili licenziamenti di massa, ma la lenta erosione dei salari, la diminuzione delle ore lavorate e in alcuni casi anche la ricollocazione dei lavoratori. Tutto questo è confermato dagli studi dell’economista della Boston University James Bessen, che ha analizzato le differenze tra le aziende che hanno adottato una politica di automazione e quelle più tradizionali. Per quanto possa sembrare che, in entrambi i casi, la sostituzione dei lavoratori sia dettata da un normale turn-over, nelle aziende che puntano su robot e intelligenze artificiali “il tasso di abbandono da parte dei lavoratori è più alto dell’8%”.

Le cose non sono destinate a migliorare: secondo un report di McKinsey – il 75% delle aziende ha già adottato politiche di automazione del lavoro o ha in programma di farlo a breve. Nello stesso report, si segnala come, di conseguenza, il numero di dipendenti che lasceranno il loro lavoro (perché licenziati o perché sottoposti a condizioni non più favorevoli) continuerà ad aumentare.

La gradualità con cui l’apocalisse del lavoro si sta dispiegando ha ovviamente un aspetto positivo: la società ha più tempo per prepararsi e non ci troveremo da un giorno all’altro tutti con gli scatoloni in mano accompagnati fuori dagli uffici da robot scalpitanti. Allo stesso tempo, proprio il fatto che gli effetti dell’automazione si dispieghino un po’ per volta rende meno probabile che si crei un’ondata di protesta generale che costringa la politica a studiare delle contromisure.

Se un magazzino di Amazon decidesse all’improvviso di fare a meno di tutti i suoi dipendenti umani, probabilmente assisteremmo a proteste dei lavoratori e a (promesse di) azioni da parte della politica. Se i lavoratori fossero invece rimpiazzati uno per volta, o vedessero le ore lavorate lentamente diminuire, tutto questo rischierebbe di passare sotto silenzio. Che poi è effettivamente ciò che sta avvenendo.

C’è un altro aspetto, altrettanto importante. Ed è quello delle crescenti disuguaglianze. Un braccio robotico, un sistema digitale o un algoritmo di deep learning costano molto meno di un lavoratore; allo stesso tempo, l’automazione del lavoro aumenta la produttività. Questi ulteriori guadagni, però, finiscono solo nelle tasche dei dirigenti più alti in grado: “Stiamo producendo sempre più beni con meno lavoro e la torta sta diventando sempre più grande”, ha spiegato ancora Bessen. “Il problema è chi sta prendendo le fette”.

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