Da sinistra: Benedetto Dionisi, Adriano Panzironi e Roberto Panzironi (screenshot: Life120/YouTube)

Come è noto fin dallo scorso ottobre, l’inventore dello stile di vita Life 120 Adriano Panzironi è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver esercitato abusivamente la professione medica, sia attraverso i libri di cui è autore sia con i programmi televisivi in cui fa da guru-protagonista. La prima udienza, al tribunale di Roma, è stata fissata per la mattina di martedì 3 marzo: insomma, ci siamo.

Il capo di imputazione

L’Ordine dei medici (Omceo) di Roma ha annunciato che si costituirà parte civile nel processo. La stessa istituzione nel 2018 ha sporto denuncia contro Panzironi, fiduciosa che altri ordini professionali (medici e non) si uniscano alla causa contro la dieta che promette di prolungare la vita fino a 120 anni rinunciando ai carboidrati e abbondando con le spezie.

Secondo quanto stabilito dall’articolo 348 del Codice penale, l’esercizio abusivo della professione è un reato che si configura ogni volta che una persona pratica un mestiere per cui è richiesta una specifica abilitazione, ma senza averne i titoli. Nel caso in cui il giudice stabilisca l’effettiva sussistenza del reato, il nostro ordinamento prevede il carcere per un periodo da un minimo di 6 mesi a un massimo di 3 anni, insieme a una multa tra i 10mila e i 50mila euro.

A questa pena andrebbe aggiunta l’interdizione dall’albo professionale, ma nel caso di Panzironi non potrà accadere dato che al momento non è iscritto ad alcun ordine medico. Infine, lo stesso articolo 348 prevede un inasprimento delle sanzioni qualora l’imputato abbia “determinato altri a commettere il reato”, ossia se verrà stabilito che altre persone della galassia Life 120 siano state spinte dallo stesso Panzironi a esercitare a loro volta abusivamente la professione medica. Ipotesi, quest’ultima, che pare essere però poco verosimile.

Come avevamo già raccontato qui su Wired, è fuor di dubbio che né Adriano Panzironi né il fratello Roberto siano in possesso di una qualsivoglia competenza certificata in ambito medico o sanitario. Il punto del contendere, dunque, non sta nel valutare se i due titolari del business Life 120 abbiano i titoli per esercitare la professione medica (perché la risposta è indubbiamente “no”), ma nel valutare se i materiali divulgativo-pubblicitari messi nero su bianco nei libri o declamati in tv rientrino o meno nella categoria degli atti medici. Qualora si stabilisse che i consigli e i suggerimenti forniti dal guru costituiscono di fatto delle prescrizioni o delle indicazioni mediche, allora si andrebbe verso una condanna. Se invece si stabilisse che non si tratta di un atto medico, il processo si concluderebbe con un nulla di fatto.

La questione della salute e la scienza

Anche se non esiste una definizione legislativa univoca di che cosa sia un atto medico, le sua caratteristiche sono largamente condivise e note da tempo. Per la precisione esiste anche una differenza tra atto medico (che può essere svolto solo dai medici) e atto sanitario (sia da medici sia da tutti i lavoratori delle professioni sanitarie), ma comune a entrambi c’è la necessità di ottenere la relativa abilitazione, e certamente un giornalista (ora Panzironi è stato sospeso dall’ordine dal Lazio) non è autorizzato a svolgere nessuno dei due.

Tra le attività che rientrano nell’esercizio della professione medica ci sono naturalmente l’esecuzione di diagnosi e la prescrizione di terapie, ma anche le attività che – in ambito clinico – hanno a che fare con l’insegnamento, la formazione e l’organizzazione dei percorsi di cura. Secondo il parere della Omceo di Roma, inoltre, la prescrizione di diete o stili di vita può essere considerata un’eccezione all’atto medico solo se “il paziente è una persona sana senza problemi di salute”, mentre “nel caso di Panzironi ci sono pazienti che dichiarano espressamente di avere patologie”. In altri termini, per una persona che lamenti specifici disturbi clinici, le uniche persone autorizzate a prescrivere diete sarebbero i medici abilitati.

Ciò che invece il tribunale di Roma non prenderà in esame è l’efficacia e la validità scientifica delle teorie proposte dallo stile di vita Life 120. Anche se più volte abbiamo ribadito come il modello di dieta e di integrazione proposto da Panzironi non goda di alcun fondamento scientifico (al di là di alcuni consigli di semplice buon senso), in questo caso la questione non è rilevante dal punto di vista processuale, visto che il rinvio a giudizio verte su altro.

I preparativi al giorno fatidico

Qualche giorno fa Wired ha pubblicato un’inchiesta che svela i retroscena del business del mondo Life 120. Nel frattempo tra i seguaci del guru si stanno preparando le contromosse. Anche se nella prima udienza non sono previsti interrogatori, già dall’inizio di febbraio Panzironi è alla ricerca di testimoni – da reclutare tra i più entusiasti del suo pubblico – che possano difenderlo dalle accuse, probabilmente per raccontare come la dieta abbia permesso di ottenere insperate guarigioni. E nonostante le persone che potranno essere ascoltate in aula saranno al più qualche decina, Panzironi ha detto di voler compilare una lista “con migliaia di nomi”, puntando sulla quantità più che sulla qualità per “influenzare positivamente il giudice”.

Allo stesso tempo proprio nel piazzale davanti al tribunale pare (o almeno così emerge dai social network) che alcuni degli affezionati si siano dati appuntamento martedì mattina per esprimere con la propria presenza il sostegno al guru. Il tutto accompagnato da una diretta tv. Perché non va dimenticato che uno dei grandi successi di Panzironi, più comunicativo che di salute, è stato quello di aver creato un pubblico di persone entusiaste della dieta Life 120, che in parte hanno anche assunto un ruolo attivo nel modello di marketing-autocelebrativo che da anni viene proposto in libreria e in tv.

Va detto, infine, che la multa eventuale che Panzironi potrebbe vedersi accreditata non potrebbe avere un valore tale da scalfire il sistema imprenditoriale. Anche nella più alta delle ipotesi, ossia 50mila euro, risulterebbe molto inferiore ad altre sanzioni già ricevute dall’Autorità garante del mercato per pratiche commerciali scorrette, del valore complessivo pari a quasi 300mila euro. Questa volta, però, in tribunale non si parlerà solo di soldi.

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