(foto: Engine Akyurt/Unsplash)

Se n’è parlato soprattutto per il vaccino Vaxzevria di AstraZeneca, ma la stessa questione è aperta pure per la formulazione targata Janssen (Johnson & Johnson): in rarissimi casi la somministrazione del vaccino è ritenuta la causa di eventi avversi di trombositrombocitopenia, che occasionalmente si sono rivelati anche fatali. Soprattutto sui media, ma anche dalle statistiche spicciole che collezionano le segnalazioni, il messaggio che è passato è che questi eventi riguardano prevalentemente le donne giovani, tanto che in alcuni casi si è raccontato di questo fenomeno quasi come riguardasse esclusivamente il genere femminile. Ma è veramente così?

Anticipiamo subito che è difficile arrivare a una risposta conclusiva, e che anzi si tratta di un tema su cui le autorità regolatorie, e più in generale la comunità scientifica, stanno continuando a interrogarsi. Quel che è certo, però, è che la situazione è un po’ più complessa di quanto potrebbe trasparire da un semplice conteggio dei casi registrati suddivisi per uomini e donne. Andiamo con ordine.

I dati a oggi

Secondo quanto reso noto finora, dall’inizio della campagna vaccinale a domenica 4 aprile in Europa sono state registrate un totale di 222 segnalazioni per trombosi post-vaccinazione, di cui 169 del seno venoso intracranico a livello cerebrale (Csvt) e 53 delle vene splancniche, nell’addome. Queste segnalazioni sono giunte all’Agenzia europea per i medicinali (l’Ema) e corrispondono a un totale di 34 milioni di dosi di Vaxzevria somministrate. L’Italia ha contribuito al database con 11 segnalazioni.

Delle 222 segnalazioni, però, solo 62 episodi di trombosi cerebrale e 24 alla vena splancnica sono state ritenute potenzialmente collegate al vaccino. Dunque un totale di 86 casi effettivi, corrispondenti a 18 decessi, di cui 2 relativi al nostro paese. In merito alla differenza di genere, la maggior parte dei casi ha riguardato donne. Sono relativi a donne circa i due terzi del totale delle segnalazioni, ossia (detto altrimenti) i casi che hanno riguardato gli uomini sono grossomodo la metà rispetto a quelli su pazienti donna.

Il paese del Vecchio continente che ha raccolto più segnalazioni è stato finora il Regno Unito (che ha anche fatto più vaccini, circa 22 milioni di dosi al 21 aprile), con 209. Di queste, 120 relative a donne e 89 a uomini, con un esito fatale nel 19% dei casi, ossia per 41 persone. L’incidenza attuale registrata è dunque di 9,3 casi per milione di dosi somministrate.

La dimensione del campione

Prima di concludere che in generale l’incidenza femminile delle trombosi è doppia rispetto a quella maschile, conviene fare qualche considerazione. Anzitutto, pur essendo molto ampio il campione di persone vaccinate (che ci dà una buona solidità statistica per l’incidenza in generale degli eventi di trombosi e trombocitopenia), quello di chi ha mostrato un effetto avverso grave è piuttosto smilzo. Ragionare per l’Unione europea di una 60ina di donne e una 30ina di uomini non può certo definirsi un campione ampio e capace di fornire risultati incontrovertibili.

A dimostrazione di ciò, alcuni sotto-campioni mostrano risultati contro tendenza. Per esempio, in Francia tra il 2 e l’8 aprile sono stati segnalati altri 9 casi di eventi avversi tromboembolici (peraltro non inclusi nella statistica citata sopra), e in questo caso la maggioranza è stata maschile, 5 contro 4.

Parrebbe invece in linea con il dato complessivo europeo anche quello statunitense, seppure ancora più piccolo in termini assoluti e riferito al vaccino di Janssen: 8 casi di trombosi e trombocitopenia su 7 milioni di vaccinazioni al 13 aprile, di cui 6 donne e 2 uomini. Mentre il già citato dato britannico, pur confermando la prevalenza femminile, con un campione statistico più ampio mostra una differenza percentuale più ridotta, del 57% contro il 43%.

La rappresentatività del campione

L’altro elemento essenziale da includere nelle statistiche, senza cui tutte le considerazioni di genere risultano poco sensate, è quante donne e quanti uomini siano stati vaccinati. Va da sé, infatti, che come minimo il dato dovrebbe essere rapportato al numero complessivo di dosi somministrate. E non si tratta di una questione di poco conto.

La campagna vaccinale, in Italia e non solo, è partita dal personale sanitario. E da chi è composta questa eterogenea categoria professionale? Al 66,8% da donne e quindi al 33,2% da uomini, secondo i dati del nostro ministero della Salute aggiornati al 2017. Si potrebbe obiettare però che in larghissima parte queste persone sono state vaccinate con formulazioni diverse da Vazxevria, che invece è toccato anzitutto al personale scolastico. Dove le donne sono ancora di più: oltre l’80% della categoria, con un totale a oggi di 1,2 milioni di vaccini somministrati.

Anche il dato complessivo italiano, comunque, è eloquente: su 21,6 milioni di dosi, alle donne ne sono andate 12,3 milioni. Insomma, se un certo effetto avverso avesse gli stessi numeri assoluti per uomini e donne, allora vorrebbe dire che il rischio è più alto negli uomini perché sono stati vaccinati di meno. Con i dati reali della nostra campagna vaccinale, invece, è atteso che tuti gli effetti avversi siano (in numero assoluto) maggiori per le donne.

Le ipotesi di spiegazione

Ammesso e non concesso che questa maggiore incidenza nelle donne sia una realtà scientifica e non un artefatto statistico, in campo ci sono alcune teorie che potrebbero spiegare il perché di questa differenza. In generale il rischio di trombosi nella popolazione è sostanzialmente identico tra uomini e donne, ma l’utilizzo di contraccettivi orali per le donne è considerato un fattore di rischio aggiuntivo (così come in generale lo è il sottoporsi a un intervento chirurgico, che però non crea differenze di genere).

Un altro tema è il meccanismo con cui le trombosi si originano, che deriverebbe da un’anomalia immunitaria dovuta agli anticorpi anti-Pf4, il cui effetto è abbassare il numero delle piastrine nel sangue (la trombocitopenia, appunto). Questo effetto sarebbe indotto dal vaccino, ma non è chiaro se l’anomalia immunitaria nelle persone colpite dalla trombosi fosse preesistente rispetto all’iniezione. In generale, comunque, le donne giovani sono più soggette a malattie immuni di questo genere. Ma si tratta di ipotesi assolutamente astratte, molto lontane dall’essere una spiegazione scientifica o una dimostrazione accertata.

La differenza di genere non è riconosciuta

Formalmente, da parte delle nostre autorità sanitarie di riferimento, la differenza di genere relativa alle trombosi non è affatto stata ufficializzata. Anzi, l’Ema nei propri documenti ha precisato che non sono stati identificati fattori di rischio specifici legati all’età o al sesso che siano correlati agli effetti avversi, né sono state identificate specifiche condizioni predisponenti.

Nero su bianco è stato specificato anche se le statistiche stesse possono essere confondenti: sia il fatto che l’incidenza paia prevalentemente femminile sia la prevalenza di casi di trombosi per chi ha meno di 60 anni potrebbero essere dovute alla strategia con cui i vaccini sono stati somministrati. Resta invece confermato che un fattore di rischio importante per le trombosi è Covid-19 stesso, che le provoca con una frequenza di ordini di grandezza superiore rispetto ai vaccini.

(L’articolo è stato modificato alle 16:25 del 6 maggio con l’ultimo aggiornamento relativo ai dati del Regno Unito.)

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