Denigrati e accusati di essere i responsabili di quasi ogni male della nostra epoca digitale, i colossi del tech stanno riuscendo in un’impresa che nessuno poteva prevedere: mettere a segno una (quantomai necessaria) bella figura nel periodo più difficile che il mondo abbia affrontato dal dopoguerra a oggi. Non solo perché i servizi digitali si stanno mostrando un indispensabile collante sociale in tempi di pandemia di coronavirus, ma anche per tutta una serie di azioni – tanto importanti quanto inattese – che potrebbero ristabilire almeno in parte la reputazione dei famigerati Gafa.

Partiamo dall’aspetto più importante: l’informazione. Certo, Facebook e Twitter sono alle prese con una prevedibile ondata di fake news e teorie del complotto, ma in questa fase hanno mostrato molta più attenzione al loro cruciale ruolo nel panorama informativo mondiale, reagendo di conseguenza. Questo vale soprattutto per Twitter, che fin dai primi giorni dell’epidemia ha dato priorità alle notizie ufficiali, creando un apposito spazio in primissimo piano dedicato alla distribuzione di informazioni istituzionali, accurate e verificate. Lo stesso vale per Google. Se durante le presidenziali statunitensi del 2016 il motore di ricerca era stato accusato di dare visibilità a fake news e manipolazioni pro-Trump, in questo frangente ha rovesciato la sua attitudine laissez-faire e ridisegnato il meccanismo con cui vengono mostrati i risultati a tema coronavirus. Un box sulla sinistra riporta fonti ufficiali anche per chi cerca informazioni su sintomi e comportamenti da seguire, mentre i risultati principali danno priorità alle fonti ufficiali e mainstream.

Un po’ più timido sembra invece essere Facebook, che ha creato un centro informazioni sul coronavirus al suo interno, ma poi lo ha nascosto nella già confusa colonna di sinistra, privandolo di una visibilità che potrebbe fare la differenza. In generale, però, da parte dei colossi del digitale c’è stata una disponibilità e una prontezza che in passato raramente si è vista.

Ancora più sorprendente è stata la collaborazione con l’Europa, ovvero il continente che più di ogni altro ha dichiarato guerra ai giganti del tech nel tentativo di punire gli abusi della privacy, la propensione a erigere monopoli verticali, a mettere in atto concorrenze sleali e anche a pagare una frazione delle tasse che dovrebbero versare. Di fronte a tutto ciò, la collaborazione a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane – che comunque non cancella i problemi, sia chiaro – è stata tutt’altro che scontata.

Un esempio viene dalla rapida decisione da parte di piattaforme come Netflix e YouTube di ridurre – su richiesta della Commissione Europea – la risoluzione dei loro video per evitare che la rete, già messa duramente alla prova in una fase in cui siamo tutti chiusi in casa, si saturasse e congestionasse. “È la prima volta che le compagnie tech reagiscono in modo così forte”, ha spiegato a Politico Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno. “Hanno reagito immediatamente e preso decisioni molto importanti in maniera praticamente spontanea”. Sono bastate 24 ore, ha confermato proprio Breton, perché dal suo meeting virtuale con il fondatore di Netflix Reed Hastings si passasse alla decisione del colosso dello streaming di ridurre la banda utilizzata del 25%, immediatamente seguito da YouTube.

Nessuno vuole essere considerato il responsabile di un eventuale crollo di internet. Ragion per cui, nei giorni successivi, si sono rapidamente adeguati alle richieste anche Disney+, Amazon Prime Video, Twitch e pure Facebook. Una risposta alla chiamata che, sempre secondo Breton, potrebbe mostrare la via da seguire anche per le future relazioni tra Europa e colossi digitali: “Noi regolatori dobbiamo applicare rigidamente la legge ma usare anche il soft power, appellandoci al senso di responsabilità di queste aziende e alla loro capacità di agire rapidamente”.

Ancora meno scontata era la decisione di Disney+ – appena sbarcata in Italia, Spagna e Germania – di rinviare il lancio in Francia per non sovraccaricare la rete. Una decisione che è costata al nuovo colosso della streaming una parte non insignificante di introiti, proprio in un momento in cui – a causa della quarantena – i suoi concorrenti stanno ammassando sempre più utenti.

Tutto ciò rischia però di rilevarsi un’arma a doppio taglio per i colossi del digitale, che in questa fase stanno dimostrando di avere una tale importanza nelle nostre vite, e sotto una miriade di aspetti, da essere di fatto equiparabili a un servizio pubblico. La domanda, quindi, sorge spontanea: è possibile affidarsi solo alla buona volontà di una manciata di Ceo della Silicon Valley quando si tratta di adeguare le necessità di un servizio pubblico alle emergenze da affrontare?

Per il momento, il coronavirus si sta comunque dimostrando un’opportunità per i giganti del tech. Facebook, per esempio, sembra essersi scrollato di dosso la stanchezza accumulata nei suoi confronti da parte degli utenti e aver ripreso slancio proprio in seguito all’emergenza. Personalmente, ho notato che più di un amico è tornato attivo sulla piattaforma, che meglio si presta a scambi e confronti (nel bene e nel male). E a quanto pare non è un caso isolato: svariati analisti hanno rilevato un aumento nell’utilizzo di Facebook nelle ultime settimane. “Sarà così facile smettere nuovamente di usarlo quando torneremo a una vita normale?”, si è chiesto Casey Newton di The Verge.

Ancor più importante è il caso di Amazon, che non solo ha annunciato 100mila assunzioni negli Stati Uniti per fare fronte alle crescenti richieste provenienti dalle persone tappate in casa, ma sta anche riuscendo a fare breccia in uno dei pochi settori che ancora oggi è principalmente affidato alla nostra vita offline: la spesa. Tutti noi, con vari gradi di successo, stiamo cercando di comprare online anche alimenti, bevande e tutto ciò che ci serve nella quotidianità. Un’opportunità enorme per un gigante come Amazon, che da tempo – e anche in Italia – ha aggiunto un servizio di spesa online senza riuscire a intaccare l’abitudine di recarsi al supermercato. Nel frattempo, i raduni digitali via Skype hanno fatto aumentare nel nostro paese l’utilizzo del servizio di videochat di proprietà di Microsoft del 100%, mentre nel Regno Unito la vendita di ebook è cresciuta del 400%.

Non resta che porsi una domanda centrale: quando l’epidemia sarà conclusa e potremo finalmente tornare alle nostre vite, riprenderemo le vecchie abitudini o il mondo digitale giocherà un ruolo ancora più importante nelle nostre vite?

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