(Foto: Hector Retamal/AFP via Getty Images)

Il mondo continua nella sua corsa per trovare un vaccino sicuro ed efficace contro il nuovo coronavirus. C’è chi, come la Cina, accelera i tempi somministrando a migliaia di persone vaccini candidanti che non hanno completato la fase della sperimentazione clinica, chi, come la Russia, ha approvato un vaccino ma non lo ha ancora distribuito e chi, come il presidente Donald Trump, pressa la comunità scientifica affinché ne abbia uno disponibile il prima possibile. E c’è chi, invece, propone alternative, che a primo sguardo sembrerebbero essere un po’ provocatorie: usare le mascherine come una sorta di vaccino. Ad avere quest’idea sono i due ricercatori, Monica Gandhi e George W. Rutherford della University of California di San Francisco che in un lavoro pubblicato sul New England Journal of Medicine sostengono che oltre a limitare la diffusione del coronavirus, le mascherine potrebbero permettere a un piccolissima quantità di particelle virali di entrare nel tratto respiratorio di chi le indossa, aiutando così a immunizzare alcuni di noi contro il Sars-Cov-2.

La teoria appena descritta, ma non ancora dimostrata, è quella di esporre un individuo a un agente patogeno per generare una risposta immunitaria protettiva. Si basa, in particolare, sul concetto della variolizzazione, un metodo di protezione dal vaiolo che consiste nell’inoculare in una persona da immunizzare il materiale prelevato da lesioni vaiolose di pazienti non gravi. Dopo la diffusione della vaccinazione, questa pratica è caduta ovviamente in disuso perché, a differenza di un vaccino, è molto rischiosa: alcune persone inoculate, infatti, oltre a sviluppare una forma grave di vaiolo, potevano essere a loro volta una nuova e potenziale fonte di contagio.

Per il nuovo coronavirus è ovvio che le mascherine non possono sostituire un vaccino efficace e sicuro. Ma potrebbe valere un discorso simile a quello del vaiolo. Alcuni studi, per esempio hanno dimostrato che esporre gli animali a piccole dosi di coronavirus genera forme leggere della Covid-19, mentre altri studi hanno evidenziato come l’uso della mascherina in luoghi affollati (come le navi da crociera) favorisce lo sviluppo di focolai in gran parte asintomatici. Dati tuttavia, che non dimostrano ancora come un’infezioni leggere o asintomatiche possano anche significare lo sviluppo dell’immunità contro il virus. Le mascherine, sostengono i ricercatori, diminuiscono la possibilità di ammalarsi per chi le indossa, e se una piccola quantità di particelle virali riuscisse a oltrepassarle andando a finire nelle vie aeree, questa potrebbe spingere l’organismo a produrre cellule immunitarie in grado di ricordare il virus e restare in circolo per combatterlo nuovamente. “Puoi avere il coronavirus ma essere asintomatico, quindi con le mascherine puoi aumentare il tasso di infezioni asintomatiche. Questo, magari, potrebbe diventare un modo per inoculare in maniera sicura il virus nella popolazione”, spiega l’autrice del lavoro Monica Gandhi, sottolineando che ciò non significa assolutamente che le persone devono indossare le mascherine per inocularsi intenzionalmente il virus.

Una teoria, tuttavia, che sarà difficile da dimostrare perché si basa su due presupposti, ovvero che dosi inferiori del virus portano a malattie meno gravi e che infezioni lievi, o asintomatiche, possono generare una protezione a lungo termine contro i successivi attacchi della Covid-19. Dati, entrambi, di non facile reperibilità e per ora ancora molto scarsi. Ma non solo: molti esperti, infatti, hanno mostrato dubbi e scetticismo sul ruolo delle mascherine come una sorta di vaccino, evidenziandone inoltre le potenziali conseguenze negative di una errata interpretazione. Se intesa nel modo sbagliato, infatti, la teoria potrebbe mettere a maggior rischio chi indossa le mascherine, offrendo un falso senso di sicurezza, o viceversa, dando peso a chi crede che le mascherine siano del tutto inutili nel bloccare l’infezione. “Sembra un salto nel buio”, ha commentato al New York Times l’epidemiologo Saskia Popescu. “Non abbiamo dati per supportarla. Le persone devono continuare a seguire tutte le altre strategie di prevenzione”.

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