(foto: Jean-Francois Monier/Getty Images)

Lunedì 10 febbraio sul Corriere (sia in versione digitale sia cartacea) è stato pubblicato un articolo della sezione Dataroom, a prima firma di Milena Gabanelli, dal titolo Perché non si studia cosa provoca il cancro. Tra gli argomenti trattati in relazione ai tumori ci sono il glifosato, i telefonini e il 5G, che come noto sono da tempo al centro di polemiche e indagini scientifiche, ma anche oggetto di sacche di disinformazione. Pur senza riportare falsità, e ribadendo l’importanza di non interrompere gli approfondimenti scientifici, il quadro che emerge dall’articolo risulta ben più preoccupante di quanto effettivamente sia secondo la comunità scientifica.

Le omissioni e le storture sul glifosato

L’articolo del Corriere riporta quello che è effettivamente il quadro delle attuali conoscenze scientifiche sul famosissimo erbicida: probabile cancerogeno per l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), improbabile cancerogeno secondo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) e non cancerogeno per la protezione dell’ambiente (Epa). Anzitutto, però, la resa grafica di queste catalogazioni può trarre in inganno, perché riduce i pareri a un semplice (con una tic, peraltro evidenziata da una bordatura più spessa e inserita come prima riga) o no (con una croce), tralasciando ad esempio di dire che secondo la Iarc esiste – sopra al gruppo 2A in cui è catalogato il glifosato – anche il gruppo 1, quello delle sostanze certamente cancerogene.

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La tabella relativa al glifosato riportata dall’articolo sul Corriere

Ancora più importante, il rischio effettivo associato a ciascuna sostanza dipende non solo dalla classificazione di cancerogenicità tout court, ma anche e soprattutto dall’esposizione e dalla dose con la quale si entra davvero in contatto. Nel testo sono sì indicati i limiti giornalieri suggeriti dalle autorità di sicurezza sanitaria (0,5 milligrammi per ogni chilogrammo di massa corporea per Efsa, 1,75 per Iarc), ma si omette di specificare che questi limiti anche nella versione più stringente corrispondono a 70 chilogrammi di pasta ingerita al giorno, dunque sono molto lontani dai livelli di esposizione reale.

Inoltre c’è una certa confusione tra gli effetti sulla salute per i semplici consumatori, per i quali il glifosato non rappresenta di fatto un rischio rilevante, e ciò che invece accade per i lavoratori agricoli e per chi è esposto al glifosato non attraverso l’alimentazione ma con la respirazione o l’assorbimento della pelle. Come avevamo raccontato qui su Wired dopo aver intervistato il presidente di Efsa Bernhard Url“esistono linee guida [sulle protezioni individuali, sull’uso di strumentazione adeguata e sulla necessità un’attenzione particolare, ndr] per la protezione di lavoratori, residenti e agricoltori dagli effetti negativi di pesticidi e altre sostanze, ed è importante che queste indicazioni siano rispettate”.

Come fonte a sostegno della tesi della pericolosità del glifosato, infine, Gabanelli cita l’Istituto Ramazzini di Bologna, descrivendolo come “fra i più autorevoli a livello internazionale per la ricerca sulle malattie ambientali”. Tuttavia, come si legge anche sul sito ufficiale, si tratta di una “cooperativa sociale onlus”, i cui risultati non hanno certo una autorevolezza scientifica paragonabile a quella delle revisioni e delle conclusioni finali delle autorità di sicurezza sanitaria. Peraltro, gli effetti sulla salute presentati (interferenza con il normale sviluppo sessuale, effetto genotossico con “la rottura del dna”, alterazione della flora batterica intestinale) riguardano esperimenti condotti sui ratti, dunque non è detto che siano validi anche per l’uomo.

L’allarmismo sul 5G

“Il mondo corre verso il 5G, di cui non si conosce ancora nulla”. Così si conclude, nell’articolo di Dataroom, il paragrafetto dedicato ai presunti rischi sanitari delle telecomunicazioni. Il copione non è molto diverso da quello del glifosato, perché anche qui si cita una ricerca dell’Istituto Ramazzini, anche stavolta condotta sui ratti e non sulle persone. L’altro studio citato è quello statunitense del National Toxology Program pubblicato nel 2018 e di cui, peraltro, qui su Wired avevamo parlato diffusamente, spiegando come le condizioni in cui è stato condotto l’esperimento non rispecchiassero la reale esposizione alle reti di telefonia mobile, e che in ogni caso ha poco senso estenderne i risultati agli umani nella forma in cui sono presentati. Tanto per fare un esempio, non è affatto ovvio calcolare come convertire la dose a cui sono stati sottoposti i ratti a una dose equivalente per gli esseri umani.

Analizzando più in generale le tesi di chi si oppone al 5G, inoltre, emerge che non esistono validi motivi scientifici per auspicare uno stop alle sperimentazioni oppure all’adozione della rete di quinta generazione. Nonostante abbia sempre senso mantenere alta l’attenzione, a oggi non ci sono elementi che destino preoccupazione. Per di più, gli studi citati dai sostenitori dell’allarmismo fanno riferimento alla rete 3G, che ha un’infrastruttura di rete e caratteristiche elettromagnetiche differenti rispetto al 5G.

L’incertezza come modo per insinuare il dubbio

L’approccio espositivo dell’articolo somiglia al giornalismo a tesi, in cui la conclusione questa volta vuole essere un sostanziale boh motivato dalla (apparente) presenza di risultati contrastanti. “La scienza quindi non è concorde”, si legge in relazione alla questione telefonini-cancro. “Intanto […] noi continuiamo a essere esposti al glifosato”, chiosa invece la parte sull’erbicida. Il tutto lascia intendere l’idea di una comunità scientifica profondamente divisa al suo interno (cosa che di fatto non è) e l’effetto che si ottiene è di generare dubbi, allarmismo e sospetti, anziché sottolineare come non esistano evidenze scientifiche che facciano temere per la nostra salute, almeno nelle forme di esposizione standard a cui siamo effettivamente sottoposti.

Riceviamo e pubblichiamo la seguente replica da parte dell’Istituto Ramazzini.

In merito all’articolo “Le imprecisioni di Milena Gabanelli che creano allarmismo su 5G, glifosato e cancro” di Gianluca Dotti, pubblicato su Wired.it, ci preme fornire le seguenti precisazioni:

Fermo restando il dibattito, sempre legittimo quando supportato da studi autorevoli, sugli effetti di pesticidi e campi elettromagnetici sulla salute umana, sono del tutto imprecise e fuorvianti le informazioni fornite sull’Istituto Ramazzini, chiamando in causa la forma giuridica dell’Istituto (cioè una cooperativa sociale onlus) e il modello sperimentale adottato. È bene chiarire allora che l’Istituto Ramazzini approda alla forma giuridica della cooperativa sociale dopo essere stato Fondazione e prima ancora parte del sistema sanitario pubblico, con il nome di Istituto di oncologia F. Addarii, dell’Azienda ospedaliera S.Orsola-Malpighi di Bologna. La scelta della forma della cooperativa sociale, compiuta dal fondatore dell’Istituto Ramazzini, il professor Cesare Maltoni, studioso di fama internazionale, in nessun modo diminuisce o incide sulla natura del lavoro svolto dall’équipe di ricerca né sui suoi obbiettivi. Al contrario, la forma della proprietà diffusa, propria della cooperativa, vincola l’Istituto all’assenza di scopi di lucro, alla totale trasparenza dei propri finanziamenti (i bilanci sono tutti pubblicati e consultabili sul sito web www.ramazzini.org) e all’assenza di interessi particolari che in qualche modo interferiscano o confliggano con l’interesse pubblico rappresentato dagli oltre 30mila soci e socie che ne detengono la proprietà.  Pertanto, la forma cooperativa non ridimensiona l’autorevolezza degli studi dell’Istituto Ramazzini ma anzi ne garantisce l’indipendenza, riconosciuta dai principali enti internazionali, dalle agenzie regolatorie e dalla comunità scientifica.

Per quanto riguarda il modello sperimentale, sorprende che l’autore dell’articolo inietti un dubbio sulla consistenza e sull’autorevolezza degli studi sperimentali in vivo, effettuati su cavie di laboratorio, in questo caso ratti. Tra le sostanze scoperte con questo modello sperimentale come cancerogeni dall’Istituto Ramazzini, ricordiamo: amianto, cloruro di vinile, benzene, formaldeide, tricloroetilene, carburanti e loro composti e additivi. I risultati dei saggi sperimentali di cancerogenesi, come quelli effettuati dal nostro centro di ricerca, hanno fornito le basi scientifiche per abbassare i limiti espositivi di numerose sostanze presenti nell’ambiente generale e sui luoghi di lavoro.

L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), ovvero la branca dell’Organizzazione mondiale della sanità che si occupa della valutazione delle sostanze cancerogene, raccomandava sin dagli anni Settanta del secolo scorso che  “è biologicamente plausibile e prudente considerare singoli agenti e miscele per le quali vi è evidenza sufficiente di cancerogenicità negli animali da laboratorio come se rappresentassero un rischio cancerogeno per l’uomo” (Lorenzo Tomatis, primo direttore monografie Iarc). Questo principio è alla base di tutte le valutazioni delle principali agenzie che si occupano di risk assessment e salute pubblica, sia in Italia sia all’estero.  L’autore sembra invece suggerire di condurre direttamente sull’uomo i test di tossicità, quando scrive “anche qui si cita una ricerca dell’Istituto Ramazzini, anche stavolta condotta sui ratti e non sulle persone”. In realtà, gli studi sperimentali di tossicità sono l’unica forma di prevenzione primaria per conoscere gli effetti delle sostanze prima che esse vengano testate sull’uomo. Test preclinici in vivo sui farmaci sono obbligatori per conoscere i possibili effetti collaterali di un farmaco prima che questo venga messo sul mercato. I casi dell’amianto, del cloruro di vinile, delle radiazioni, del benzene ci hanno insegnato che i risultati sperimentali sono stati capaci di anticipare anche di 30 anni quello che poi è stato confermato nell’uomo, purtroppo con la mera conta dei morti (talvolta milioni, come nel caso dell’amianto). Infine, ricordiamo che l’Istituto Ramazzini ha studiato più di 200 sostanze e composti: solo il National Toxicology Program americano può vantare numeri più alti.

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