(illustrazione: Getty Images)

I ricercatori se lo sono chiesto spesso durante la pandemia: le mutazioni del coronavirus Sars-Cov-2 lo renderanno più adattabile all’ospite, cioè all’essere umano, e più contagioso oppure no? Le prove sono varie e non sempre in accordo fra loro. Oggi un ampio studio condotto dall’University College London, su un campione di oltre 46mila genomi virali da tutto il mondo, mostra che le più ricorrenti mutazioni del virus non risultano aumentare la sua trasmissibilità. Insomma, per ora non sono responsabili di una maggiore contagiosità. Il dibattito sul tema rimane ancora aperto. I risultati sono pubblicati su Nature Communications.

Virus, via via più contagiosi?

In generale nella loro replicazione i virus possono presentare delle modifiche, più o meno rilevanti, e può diversificarsi in ceppi (o sottotipi) virali distinti dopo molte replicazioni, quando si diffonde in maniera molto ampia in una popolazione. Gli scienziati sottolineano che questo non implica necessariamente che la trasmissibilità o la pericolosità aumenti.

Lo studio

Il risultato di oggi ne è una prova: le mutazioni rintracciate nei numerosi genomi del Sars-Cov-2 non indicano una maggiore contagiosità del virus. I ricercatori sono arrivati a queste conclusioni dopo aver analizzato i genomi virali ottenuti da ben 46mila pazienti provenienti da 99 paesi, un campione molto ampio. Dall’analisi emerge che ci sono state varie mutazioni: gli autori ne hanno contate ben 12.706, di cui circa 400 ricorrono spesso, cioè si sono manifestate ripetutamente e in maniera indipendente in diversi pazienti e paesi. Fra queste, i ricercatori si sono concentrati su 185 mutazioni che sono state registrate almeno in tre occasioni differenti e indipendenti durante tutta la pandemia.

Analizzare le ramificazioni del coronavirus

Gli autori hanno cercato di capire se alcune di queste modifiche del Sars-Cov-2 possano avere avuto l’effetto di una maggiore trasmissibilità dell’infezione. Per farlo hanno creato un modello e mappato l’albero evolutivo del virus – che in qualche modo ricorda il nostro albero genealogico – analizzando se qualche ramo di questo albero, a partire dalle mutazioni note, si fosse sviluppato più di altri. In pratica, con questo metodo si studia se la discendenza del virus, ovvero i virus figli, che hanno quell’alterazione ed eventuali successive mutazioni, sia più folta dei virus senza quella data alterazione. Al momento la risposta è no, non c’è un aumento della diffusione del virus a partire da queste modifiche. Come fa notare Francois Balloux, coordinatore dello studio, i primi dati genetici disponibili risalgono alla fine di dicembre 2019, ma i primi contagi sono avvenuti probabilmente prima. Questa mancanza di informazioni nel periodo autunnale potrebbe nascondere la presenza di mutazioni a noi sconosciute che a loro volta potrebbero aver reso il virus più contagioso.

D614G, la mutazione nell’occhio del ciclone

Una delle mutazioni rintracciate più spesso su ampia scala coinvolge la proteina spike del coronavirus ed è stata indicata con la sigla D614G. Ma anche questa risulta innocua, secondo lo studio odierno, ovvero non sembra aver aumentato la trasmissibilità del Sars-Cov-2. Proprio questa mutazione, molto diffusa, è già da qualche tempo sotto i riflettori della scienza perché accusata da alcuni gruppi di ricerca di aver reso il coronavirus più contagioso. Apparsa per la prima volta a gennaio 2020 in Cina e in Germania, si è diffusa soprattutto in Europa e in America. Un recente studio sulla rivista mBio, condotto da un gruppo dell’università del Texas a Austin, ha mostrato che D614G potrebbe aver reso il virus più contagioso, al contrario di quanto affermato dalla ricerca odierno su Nature Communications. Lo studio su mBio si è basato sull’analisi dei genomi di più di 5mila pazienti a Houston. Insomma, ancora una risposta certa non c’è anche se la prova di oggi sfumerebbe il ruolo della mutazione nella maggiore contagiosità del Sars-Cov-2.

A cosa sono dovute le mutazioni?

Lo studio analizza anche come sono avvenute queste mutazioni. Generalmente in virus a rna come il Sars-Cov-2 possono essere il frutto di 3 diversi processi: errori di copiatura nella replicazione, interazioni con altri virus che infettano la cellula (ricombinazione o riassortimento) oppure a causa dell’azione del sistema immunitario dell’organismo ospitante – ad opera dei sistemi di modificazione dell’rna dell’ospite, che sono parte della nostra immunità.

In questo caso i cambiamenti più ricorrenti nel genoma del virus risulterebbero essere indotti da reazioni legate alla nostra immunità, ovvero alla risposta del sistema immunitario umano, più che all’adattamento del virus all’ospite. Questo risultato è per ora in contrasto con una precedente analisi dello stesso gruppo che riguardava la trasmissione del Sars-Cov-2 dall’essere umano al visone, in uno degli sfortunati episodi che hanno riguardato questi animali.

Vaccini e mutazioni

Fermo restando che i vaccini contro il Covid-19 ssaranno un’arma essenziale per combattere la malattia – e già abbiamo dati preliminari dell’efficacia dei vaccini nel prevenire i sintomi – la loro introduzione eserciterà una nuova “pressione selettiva” sul virus, che potrebbe modificarsi e sviluppare mutazioni che lo rendano sfuggente alla vaccinazione. Per questo è importante riuscire a identificare per tempo queste eventuali mutazioni, in modo da poter fare degli aggiustamenti, qualora necessario, anche sul vaccino stesso.

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