(foto: Towfiqu Photography via Getty Images)

Contro l’hiv la prevenzione è essenziale. Anche se esistono dei trattamenti contro l’infezione, attualmente non c’è ancora una cura risolutiva, mentre l’hiv può comportare conseguenze importanti per la salute. I numeri del contagio sono ancora elevati: negli Usa nel 2017 ci sono state circa 38mila nuove diagnosi (in Italia 3.500), di cui 8 volte su 10 riguardano individui di sesso maschile. Si tratta di numeri ancora elevati: per questo, una task force statunitense (la Us Preventive Services Task Force – Uspstf) ha appena condotto uno studio, che revisiona e analizza numerose ricerche, per valutare l’opportunità di una terapia preventiva. Alla luce dei risultati, gli specialisti raccomandano l’assunzione della terapia antiretrovirale preventiva Prep, in persone che non hanno l’infezione, ma che sono ad alto rischio di contrarla. Lo studio è pubblicato su Jama.

Chi è ad alto rischio

I ricercatori hanno analizzato i dati di studi condotti su gruppi ad alto rischio di contrarre l’hiv. Fra questi vi sono uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini e che hanno un partner sieropositivo oppure che non usano regolarmente il preservativo, o ancora che hanno avuto un’infezione sessualmente trasmissibile nei precedenti sei mesi. Altre categorie riguardano i tossicodipendenti che scambiano gli aghi o che rientrano nelle categorie precedenti. Inoltre vi sono anche persone a rischio per contatto eterosessuale (con il partner sieropositivo); i sex workers; uomini che hanno rapporti sessuali con donne e con altri uomini; transgender sessualmente attivi.

Profilattico e Prep

L’uso del profilattico riduce il rischio di contrarre l’hiv circa dell’80% e dunque è un presidio raccomandato sempre (anche in aggiunta agli antiretrovirali) per abbassare la probabilità di contrarre il virus. Tuttavia, nelle categorie più suscettibili, come quelle elencate, da tempo gli specialisti studiano l’efficacia di una terapia antiretrovirale preventiva, la Prep (Pre-exposure prophylaxis) per chi non ha l’hiv. Fino a oggi si è molto discusso di questo tema e non tutti (e non sempre) erano d’accordo: per esempio qualche anno fa l’associazione Nps (Network persone sieropositive) Onlus aveva assunto una posizione contraria, come ha raccontato Quotidiano Sanità.

I risultati dello studio

La valutazione odierna ha soppesato rischi e benefici in persone ad alto rischio basandosi sui dati di vari e recenti studi. La task force ha esaminato 12 ricerche e ha rilevato che la Prep abbassa del 54% il rischio di contrarre l’hiv per un periodo che può andare da mesi a anni (in base al follow up degli studi revisionati).

In generale, chi ha assunto regolarmente la terapia ha mostrato una probabilità molto più bassa di infettarsi, ma anche per chi l’ha seguita in maniera intermittente, per esempio soltanto nei periodi in cui adottava dei comportamenti a rischio, il rischio di infezione è risultato inferiore.

In base a questi risultati, la task force di esperti ha stabilito che i benefici del trattamento contro l’hiv superano i potenziali danni, ovvero gli effetti collaterali associati alla terapia. Dall’analisi degli studi precedenti, gli esperti hanno mostrato che la Prep è collegata a un aumentato rischio di disturbi gastrointestinali, problemi ai reni e perdita ossea. Tuttavia questi problemi sono di entità ridotta, come scrivono gli autori nel paper, mentre complicanze gravi sono rare.

Così, la task force conclude con un alto grado di sicurezza che “l’intensità dei benefici della Prep con la terapia orale basata su tenofovir disoproxil fumarato riduce il rischio di contrarre l’infezione dell’Hiv in persone ad alto rischio e che questo risultato emerge in maniera significativa”. Bisogna però sempre sottolineare che la Prep riparerebbe dall’hiv ma non da altre malattie sessualmente trasmissibili, quindi l’uso di un profilattico è sempre consigliato).

Come tradurli nella pratica

Nonostante il dato lampante, spesso risultati significativi di questo genere non portano cambiamenti effettivi nella pratica clinica, come ha spiegato sul Time Diane Havlir, docente di medicina all’Università di San Francisco, non coinvolta nello studio. L’esperta, insieme a Susan Buchbinder, direttrice della fondazione Bridge Hiv presso il Dipartimento della sanità di San Francisco, ha deciso di dare il via a un programma chiamato Getting to zero San Francisco per rendere la città la prima al mondo senza nuove diagnosi di hiv. L’idea delle due scienziate è quella di lavorare insieme alle istituzioni. Uno dei punti cardine è l’aumento dei test per l’hiv, sempre ricordando che le precedenti raccomandazioni indicano che tutte le persone dai 15 ai 65 anni devono fare il test. E il test è anche il lasciapassare per i trattamenti.

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