(foto: D-Keine/Getty Images)

Lente ma inesorabili, la temperature sulla Terra continuano a salire. E se le nazioni del mondo non rinnoveranno gli sforzi per contrastare i cambiamenti climatici indotti dalle attività umane, le conseguenze si faranno sentire un po’ ovunque: migrazioni, danni all’economia, all’ambiente e alla salute. In quest’ultimo campo, i pericoli non riguardano solamente gli effetti diretti dei cambiamenti climatici, come ondate di calore, frane e inondazioni, ma anche quelli indiretti. Con le temperature che aumentano, infatti, muta e si allarga anche l’areale di diffusione di molti virus e batteri, in particolare quelli responsabili delle zoonosi, cioè le malattie trasmesse all’uomo dagli animali. Uno degli esempi più drammatici è quello del virus ebola: secondo un nuovo studio pubblicato su Nature Communication è destinato a provocare epidemie con frequenza sempre maggiore, e in aree in cui oggi la malattia non rappresenta ancora un pericolo. Ma non è tutto: moltissime altre zoonosi sono infatti destinate ad aumentare di frequenza e diffusione, spinte da un ambiente che si farà sempre più accogliente per insetti e animali che trasportano i microorganismi.

Ebola dilaga

Negli ultimi anni ci ha ricordato della sua esistenza in modo fin troppo drammatico. La più grande epidemia di ebola della storia, che tra il 2013 e il 2016 ha ucciso oltre 11mila persone nei paesi dell’Africa occidentale, ha fatto appena in tempo a concludersi prima che la malattia tornasse a colpire, questa volta in Congo. Inizialmente con un focolaio nelle regioni equatoriali ad ovest del paese. E quindi nella provincia di Kivu, a nord-est, dove l’epidemia è tutt’ora in corso e ha causato oltre 2mila decessi. Non è un caso, allora, se riflettendo sugli effetti che avranno i cambiamenti umani sulle malattie trasmesse dagli animali, gli autori del nuovo studio abbiano puntato l’attenzione proprio su ebola.

Nel loro studio hanno deciso di creare un modello di diffusione del virus che prendesse in considerazione tutti i principali elementi che influenzano la frequenza di nuove epidemie: i quattro ceppi noti del virus e la loro diffusione geografica, le conoscenze (ancora scarse, va detto) sulle specie in grado di trasmettere la malattia all’uomo e il loro areale di diffusione nel continente africano, i cambiamenti sociali e ambientali che ci attendono nei prossimi decenni a causa del riscaldamento globale, e gli interventi di prevenzione che verranno messi in campo. Calcoli alla mano, sono due fattori che potrebbero influenzare maggiormente le future epidemie: quanto cambierà il clima nel corso del secolo, e quanta stabilità sociale e politica raggiungeranno i paesi del continente africano.

In tutti gli scenari presi in considerazione, comunque, l’area interessata dalle epidemie di ebola sembra destinata a crescere. In modo limitato se riusciremo a mitigare le emissioni di gas serra e quindi il riscaldamento globale. E in modo drammatico nello scenario peggiore, in cui l’inquinamento umano continuerà a peggiorare nel corso del secolo: in questo caso – scrivono gli autori dello studio – l’area interessata da possibili epidemie di ebola aumenterebbe di 3,8 milioni di chilometri quadrati ogni anno. Sulla spinta di un riscaldamento climatico che allargherà progressivamente gli areali delle specie che si ritengono oggi vettori della malattia. Animali come i pipistrelli della frutta, che in un continente che continuerà a riscaldarsi tenderanno sempre più spesso ad avvicinarsi agli insediamenti umani in cerca di cibo, aumentando le probabilità di trasmissione del virus. Le consegue, inoltre, potrebbero rivelarsi drammatiche non solo per i paesi africani, ma anche alle nostre latitudini. Le epidemie di ebola si farebbero infatti 1,6 volte più probabili, e crescerebbe allo stesso tempo la possibilità che il virus riesca a farsi strada fuori dal continente, rischiando così di trasformarsi in un’autentica pandemia. I paesi più a rischio, in questo caso, sarebbero Cina, Russia, India e Stati Uniti, seguiti da paesi europei come Spagna, Regno Unito e, purtroppo, la nostra Italia.

Non solo ebola

Ebola non è purtroppo l’unico pericolo che si farà più incombente a causa dei cambiamenti climatici dei prossimi decenni. Si ritiene infatti che moltissime zoonosi diventeranno più frequenti e pericolose nei prossimi anni. Un caso eclatante è quello del virus Nipah, un altro patogeno trasportato dai pipistrelli che può infettare l’uomo con effetti drammatici: in media, infatti, risulta fatale in oltre tre quarti dei casi. È endemico in molti paesi del Sudest asiatico e a partire dalla fine degli anni ‘90 (quando è stato identificato per la prima volta) ha già prodotto diversi piccoli focolai in molti paesi dell’area. Secondo gli esperti, è uno dei principali indiziati per una nuova pandemia dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche, perché al momento non esistono vaccini o terapie efficaci, molti dei ceppi noti possono trasmettersi anche tra esseri umani, e i cambiamenti climatici e la deforestazione renderanno sempre più frequenti i contatti dei pipistrelli che causano il contagio con i grandi insediamenti umani in India e in tutta l’area del Sudest asiatico.

Fino ad ora abbiamo parlato di pericoli che riguardano le aree calde e tropicali, particolarmente a rischio sia per motivi climatici, che per questioni sociali: nella maggior parte dei casi ospitano paesi in via di sviluppo, che hanno quindi minori possibilità di prevenzione e intervento in caso di epidemie. Ma anche i paesi occidentali potrebbero veder aumentare i rischi di zoonosi a causa del riscaldamento globale. È il caso ad esempio degli Hantavirus, patogeni potenzialmente letali trasmessi dal contatto con diverse specie di roditori, che possono provocare sindromi pericolose che coinvolgono i polmoni e i reni. Alcune ricerche suggeriscono che il riscaldamento globale potrebbe aumentare notevolmente la frequenza di infezioni e focolai epidemici, perché in aree come il nord degli Stati Uniti, il Canada o il nord Europa tenderanno a diminuire i mesi in cui il suolo è coperto di neve, aumentando le occasioni di contatto tra i roditori che trasportano il virus e gli esseri umani.

Zecche e ditteri

Simile il discorso per le zecche, che con l’aumentare delle temperature vedranno crescere il loro areale, il loro tasso di riproduzione e la quantità di esemplari che riesce a superare indenne la stagione invernale. Tutti particolari che renderanno sempre più comuni i morsi da zecca, e quindi i casi di infezione dei patogeni che portano con sé, di cui il più noto è senz’altro il batterio che causa la malattia di Lyme, una patologia difficile da diagnosticare che produce un vasto repertorio di sintomi che tendono a cronicizzare, come spossatezza, mal di testa, dolori, paralisi, deficit cognitivi e artriti, e che possono avere un impatto devastante sulla qualità di vita dei malati. Stesso discorso anche per la leishmaniosi, parassitosi causate da protozoi del genere Leishmania e veicolate dalle punture dei ditteri, un ordine di insetti che comprende molteplici specie ematofaghe. Molti di questi insetti sono più attivi a temperature elevate, e nei prossimi decenni in molte aree del nord America e del nostro continente europeo troveranno le condizioni perfette per pungere più spesso, e causare quindi un numero maggiore di contagi.

Zanzare

Parlando di insetti a fare la parte del leone in termini di pericoli per la salute sono sicuramente le zanzare. Un nemico capace di trasmettere un’infinità di agenti patogeni,e che già oggi sono responsabili di oltre 700milioni di contagi e un milione di morti ogni anno in tutto il mondo. E che (fortuna loro) sono destinate a trovarsi sempre più a proprio agio in un mondo stravolto dal riscaldamento climatico. Ovviamente, se da queste indicazioni generali si vuole passare a previsioni più puntuali il discorso inizia a farsi complesso. Non tutte le specie di zanzare trasmettono le stesse malattie, e non tutte hanno le stesse preferenze in fatto di temperature.

Le malattie che dobbiamo temere a causa dei cambiamenti climatici
L’immagine mostra gli effetti del riscaldamento globale sulla diffusione delle zanzare della specie Aedes Aegypti, vettore di virus come zika, dengue e chikungunya, in assenza di interventi concreti. Lo scenario in questo caso è quello che ci attende nel 2080, e la gradazione cromatica indica il numero di mesi all’anno in cui gli insetti pungono e possono trasmettere i patogeni, che vanno da 1 per il blu più intenso a 12 nel caso del rosso. In Italia i colori indicano un range che va da 4 a 6 mesi di attività nel corso dell’anno (immagine: Sadie Ryan)

Uno studio di Stanford ha provato a esaminare la situazione che ci aspetta nei prossimi decenni, valutando quali temperature risultino ottimali per la diffusione di diverse malattie. Stando ai risultati, la malaria raggiunge un picco di diffusione intorno ai 25 gradi. Mentre una malattia come zika tende a trovarsi a suo agio attorno ai 29 gradi. A temperature inferiori e superiori il numero di contagi tende invece a diminuire, e questo significa che quello che ci attende con il riscaldamento globale è un rimescolamento generale dei rischi: nelle zone temperate inizieranno a presentarsi sempre più spesso casi di malattie come zika, dengue, chikungunya e febbre gialla, oggi caratteristici di climi più torridi. Mentre i paesi che oggi hanno un clima troppo freddo per le zanzare vedranno crescere inesorabilmente i casi di malaria. Unici vincitori, in questo caso, sarebbero i paesi con climi estremamente caldi, che potrebbero arrivare a superare la soglia di tolleranza delle zanzare, vedendo così diminuire il numero di contagi.

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