(foto: Getty Images)

2.500 persone contagiate, di cui 750 bambini, molti sotto i 5 anni. Oltre 1.650 morti. Sono i numeri aggiornati dell’epidemia di ebola che da un anno imperversa nella Repubblica democratica del Congo (Rdc), nell’apparente indifferenza del mondo. Ieri però l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha alzato il livello della minaccia catalogando l’epidemia come emergenza internazionale di salute pubblica. Perché ebola ha eluso i controlli del piano di contenimento. Urge, insomma, un intervento coordinato a livello globale.

La decisione

Il 17 luglio gli esperti del comitato preposto dell’Oms si sono riuniti a Ginevra per la quarta volta dall’inizio dell’epidemia di ebola nel Paese africano, prendendo infine la decisione di elevare il grado della minaccia a emergenza internazionale di sanità pubblica, al pari dell’epidemia di Zika nel 2016 e di quella sempre di ebola e sempre in Africa occidentale che due anni fa fece oltre 11mila vittime. Un atto in parte dovuto alla luce dei fatti, ma anche ponderato in considerazione delle possibili conseguenze per il Paese.

Perché ora

Purtroppo i fatti parlano chiaro: i tentativi di contenere l’epidemia di ebola nella regione della città di Beni sono falliti. Il 14 luglio, infatti, è stata confermata una diagnosi di malattia nella città congolese di Goma, una metropoli di 2 milioni di persone in cui si trova un aeroporto internazionale e da cui in migliaia ogni giorno si muovono per attraversare il confine con il Rwanda, mentre un altro caso è stato segnalato nello stesso periodo in Uganda (c’erano già state due morti per il virus in precedenza). E sebbene non ci siano (ancora) notizie di trasmissione dell’infezione a livello locale né a Goma né in Uganda, gli esperti ritengono che ormai ebola abbia una portata geografica di oltre 500 chilometri.

Pro e contro

L’intento dell’Oms è ovviamente quello di richiamare l’attenzione sulla situazione in Africa, di far convogliare finanziamenti e aiuti internazionali, ma la decisione di dichiarare l’emergenza internazionale comporta anche il rischio che, per paura, le porte del mondo da e verso il Congo si chiudano. Un isolamento che in questo momento, ha sostenuto durante la conferenza stampa a Ginevra il presidente del comitato di emergenza dell’Oms Robert Steffen, danneggerebbe l’economia della regione mettendo ancora più a rischio la vita delle persone senza vantaggi reali per gli altri Paesi.

“La dichiarazione – ha detto Steffen – è una misura che riconosce il possibile aumento del rischio nazionale e regionale, e il bisogno di una azione coordinata e intensificata per gestirlo. Nessun paese dovrebbe chiudere i propri confini o porre restrizioni ai viaggi o ai commerci. Queste misure sono applicate di solito per paura e non hanno basi scientifiche”.

La denuncia delle organizzazioni umanitarie

A seguito delle dichiarazioni dell’Oms, l’Unicef ha specificato che al momento tra le vittime di ebola in Rdc si registrano 750 bambini (il 31% dei casi), il 40% ha meno di 5 anni. Una percentuale superiore rispetto a quelle note dalle epidemie passate (attorno al 20%), che mette a repentaglio soprattutto le donne che si prendono cura dei minori. Inoltre la malattia in bambini così piccoli ha un andamento diverso e richiede attenzioni speciali: il tasso di mortalità è del 77% per questa categoria contro il 67% in ogni fascia d’età.
I bambini più piccoli, ha affermato la responsabile Unicef Marixie Mercado , “incorrono in un rischio maggiore rispetto agli adulti, ragion per cui hanno bisogno di attenzione mirata. Ma l’Ebola colpisce anche i bambini in maniera estremamente diversa rispetto agli adulti, e la risposta deve tenere in considerazione anche i loro specifici bisogni psicologici e sociali.

Joanne Liu, presidente internazionale di Medici senza Frontiere (Msf) ha commentato: “I segnali sono chiari: le persone continuano a morire nelle comunità, gli operatori sanitari sono ancora a rischio di infezione e la trasmissione del virus continua. L’epidemia non è sotto controllo e abbiamo bisogno di un cambio di marcia: ma questo non dovrebbe riguardare la restrizione agli spostamenti o l’uso della coercizione sulla popolazione colpita. Le comunità e i pazienti devono essere al centro della risposta, devono essere partecipanti attivi”.
E ha aggiunto: “Medici Senza Frontiere ha sperimentato in prima persona quanto sia difficile rispondere a questa epidemia. Dobbiamo fare un bilancio di ciò che funziona e di ciò che non funziona. In un contesto in cui il tracciamento dei contagi non è completamente efficace e tutte le persone colpite non vengono raggiunte, è necessario un approccio su larga scala per la prevenzione. Questo significa un migliore accesso alla vaccinazione per la popolazione per ridurre la trasmissione”.

Vaccini

Durante l’attuale epidemia di ebola in Rdc già 161 mila persone sono state immunizzate con il vaccino sperimentale Merck, tra l’altro diminuendo in corsa la dose da somministrare a ciascuno per ritardare l’esaurimento delle scorte. Ora l’Oms caldeggia la possibilità di inserire un altro vaccino sperimentale targato Johnson & Johnson, che si è dimostrato sicuro nei test su volontari sani. Il ministro della salute del Paese Oly Ilunga Kalenga si è però opposto alla proposta che a suo avviso avrebbe aumentato il senso di confusione tra la popolazione. Resta comunque un’eventualità da non scartare completamente.

The post L’epidemia di ebola in Congo è un’emergenza internazionale appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it