San Josè, il centro economico, politico e culturale della Silicon Valley (foto: Getty Images)

Spesso, quando si parla di immigrazione riferendosi agli Stati Uniti, si cita la famigerata questione del muro al confine col Messico: la barriera fisica che Donald Trump vuole ampliare non è però che una minima parte del piano sull’immigrazione del presidente. L’inquilino della Casa Bianca vuole infatti riformare l’intero sistema e passare da un modello basato sui legami e i ricongiungimenti familiari a una specie di lotteria a punti. Il piano, annunciato in una conferenza stampa il mese scorso, prevede che a ogni immigrato venga assegnato un punteggio sulla base dell’età, del livello di istruzione e della conoscenza della lingua inglese. Più corposo è il curriculum, migliori sono le possibilità di sbarcare oltreoceano. “Questo sistema sarà l’invidia del mondo moderno”, ha detto Trump, secondo il quale, in questo modo, arriveranno negli States solo gli immigrati idealmente più utili allo sviluppo economico e sociale della nazione.

La Silicon Valley non la pensa allo stesso modo: a dirla tutta, anzi, per il celebre bacino dell’innovazione mondiale queste politiche si stanno rivelando un grosso problema. Come sottolinea Recode, la frequentazione di un master o di un dottorato non è un criterio dirimente per l’assunzione del personale fra i big del tech, perché le compagnie di San Francisco prediligono altri fattori: l’esperienza, alcune particolari abilità, lo spirito d’iniziativa. Per questo motivo, in passato Apple, Google e Facebook spesso hanno offerto contratti a immigrati altamente qualificati, che tuttavia non avevano frequentato per forza università prestigiose con voti superlativi. Oggi rischiano di non poterlo fare più.

La difficoltà a reperire personale

Un tempo, gli Stati Uniti erano in cima alla classifica dei paesi dove gli stranieri sarebbero stati pronti a trasferirsi per seguire le proprie aspirazioni lavorative. Uno dei motivi – se non il principale, per il mondo tecnologico – era proprio la presenza della valle della San Francisco Bay Area.

Oggi la situazione è cambiata. Le politiche sull’immigrazione di Trump hanno reso il paese meno attrattivo e tanti immigrati che prima si sarebbero candidati per un posto di lavoro negli States oggi preferiscono cercare nuove opportunità in Canada o in Europa. Secondo uno studio di Indeed, ad esempio il numero di cittadini indiani che vogliono trovare un’occupazione nel settore tech negli Stati Uniti è diminuito dell’8%; al tempo stesso, è salito, fino a raddoppiare, quello di coloro che cercano lavoro in Canada. E sul sito specializzato Eu Startups di recente campeggiava un titolo eloquente: “Goodbye Silicon Valley: 5 good reasons why it doesn’t make sense to move to the Valley to build your startup”: tra le motivazioni elencate dall’articolo, c’è una caratteristica essenziale dell’ecosistema europeo, la “libera – o quasi – circolazione di persone e imprese”.

Se anche trovi la persona giusta, ora la difficoltà è assumerla

Il candidato ideale potrebbe non entrare mai a far parte dell’azienda, quand’anche riuscisse a essere trovato. Secondo uno studio di New American Economy, l’ente di ricerca fondato da Michael Bloomberg e Rupert Murdoch che studia l’impatto dell’immigrazione sull’economia americana, le compagnie tech fanno sempre più fatica ad assumere. Dietro questa difficoltà ci sarebbe anche la riforma dell’immigrazione di Trump, che non è compatibile col processo di selezione di molte compagnie.

Fino a poco tempo fa, gli immigrati che venivano scelti dalla Silicon Valley potevano fare richiesta per un tipo di visto noto come H-1B, che veniva infatti rilasciato a tutti coloro che avevano avevano una laurea quadriennale, erano altamente specializzati e avevano già ricevuto un’offerta di lavoro da parte di un’azienda americana: lo stesso Elon Musk ha potuto trasferirsi in America grazie all’H-1B.

Oggi tutto ciò potrebbe non essere sufficiente, perché gli Stati Uniti potrebbero preferire a queste persone altre più qualificate. I dati dell’Ufficio immigrazione e cittadinanza degli Stati Uniti mostrano che il 52% delle 85mila domande avanzate per questo visto hanno frequentato un master, e chi è in possesso di questo titolo viene scelto più facilmente.

In parte, gli effetti di questa riforma si vedono già. Il Los Angeles Times racconta a questo proposito la storia di Leo Wang. Wang è un cittadino cinese con alle spalle una laurea in impresa e innovazione alla Usc (University of Southern California). Nel 2017 lavorava in una società di archiviazione di dati della Silicon Valley; l’anno scorso è rimasto disoccupato. La sua richiesta per ottenere un visto H-1B non è stata accettata, il permesso per studenti era scaduto e l’azienda è stata costretta a licenziarlo: era diventato un clandestino.

Per molti ruoli tecnici, penso agli ingegneri del software, l’esperienza sul campo e la dedizione al lavoro sono spesso i fattori più importanti”, ha detto a Recode Mehul Patel, il Ceo di Hired, la piattaforma di Mountain View dedicata alle assunzioni nel settore big tech. “Penso che molti ingegneri siano d’accordo quando dico che una laurea in informatica è molto importante, ma si impara più sul campo che in due anni di master”. Secondo uno studio, il 70% degli ingegneri che ci lavorano ha imparato a programmare da autodidatta.

Bye Bye Silicon Valley?

Il Canada non è un paese attrattivo soltanto per gli aspiranti dipendenti nel settore tech, ma anche per i loro datori di lavoro. Recode scrive che negli ultimi anni Toronto è diventato un hub tecnologico in grande spolvero e alcune compagnie, tra cui Microsoft e Amazon, hanno aperto lì un’altra sede proprio per raggirare le limitazioni sull’assunzione degli immigrati. Un sondaggio di Envoy, indica che il 65% delle aziende intervistate ha approfittato delle leggi canadesi per assumere personale straniero o dislocato lì parte della sua forza lavoro. Il 38% sta pensando di espandersi e il 21% ha già aperto un ufficio nel paese nordamericano.

Ma se la Silicon Valley rischia di scomparire è soprattutto per un motivo. Come sottolinea l’ultimo report di Mary Meeker, il 60% delle compagnie tech di maggior valore è stato fondato da un immigrato di prima o seconda generazione, e solo una piccola percentuale di queste persone aveva un livello di istruzione molto alto. Il sudafricano Elon Musk, per tornare all’esempio precedente, ha una laurea in economia e una in fisica, ma non ha mai finito il suo dottorato a Stanford. Con la nuova legge, fuori dai confini potrebbero rimanere anche i Ceo.

 

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