Un operatore delle onoranze funebri nel parcheggio del cimitero monumentale di Bergamo (Foto: Piero Cruciatti/AFP via Getty)

Forse ci volevano le immagini di quella parata funebre da tempi di guerra, che tutti abbiamo visto, per darci il quadro effettivo della situazione. Anche fuori dalle zone più colpite, dove ha faticato e ancora fatica a imporsi nella testa di molti. Quella dei camion dell’esercito che portano via da Bergamo, la provincia con il maggior numero di contagi da coronavirus in tutto il paese, decine di salme dal cimitero monumentale ai forni crematori di altre città, da Modena a Varese. Le attese per le cremazioni, scelte da gran parte delle famiglie, avevano ormai superato la settimana. Sono spesso corpi che i parenti – soprattutto mogli e mariti, figli e nipoti – non hanno potuto rivedere dal momento del decesso. Per giunta dopo un precedente periodo di isolamento, cioè dal momento del ricovero. Per quanto molti si stiano evidentemente spegnendo anche in casa, nell’impossibilità di ricoverare tutti quelli che hanno bisogno di assistenza.

Nel complesso, quel momento essenziale per l’elaborazione del lutto che è il passaggio per certi versi formale di addio, è stato troncato di netto. I funerali in chiesa sono vietati, le case funerarie e le camere ardenti sono chiuse, e l’unica pratica concessa – per chi creda, ovviamente – è la benedizione della salma al cimitero in forma privata o la cremazione. Se il defunto era positivo al virus, gli unici a potersene occupare post mortem sono inoltre gli addetti delle onoranze funebri. Per il divieto di spostarsi i parenti che abitano fuori città non possono ovviamente partecipare, d’altronde anche i trasferimenti al cimitero sono spesso solitari perché i familiari sono a loro volta contagiati,, in quarantena, ricoverati o in isolamento preventivo. Lo raccontava con triste esaustività La Stampa qualche giorno fa, spiegando che chi se ne occupa informa – come tutto, in questi giorni – chi resta a casa con video e foto su WhatsApp. La tumulazione in chat, il massimo esempio di dolore in una crisi che sì, in questo senso somiglia proprio a una guerra con l’unica, ritardata consolazione di sapere che almeno si avrà una tomba da visitare. Prima o poi.

Ci sono dettagli durissimi sulle prassi di questo periodo per i decessi da coronavirus che tuttavia danno l’idea di quanto un distacco già profondissimo, per molti inspiegabile, magari sopraggiunto in tempi rapidissimi, possa diventare una specie di buco nero sentimentale. Ogni cultura onora i morti a suo modo, con i riti spesso antichissimi e le sue tradizioni, e dunque non è questione religiosa ma anzitutto antropologica: la cura dei corpi, che spesso vengono lavati, rivestiti, decorati, unti con olii o avvolti in stoffe particolari, è il primo passo concreto nella manifestazione di quella pietà che prende poi altri percorsi, come quella del lamento funebre, cioè il cordoglio espresso dalla comunità. Non possiamo pensare che nulla accada, se quella fase viene semplicemente – certo, per la sicurezza collettiva – cancellata. Se quei lamenti vengono ammutoliti.

Ed è significativo anche notare che il passaggio della considerazione della morte da presenza familiare, da accogliere certo non con gioia ma con rassegnazione tipica del Medioevo, quella “morte addomesticata” di cui parlava lo storico francese Philippe Ariès nei suoi testi sul tema, a una ritualità più ricca, carica anche nei sepolcri, legata al timore del giudizio individuale, avvenne dal XIV secolo in poi. Un passaggio fra Medioevo e Rinascimento che venne irrobustito proprio dalle catastrofiche conseguenze di un’epidemia: quella della peste nera che come ogni fenomeno di questo genere, e come purtroppo sta in parte accadendo in questi giorni, erode senza pietà ogni pratica consolatoria.

Verrebbe da dire, per le proporzioni che l’epidemia sta purtroppo raggiungendo specialmente in Lombardia e nelle province di Bergamo e Brescia, che ciò che stiamo vivendo rappresenti quasi una rottura generazionale, un trauma collettivo nel più ampio trauma della quarantena forzata. Un passaggio a vuoto, l’eliminazione di un qualche tipo di ultimo saluto, che colpisce, ovunque, anche chi non ne è colpito. Coinvolge anche chi ha parenti, anziani ma non solo, e non può occuparsene perché abita altrove o per occuparsene fa i salti mortali. Perché curare degli altri senza toccarsi e con la scarsità di materiali di protezione diventa un’impresa, quasi un assurdo logico a cui non c’è trucco digitale che tenga. Ma non poter curare neanche chi è morto è una bomba a orologeria nel nostro futuro.

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