Redatto da Oltre la Linea.

In questi giorni la Libia, dopo la “rivoluzione” del 2011 contro Gheddafi, inserita nel contesto delle cosiddette “Primavere Arabe”, si trova ad affrontare la terza guerra civile in meno di 10 anni. I combattimenti stanno infuriando, e sembra profilarsi la possibilità di un conflitto di posizione, che sarebbe nefasto sia per la popolazione, stremata dagli anni post-rivoluzionari, dalle ostilità e dal terrorismo, sia per la risoluzione stessa della crisi libica. Nel frattempo, il numero di morti è salito a 443 persone, in meno di un mese.

Per comprendere però l’attuale situazione bisogna fare un passo indietro e risalire al momento della salita al potere di Gheddafi. La notte tra il 30 agosto e il primo settembre del 1969 fu avviata, da un gruppo di ufficiali libici sotto il comando di Gheddafi, l’Operazione Gerusalemme. Questo colpo di Stato portò alla destituzione del debole re Idris I, discendente della famiglia fondatrice dei senussi, il quale aveva dominato la Libia sopratutto grazie a potenze esterne come la Gran Bretagna. Per i golpisti fu abbastanza facile assumere il potere, data l’insofferenza del popolo libico al monarca e la debolezza strutturale dello Stato, dovuta anche alla suddivisione tribale.

Gheddafi, assunta la guida del Paese, proclamò la nascita della Jamāhīriyya, applicando una nuova costituzione. Inoltre lanciò un vasto programma di nazionalizzazione volto a rendere risorse nazionali e imprese strategiche sotto il controllo statale, espropriando persino i beni della folta comunità italiana in Libia (la quale fu costretta a lasciare il paese nel 1970). La volontà di rendere forte lo Stato Libico e di svincolarsi dalla frattura geopolitica ed ideologica USA-URSS, oltre a divenire il riferimento dottrinario dei paesi arabi, fece sì che egli sintetizzasse la propria ideologia all’interno del Libro Verde, definendola la Terza Via Universale.

Nei decenni seguenti il Raìs, principalmente tramite l’esportazione di petrolio, tentò l’edificazione di uno Stato sociale che divenne in grado di controllare ogni aspetto della vita economica libica. Fu instaurato un vero e proprio socialismo, ma esso prendeva distanza dagli altri modelli presenti: i lavoratori compartecipavano alla produzione e il salario era abolito. Per ogni bisogno essenziale del cittadino provvedeva lo Stato, e la vita politica era regolata dai congressi popolari istituiti nelle comunità. Va sottolineato però che lo Stato libico era fortemente basato sulla personalità cesaristica di Gheddafi, quasi facendolo essere uno Stato esclusivamente personalistico.

Arrivando agli anni 2000, saltando i numerosi screzi diplomatici che la Libia ebbe durante gli anni ’80 e gli anni ’90, (per i quali venne definito “mad dog” da Reagan) nel 2008 fu firmato il Trattato di amicizia Italia-Libia e, nel 2011 avvennero le sopra citate “Primavere Arabe”. Alle forze ribelli libiche si aggiunsero le truppe anglo-franco- statunitensi, supportate da altri paesi occidentali, tra cui l’Italia. Le forze di Gheddafi non potevano reggere un’aggressione simile e la sua caduta fu inevitabile. Le foto del suo corpo morto fecero il giro del mondo.

Dopo i festeggiamenti, però, nessuna organizzazione “civile”, come un Partito, riuscì a costituire un nuovo Stato, a riorganizzare gli apparati burocratici e militari. Il potere era in mano alle milizie, alcune di loro di ispirazione islamista, e come se non bastasse, le forze internazionali che avevano aggredito il paese mediterraneo non si curarono minimamente di porre una soluzione alla situazione esplosiva che avevano creato.

Nel 2014, 3 anni dopo la fine del regime gheddafiano, furono indette delle elezioni che finirono in un bagno di sangue. Per le strade di Tripoli infuriava la battaglia, mentre gli USA ritiravano il contingente ivi presente. L’unica autorità legittima della Libia, la cosiddetta “Camera dei rappresentanti”, fu costretta a riparare a Tobruk, in Cyrenaica, causando la spaccatura che permane tutt’oggi: a Tripoli fu formato un governo islamista retto dalle milizie; a Tobruk, il generale Haftar, ex-gheddafiano che aveva guidato le forze libiche contro il Ciad nella guerra del 1986, e successivamente, un golpe (fallito) contro lo stesso Gheddafi (che portò il generale stesso a fuggire negli USA), venne instaurato un governo che si pose l’obiettivo di contenere il radicalismo islamico. Viste le premesse, inizialmente, molti paesi diedero supporto al governo di Tobruk, sopratutto nell’ottica di annichilire il terrorismo islamico, rappresentato non solamente da organizzazioni militari ma anche dall’ISIS, che proprio in quegli anni si stava ramificando in tutto il mondo arabo, persino in Libia, vittima di un caos politico, ideologico ed identitario.

Nel 2015, però, l’ONU, col supporto italiano, sostenne la formazione del proclamato “Governo di Unità Nazionale” (GNA), ponendo come capo Al-Serraj. Questa nuova forza in campo estromise le milizie da Tripoli rendendola capitale. Sebbene il GNA godesse del supporto internazionale, esso era completamente privo di una legittimità interna, in quanto la “Camera dei rappresentanti” non ha riconosciuto Serraj, ma solamente Haftar, capo della fazione LNA. Questo ha inficiato l’autorità e la stabilità stessa della Libia, che si è trovata con due governi, del quale uno controlla la maggior parte del territorio (Tobruk controlla la Cyrenaica e il Fezzan) ma non dispone di un adeguato riconoscimento internazionale, mentre l’altro possiede una legittimità diplomatica ma non ha un effettivo controllo del territorio (infatti Serraj non è riuscito a disarmare le milizie).

Nel 2017 il governo Italiano stipulò un memorandum con il GNA e le milizie per porre un freno alla “crisi migratoria”. Ciò ha portato a un avvicinamento diplomatico tra i due Stati, oltre alla stessa collaborazione economica per le concessioni dei giacimenti petroliferi, di cui la Tripolitania e il Fezzan sono ricchi (in Cyrenaica sono ancora da esplorare, e fu uno dei motivi che portò all’aggressione del 2011).

In merito alla questione del greggio, dobbiamo prima esplicare il funzionamento del sistema libico: i pozzi rimangono sempre di proprietà della NOC, la società petrolifera nazionale della Libia, ma vengono assegnate delle joint venture alle compagnie petrolifere, creando una situazione nella quale i giacimenti rimangono nazionalizzati, ma allo stesso tempo, si permette l’investimento estero nel Paese. D’altronde l’oro nero libico, nonostante una rilevante quantità prodotta al giorno (circa 1,6 mln di barili) è di una qualità eccelsa, il che permette di abbattere numerosi costi di trasporto e di estrazione.

Haftar, consapevole della risorsa economico-politica che il petrolio rappresenta, nella sua strategia ha cercato di sfruttare questa carta, non intaccando gli affari delle compagnie petrolifere straniere, ma anzi, incoraggiando le imprese estere a investire in Cyrenaica e in Fezzan, cercando di esternare un’immagine di affidabilità agli altri Paesi e agli investitori internazionali. Nonostante ciò, recentemente si è posto un problema non di poco conto: i ricavi provenienti dalla vendita del greggio finiscono nelle casse della Banca Centrale Libica, con sede a Tripoli, la quale ovviamente, non può finanziare Tobruk; cosicché Haftar si trova senza il denaro necessario a pagare i membri e i funzionari degli apparati burocratici e militari, a cui si aggiunge l’ulteriore problema del mantenimento dell’esercito e degli armamenti. Secondo quanto riportato da alcune fonti il generale avrebbe ottenuto dei finanziamenti da parte delle monarchie del golfo, intenzionate a integrare la Libia in una strategia volta a combattere e ad limitare l’espansione sciita nel mondo arabo.

E potrebbe essere anche la questione petrolifera una delle cause dell’offensiva scatenata il 4 aprile dal LNA contro il GNA, in quanto la presa di Tripoli porterebbe il governo di Tobruk ad avere in mano sia i soldi necessari per la redistribuzione e il mantenimento dell’apparato statale sia per signoreggiare sui giacimenti petroliferi presenti in Tripolitania.

Tornando a prima, l’avvicinamento Roma-Tripoli inasprì le divisioni esistenti in Libia, poiché la Francia intensificò il suo sostegno ad Haftar nell’ottica di strappare all’Italia le concessioni petrolifere ed assicurarsi un ruolo di primo piano nel Mediterraneo. Qualche anno prima, Roma e Parigi si trovarono persino in disaccordo sul corso che la Libia avrebbe dovuto affrontare in seguito alla guerra civile: mentre i transalpini ribadivano la necessità di indire nuove elezioni, gli Italiani ne erano contrari. D’altronde, sul campo libico passano alcuni dei più importanti interessi strategici per entrambi i paesi, quali la limitazione dell’immigrazione e le materie prime.

Assicurarsi un paese come la ex- quarta sponda significherebbe incrementare le risorse primarie e fermare un esodo che ha assunto caratteri inumani, oltre ad eliminare il problema jihadista e scafista alla radice, distruggendo le basi di Al qaeda e dell’ISIS, oltre che di altre minori organizzazioni che si occupano del traffico di esseri umani.

Sul piano diplomatico, mentre la Francia rifornisce i miliziani di Tobruk con armi e mezzi, costandole un mancato rinnovo delle concessioni da parte di Al Serraj, la Gran Bretagna condanna le azioni di Haftar, ma secondo quanto riportato dal Guardian, alcuni elementi dell’apparato statale inglese hanno affermato che non escluderebbero un futuro ruolo governativo per Haftar. Gli USA, invece, sostengono (sebbene da metà aprile) Haftar in chiave anti-islamica, come l’Egitto e la Russia (interessata anche ad altri aspetti economici), mentre l’Italia non ha ancora una posizione chiara, mostrandosi a favore di Serraj a parole, mentre mantiene contatti anche con Haftar.

La situazione di stallo venutasi a creare dimostra che una soluzione militare interna alla stessa Libia non porterebbe a nuovi sviluppi ma solo a una degenerazione del conflitto in una più profonda lacerazione politica del Paese, rendendo impossibile una transizione verso un contesto più stabile. Probabilmente, se si arriverà a un tavolo delle trattative, non verranno smobilitate le forze di Haftar ma i territori occupati nel corso dell’offensiva (persino l’aereporto di Mitiga) potrebbero essere ceduti al governo dell’LNA, mentre le terre del GNA rimarrebbero sotto controllo di Serraj. Ciò significherebbe che la maggior parte della Libia si troverà (e si trova tutt’ora) in mano a Tobruk, rendendo di fatto inutile l’esistenza stessa del governo Serraj, non più appoggiato, sia ufficialmente che non, dai paesi europei e arabi.

Attualmente rimane difficile determinare con certezza l’evolversi della circostanza, in quanto non sappiamo come potrebbe progredire il quadro militare e/o diplomatico. Infatti, si parla proprio in queste ore di un incontro tra Haftar e Conte. Una cosa è certa: l’Italia deve acquisire al più presto una posizione chiara, in modo da non rimanere tagliata fuori.

(di Federico Gozzi)

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