(foto: Getty Images)

Lo status delle sigarette elettroniche, dal loro arrivo sul mercato e tra i consumatori, a oggi è cambiata. Se inizialmente, almeno per molti, l’idea era che fossero prodotti sicuri, e di certo meno dannosi delle tradizionali bionde, ultimamente la loro immagine è stata di certo ridimensionata. Lo hanno fatto negli anni gli studi che si sono accumulati sulla sicurezza delle sigarette elettroniche, pur tra tutti i limiti che si incontrano addentrandosi nel campo: è difficile standardizzare i prodotti, sapere esattamente cosa contengono, come vengono utilizzare, quanto lo sono in forma legale o meno. Di recente, mettendo mano proprio a queste ricerche, lo ha fatto anche la stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms), definendole come prodotti “sicuramente dannosi” per la salute. Ma a riportare le discussioni sulle sigarette elettroniche sono, proprio in questi giorni, anche le cronache che arrivano da Oltreoceano sulla cosiddetta sindrome da svapo e sulle conseguenze che più o meno direttamente ha determinato (come l’uscita di scena del Ceo di Juul, la nota azienda di sigarette elettroniche).

L’epidemia di problemi polmonari negli Usa

L’ultimo bollettino sull’epidemia correlata alle sigarette elettroniche rilasciato dai Centers for Disease Control americani è di appena qualche giorno fa. I casi di sindrome da svapo (più propriamente Lung Injury Associated with E-Cigarette Use, ovvero danno polmonare collegato all’uso delle sigarette elettroniche) hanno superato il migliaio, le morti correlate sono diventate 18. La maggior parte dei soggetti sono maschi, e si tratta di persone giovani (età media 23 anni), ma sono oltre l’80% a non arrivare ai 35 anni. Sebbene non sia ancora chiaro quale sia la sostanza o il prodotto da svapo potenzialmente coinvolto in questa sindrome – che si presenta, nel giro di giorni o settimane, con fiato corto, tosse, dolori addominali, fatica e febbre – un possibile indiziato c’è, il Thc, il principio attivo della cannabis. Quasi l’80% dei soggetti interessati dai malesseri ha fatto uso di prodotti che lo contenevano. Il consigli, in attesa che si concludano le indagini, è di astenersi dall’utilizzo di questi prodotti, specialmente per quelli a base di Thc.

Non sono prodotti innocui

D’altronde, che le sigarette elettroniche non siano innocue è un sospetto che circola da tempo, ricorda anche Roberto Boffi, responsabile della Pneumologia e del Centro antifumo dell’Istituto nazionale dei tumori. “I dati sui possibili danni a lungo termine sull’uso delle sigarette elettroniche ancora non ci sono, ma sono stati già riportati in letteratura casi di tossicità polmonari e gravi polmoniti correlati all’utilizzo di questi prodotti”. Ed è noto che alcune delle sostanze svapate non siano affatto innocue, va avanti l’esperto: “Da tempo, per esempio, abbiamo dimostrato come nei vapori delle ecig siano presenti metalli pesanti, polveri fini ed ultrafini e aldeidi, come la formaldeide [sostanza classificata dallo Iarc come di gruppo 1: cancerogena per l’essere umano, nda], sebbene in generale in quantità minori delle sigarette tradizionali. La presenza di alcune di queste sostanze, come i metalli, può causare infiammazione con irritazione e broncospasmo”.

A ribadire che non si possa parlare di prodotti innocui, è stata di recente una revisione di studi peer-review pubblicata sul British Medical Journal, dove si legge chiaramente come, in assenza di studi a lungo termine sulle ecig, al momento “sostenere con certezza che siano più sicure dei prodotti da combustione è impossibile”. Per esempio, ricordano, servono anni di abitudine al fumo per osservare lo sviluppo di malattie come tumore al polmone o broncopneumopatia cronico-ostruttiva. Di analogo parere anche la task force della European Respiratory Society, che pochi mesi fa ribadiva sostanzialmente con le stesse parole la propria posizione in merito, a prescindere dal fatto che le “sostanze potenzialmente tossiche contenute nelle ecig sono di meno e in generale meno concentrate rispetto alle sigarette tradizionali”.

Le evidenze che al momento ci sono parlano di aumentato rischio di sindromi simil-bronchiti, respiro corto, asma, nonché di casi di polmonite (cosiddetta polmonite lipoidea) simili ai casi al centro dell’epidemia da vaping negli Usa. Ma indizi di danni biologici, come compromissione del sistema immunitario e aumentata suscettibilità alle infezioni, modifica delle cellule dell’endotelio microvascolare dei polmoni, danni al dna, arrivano anche da ricerche più di base, da esperimenti condotti nei modelli animali e su colture cellulari (così come sui topi è lo studio appena pubblicato su Pnas, che lega l’esposizione al vapore con nicotina all’insorgenza di tumore al polmone e iperplasia alla vescica, sebbene si parli di una ricerca con diversi limiti). E a inizio anno perplessità circa l’utilizzo delle ecig erano state espresse anche per la salute del cuore, nel corso del congresso dell’American College of Cardiology.

Le evidenze al momento, in assenza di dati al lungo termine, sono tali per cui se dovessimo stilare una classifica dei prodotti da fumo in base ai livelli di dannosità crescente potremmo mettere alla base le sigarette elettroniche coi liquidi, al secondo posto i prodotti da tabacco riscaldato (Htps: heated tobacco productse in cima il tabacco da combustione”, riassume Boffi. Ma per l’esperto il discorso che andrebbe fatto sui prodotti da fumo è più ampio, a prescindere dai dati e dalle analisi sulle sostanze dannose.

È un discorso anche di immagine, partendo da quello che sappiamo. “Le sigarette elettroniche non sono sufficientemente efficaci come strategia di smoking cessation [lo ha ribadito di recente lo stesso Oms, affermando che non ci sono chiare evidenze al riguardo, nda], e oltre a questo hanno un alto rischio di dare anch’esse dipendenza”. Non sono pensate, continua Boffi, per liberarsene: “Rimangono delle sigarette ed è da qui forse che deve partire la riflessione: le regole che ci sono nel fumo applichiamole anche al vapore, per non parlare dei prodotti col tabacco riscaldato”.

Quello cui lo pneumologo si riferisce sono misure come divieto di pubblicità, controllo serio sulle vendite ai minori e divieto di uso in ambienti chiusi. Perché non solo esiste il rischio che le sigarette elettroniche facciano per così dire da apri-porta alle sigarette tradizionali, ma anche che riabilitino l’immagine del fumo, come ricordano dalla task-force dell’Ers. Anche se, i timori nel campo si spingono ben oltre, conclude Boffi: “Non vorrei che le cronache di quello che sta accadendo negli Usa, questa campagna di allerta, non porti alcuni svapatori indietro, ossia di nuovo a fumare. È un rischio che non possiamo escludere, ma che dobbiamo evitare”. E i danni del fumo son fin troppo già noti.

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