Redatto da Oltre la Linea.

Le persone cattive possono produrre bella arte? Se questa domanda salta fuori a un esame, o una cena, è meglio essere diffidenti. La risposta ovvia – così ovvia che non ci sarebbe nemmeno bisogno di sottolinearla – è che le persone cattive, o almeno persone che pensano e si comportano in modi che la maggior parte di noi trova orribile, creano sempre buona arte.

Probabilmente l’esempio più citato è quello di Wagner, il cui antisemitismo era così forte che, una volta, ha scritto che gli ebrei erano per definizione incapaci di produrre arte. Degas, un pittore spesso elogiato per il suo calore e la sua umanità, era a sua volta un antisemita e uno strenuo difensore della corte francese che ha condannato Alfred Dreyfus. Ezra Pound era sia antisemita che protofascista e, se si può lasciar perdere perché era probabilmente anche pazzo, la stessa scusa non si può usare per il suo amico e protégé T. S. Eliot, il cui antisemitismo, oggi è piuttosto chiaro, era molto più che occasionale.

L’antisemitismo emerge spesso nei profili degli artisti del ventesimo secolo; infatti, sembra quasi che faccia parte del loro lavoro, e i critici e i commentatori hanno spesso cercato di mitigarlo, se non di giustificarlo. Wagner, dicono, aveva amici ebrei. Eliot era un anglicano devoto – di sicuro non una “cattiva” persona in modo estremo.

Quindi, per adesso, lasciamo l’antisemitismo fuori dalla lista. Parliamo di misoginia, o in generale di maltrattamenti verso le donne? Picasso, qui, vince tutto: delle sette donne più importanti della sua vita, due sono impazzite, e due si sono tolte la vita. La sua posizione potrebbe essere in pericolo, tuttavia, se la scrittrice di gialli Patricia Cornwell riuscirà mai a dimostrare la sua convinzione – ha sostenuto a lungo e con grande spesa nel suo libro Ritratto di un assassino: Jack lo squartatore, caso chiuso – che il pittore inglese Walter Sickert era in effetti il ​​famoso serial killer.

Parlando di omicidi, Norman Mailer, in uno scatto d’ira, ha tentato di uccidere una delle sue mogli. Il pittore Caravaggio e il drammaturgo Ben Jonson hanno ucciso uomini in duelli o in risse. Genet era un ladro, Rimbaud era un contrabbandiere, Byron ha compiuto incesto, Flaubert pagava per fare sesso con i ragazzini.

Quindi, caso chiuso, si è tentati di dire, per citare la frase di Patricia Cornwell: antisemitismo, misoginia, razzismo (non l’ho citato, ma ci sono moltissimi esempi), omicidio, furto, crimini sessuali. Senza contare ubriachezza, droghe, tradimenti, adulterio, e indebitamento cronico che, come sappiamo, ha caratterizzato la vita di molti artisti indiscutibili. Perché dovremmo essere sorpresi? Perché gli artisti dovrebbero essere migliori del resto di noi?

La ragione per cui la domanda – “le persone cattive possono produrre buona arte?” – è fuorviante è che bontà e cattiveria, in questa frase, non si riferiscono alla stessa cosa. Nel caso dell’artista, bontà e cattiveria sono delle qualità morali o di giudizio; nel caso dell’arte, bontà e cattiveria sono termini di merito estetico, per la quale la morale non si applica.

Il direttore Daniel Barenboim, un ebreo, è un massimo esperto della musica di Wagner, ed è riuscito a suonarlo in Israele, dove la sua musica non è esattamente benvenuta. La sua difesa è: anche se Wagner era discutibile, la sua musica non lo è. Barenboim dice che Wagner non ha composto una singola nota che fosse antisemita.

E la disconnessione tra arte e moralità prosegue oltre: non solo una “cattiva” persona può scrivere un ottimo romanzo, o dipingere un bel quadro, ma un bel quadro o un ottimo romanzo possono ritrarre una cosa cattiva. Pensiamo a Guernica di Picasso, o a Lolita di Nabokov, un romanzo eccezionale che parla di abuso sessuale di una minore, descritto in un modo che fa entrare il lettore in simpatia con il protagonista.

Eppure l’arte, quando la vivi, è nobilitante: ti ispira e ti trasporta, allarga le tue conoscenze e le tue simpatie. Certo, immaginiamo, siamo persone migliori grazie all’arte. E se l’arte fa così tanto per coloro che la apprezzano, allora per chi la produce deve essere un’esperienza ancora più vera e ispiratrice.

Ci aggrappiamo a questa convinzione – specialmente quella per cui l’arte migliori la nostra morale – nonostante tutte le prove contrarie, come ha dimostrato il critico George Steiner citando l’esempio dell’Olocausto: “Sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, ascoltare Bach e Schubert, e poi la mattina andare a lavoro ad Auschwitz”. O, come ha scritto Walter Benjamin: “Alla base delle maggiori opere d’arte c’è un cumulo di barbarie”.

Un altro possibile, e più interessante, modo di riflettere sulla domanda è chiedersi: la gente buona può creare buona arte? O, per renderla ancora più difficile, la gente buona può produrre grande arte? La risposta è altrettanto evidente. Ci sono un’infinità di artisti che conducono vite moralmente decenti, che non picchiano le mogli, che non insultano gli ebrei né evadono le tasse. Viene da pensare che ci siano più artisti di questo genere che del genere di Wagner, Rimbaud, Byron, etcetera, i quali rappresentano più l’eccezione che la regola.

E, tuttavia, la creazione di un’opera d’arte veramente grande richiede un certo grado di concentrazione, impegno, dedicazione e preoccupazione – o egoismo, in un’altra parola – che separa l’artista dal mondo e lo rende non un fuorilegge, ma una persona che obbedisce solo alle sue leggi.

I grandi artisti tendono a vivere per la loro arte più degli altri. Questo è il motivo per cui le biografie di molti scrittori del ventesimo secolo che erano delle persone tutto sommato buone, e comunque non mostruose (pensiamo a Fitzgerald, Faulkner, Bellow, Yates, Agee) sono colme di matrimoni finiti male e figli ignorati.

Un esempio estremo è Hemingway, la cui vita domestica è certamente meno ispiratrice di quella artistica: quattro matrimoni e almeno due figli rovinati. Nel novembre 1952, poco dopo il suo ventunesimo compleanno, Gregory, il più giovane (e probabilmente il più talentuoso) dei tre figli di Hemingway, ha scritto al padre: “Quando tutto si sommerà, diranno di te: ha scritto alcune belle storie, ha prodotto un romanzo e aveva un approccio fresco alla realtà, e ha distrutto la vita di cinque persone – Hadley, Pauline, Marty [Martha Gelhorn, la terza moglie di Hemingway], Patrick, e la mia. Che cosa pensi che sarà considerato più importante, il tuo romanzo egocentrico, le tue storie, o le persone?”.

Gregory, il più ferito tra gli eredi di Hemingway, è morto da alcolizzato e travestito al Miami-Dade Women’s Detention Center. Lasciando da parte la sua rabbia, la lettera solleva una nuova domanda sulla connessione arte-vita: quante storie, per quanto buone, valgono il dolore e l’infelicità degli altri?

Le storie non sono state l’unica causa della rovina della famiglia Hemingway: c’è stato il bere, la celebrità, i vagabondaggi, e due incidenti aerei che hanno danneggiato Hemingway fisicamente e probabilmente anche mentalmente. Ma Hemingway viveva per le sue storie, ed erano la sua giustificazione. Storie o persone? Non c’è dubbio che cosa lui considerasse più importante.

Un caso ancora più complicato è quello di Dickens, un artista ancora più grande di Hemingway e, di gran misura, un uomo migliore. Dickens era un riformista, una persona che lavorava per il sociale, un campione dei poveri, un uomo che ha usato il suo denaro per mettere in piedi una scuola e un rifugio per le prostitute (anche se, come suggerisce la nova biografia di Claire Tomalin, lui stesso era un entusiasta frequentatore di lucciole). La sua popolarità era così grande che, a metà del diciannovesimo secolo, era probabilmente la persona più amata d’Inghilterra, più popolare perfino della Regina.

Dickens ha avuto un’infanzia rovinata, ed era determinato a fare di meglio per i suoi stessi figli. E tuttavia è stato un genitore indifferente e spesso negligente, e un marito perfino peggiore. Il suo matrimonio con Catherine Hogarth è stato probabilmente un errore fin dall’inizio, e quando lei è diventata grassa e malata (dieci gravidanze di sicuro non hanno aiutato) lui è diventato annoiato e distante. Il divorzio non era possibile, quindi l’ha cacciata dalla sua casa e dalla sua vita, scrivendo anche sulla sua rivista, Household Words, che lei era una madre negligente i cui figli non la sopportavano. Descrivendo la sua vita, sua figlia Katie ha scritto: “Niente poteva superare la miseria e l’infelicità della nostra casa”.

In tutto ciò, Dickens scriveva romanzi di incomparabile bellezza, faceva presentazioni, recitava. Era un uomo di prodigiosa energia, al punto che alla fine della giornata, incapace di dormire, camminava per più di venti miglia. Questa è la figura che abbiamo imparato ad amare, quella del Dickens di infinita inventiva e di grande cuore, e se dovessimo dire addio a Grandi Speranze o La Piccola Dorrit le nostre vite sarebbero certamente più povere.

Ma cosa diremmo, se uno dei suoi figli – diciamo, ad esempio, il sedicenne Edward, che Dickens ha spedito in Australia e non ha rivisto mai più, perché era un ragazzo difficile e a Londra non avrebbe fatto carriera – facesse la stessa domanda che è stata posta per Hemingway? Cos’è più importante, le storie o le persone? Per essere un padre migliore, Dickens avrebbe dovuto rinunciare a scrivere Grandi Speranze, La Piccola Dorrit e tanti altri libri. Ne sarebbe valsa la pena? Edward avrebbe voluto saperlo.

Per Dickens, questa non è una domanda alla quale si può dare una risposta. Dickens non poteva non scrivere, come non poteva non respirare. Era tutt’uno con la sua arte, e la cosa crudele dell’arte – della grande arte, quanto meno – è che richiede ai suoi praticanti di essere pienamente coinvolti e di diventare un po’ disumani.

(da The New York Times – traduzione di Federico Bezzi)

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