La consapevolezza di vivere nell’epoca delle tecnologie in grado di apportare disruption c’è, ma per aziende, startup e altri soggetti diventa poi decisivo capire quanto e come investire, interrogarsi su quali aree trarranno maggiori vantaggi dall’apporto dell’innovazione.

Il secondo Deloitte Innovation Meetup promosso da Deloitte
Officine Innovazione in collaborazione con Wired ha posto il suo focus proprio sulle tecnologie per innovare, nell’appuntamento del 1 luglio alla Greenhouse di via Tortona, spazio per incontri e approfondimenti nella sede milanese della società di servizi professionali alle imprese. Gli spunti per una riflessione li fornisce ancora una volta l’indagine Deloitte dal titolo L’innovazione in Europa, a cui hanno partecipato in 16 paesi europei ben 760 aziende e i rispettivi manager delle aree chiave responsabili dell’accelerazione interna (in 20 settori diversi).

Negli ultimi due anni, le imprese europee hanno investito prevalentemente in analisi dei dati e cloud computing, mentre tecnologie come blockchain e realtà aumentata e virtuale appaiono ancora un po’ in ritardo. Nel prossimo futuro, l’Ai sarà sempre più al centro degli investimenti delle imprese nel settore assicurativo, nei prodotti e nei servizi industriali mentre l’automazione robotica continuerà a imporsi in ambito bancario ed healthcare.

Le possibilità per ottenere migliori performance nei processi produttivi, nelle strategie e nella ricerca e sviluppo sono varie ma ogni storia di innovazione non è fatta solo di certezze e di tool, ma anche di tentativi e nuove visioni in corso d’opera come testimoniato da Pasquale Fedele, ospite del secondo meetup. Fedele è ceo e fondatore di Liquidweb, che si occupa di tecnologie innovative per creare strumenti ai fini dell’ interazione uomo/macchina. Tra i progetti spicca BrainControl, un dispositivo basato sulla brain computer interface che consente a persone in condizione di locked-in (tetraplegia e paralisi muscolare ma presenza delle funzioni cerebrali superiori) di comunicare tramite le onde cerebrali. Una sfida complessa: da un lato un bacino di utenti non grandissimo e sparso a livello globale, dall’altro le complessità nel raggiungere i soggetti interessati, che vivono la cronicità della propria condizione, attraverso le conferenze scientifiche, le associazioni di parenti e i social network. È lo stesso Fedele ad ammettere che in partenza, un decennio fa, c’era la  volontà di trovare applicazione pratica al potenziale degli stimoli cerebrali ai fini dell’interazione uomo/macchina ma anche il bisogno di capire se il gap, dal punto di vista dell’ analisi del segnale, potesse essere colmato grazie alle capacità di calcolo e di tecniche come l’Ai. Il prodotto oggi si rivolge ai pazienti con gravi disabilità, ma cognitivamente integri, ma “l’idea iniziale non era andare sul paziente ma sviluppare una piattaforma di prodotto legata a variabili” e con applicazioni in grado di spaziare dall’automotive all’industria.

Il focus di ambito medicale ha prevalso: come spiegato da Fedele, in precedenza “i neurologi hanno cercato di definire un modello di analisi del dato che fosse in grado di discriminare lo stimolo che il paziente generava. Se il modello riusciva correttamente a riconoscere quello stimolo veniva effettuata un’azione ma il margine di errore, falsi positivi era ampio a causa della complessità del segnale cerebrale. Nel nostro caso, all’algoritmo di machine learning vengono elargiti i dati, in una fase di apprendimento supervisionato: il trainer, una persona fisica, chiede al paziente di pensare cose, il software registra il segnale e quindi è il software stesso che crea il modello in maniera specifica e personalizzata, riconoscendo in tempo reale gli stimoli in una finestra da dieci secondi; di fatto resta un classificatore.

Nel futuro di BrainControl ci sono molteplici prove da affrontare: c’è la consapevolezza che l’approccio B2B è molto lento nel segmento delle soluzioni assistive e che è meglio velocizzare il tutto con una visione bottom up, intercettando quindi i pazienti stessi al fine di creare casi di successo e consapevolezza e innescare poi un processo di approccio a medici e distributori. Ma, sebbene focalizzarsi sulla piattaforma per come si presenta oggi appaia prioritario, “è chiaro che le applicazioni possibili sono tante, non possiamo farle tutte noi da soli. C’è un tema di risorse economiche, muoversi a livello globale ha dei costi così come sviluppare altri ambiti applicativi. Sul tema dell’interazione uomo/macchine ci sono tutti i grandi nomi”.

La crescita a cui si punta vedrà il team che lavora a BrainControl ampliarsi, già a partire dai prossimi sei mesi per toccare le quindici unità, ma anche in questo caso una riflessione non manca, un po’ metaforica sul grande tema del lavoro e delle compentenze al tempo della rivoluzione digitale. Come sottolinea Fedeli, infatti “abbiamo avuto difficoltà anche nel tempo a trovare i consulenti che ci seguissero piuttosto che le figure necessarie da coinvolgere nel team. Paradossalmente è più facile trovare un ingegnere che si occupa di intelligenza artificiale che un logopedista che faccia un training da remoto in videoconferenza”.

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