(foto: Tiziana Fabi/Afp via Getty Images)

Un vaccino contro il coronavirus non esiste ancora e potrebbe volerci più di un anno per averne uno a disposizione. Eppure, negli ultimi giorni, a fronte dell’epidemia italiana e delle misure adottate per contenerla, si è sentito a volte parlare di un concetto tradizionalmente (ma non solo) associato alle vaccinazioni però. Quello dellimmunità di gregge, ovvero della protezione dalla trasmissione di un patogeno perché gran parte della popolazione ne è immunizzata. Così, se l’infezione non trova terreno fertile, circola meno e anche chi è rischio e non è immunizzato ha meno possibilità di esserne contagiato. È in questa direzione che vanno le misure appena proposte dal Comitato tecnico scientifico istituito dal premier Giuseppe Conte: arginare il più possibile la circolazione del virus, scongiurando affollamento e vicinanza tra le persone. Non solo nelle zone oggi più a rischio, ma in tutta Italia. E non solo per le persone a rischio.

In questo contesto e in assenza di un vaccino, ha senso oggi parlare di immunità di gregge per il nuovo coronavirus? E in che termini? Cosa significa?

I comportamenti come chiave per ridurre la trasmissibilità

Non dal punto di vista strettamente immunologico, ricordava nei giorni scorsi la virologa Ilaria Capua. O meglio, non ancora. “Questo virus essendo completamente sconosciuto alla popolazione umana galoppa, e quindi infetta tante tante persone. Nel momento in cui i convalescenti e i guariti che avranno anticorpi inizieranno a essere un numero significativo ecco l’immunità di gregge ed ecco i semafori rossi. A quel punto il virus smette di galoppare”. La strategia, in attesa di un vaccino, non è però certo quella di lasciare il virus libero di galoppare perché sempre più persone diventino immuni. Al contrario. La strategia è piuttosto quello di contenerlo per ridurre il peso delle infezioni dal punto di vista sociosanitario.

Senza un vaccino e senza freni immunologici – come sono quelli per esempio che accumuliamo negli anni nei confronti dell’influenza – ma con misure contenitive e di buon comportamento. Con una sorta di immunità di gregge comportamentale, come la chiama su The Conversation, Peter Hall della School of Public Health and Health Systems dell’University of Waterloo. “Come le risposte umorali nel corpo allontanano l’infezione, allo stesso modo fanno i comportamenti che bloccano le strade di accesso per un agente infettivo. Con una proporzione veramente grande della popolazione che implementa costantemente comportamenti che riducono la trasmissibilità, le epidemie possono essere prevenute o limitati notevolmente, senza la reazionaria misura della quarantena”.

Aumentare la prevalenza dei comportamenti che impediscono la diffusione del virus nella popolazione, farlo in un’alta percentuale di persone, in maniera consistente, può aiutare a combattere epidemie come quella da coronavirus, scrive ancora Hall. Parliamo di comportamenti noti ma che vale la pena ripetere: lavaggio delle mani, protezione della bocca con tosse e starnuto, evitare i contatti con gli infetti e restare isolati se si è malati, indossare la mascherina solo se infettati, anche ridurre il rischio di contagio disinfettando le superfici ricettacolo di germi ed evitando di toccarsi la faccia. Nelle aree dove si osserva una diffusione di Covid-19, aggiungono dall’Oms, è consigliato rimanere a casa anche se i sintomi sono lievi, come mal di testa e naso che cola e cercare il parere di un medico in caso di febbre, tosse e difficoltà respiratorie.

Un vaccino sociale

Nessun farmaco, nessun vaccino: mere norme comportamentali. Qualcosa cui, sotto certi aspetti, Carlo Federico Perno, direttore del dipartimento di Medicina di laboratorio all’ospedale Niguarda di Milano e docente di microbiologia all’università di Milano, si riferisce come una sorta di vaccino sociale, racconta a Wired. “Parliamo di un punto nodale nel sistema di educazione sanitaria. In Africa per esempio ci sono dei programmi di vaccinazione sociale per educare le persone a comportamenti adeguati per ridurre la trasmissione dell’hiv”. Allo stesso modo, e a maggior ragione considerando le modalità di trasmissione attraverso le vie respiratorie, vale per il nuovo coronavirus, continua l’esperto. La logica del vaccino sociale è di fatto quella adottata con le misure implementate in Italia per il contenimento delle infezioni – dove è bene concentrare ancora oggi tutti gli sforzi, ha appena ribadito il direttore generale dell’Oms – basata sull’adozione di comportamenti e misure differenti in funzione delle diverse zone. Ma che potrebbero essere riviste ed estese, riferisce l’Ansa, alla luce delle delle indicazioni del comitato scientifico istituito da Conte e riguardare tutto il paese.

Misure preventive, che vanno oltre la semplice osservanza dei più basilari comportamenti di prevenzione igienica, ma che si estendono a scongiurare il più possibile i contagi. Contrastando la vicinanza, con stop a manifestazioni con affollamenti di persone, evitando abbracci e strette di mano. Allargando quanto fatto finora, con misure ben più restrittive ovunque, con il rispetto di una distanza di sicurezza di due metri e l’alternanza dei posti in cinema e teatri, secondo quanto riferisce Repubblica.

“Nelle zone rosse sono stati evitati gli assembramenti, sono chiuse le scuole e annullate le manifestazioni sociali che implicassero elevato contatto sociale e maggior rischio di contagio, ha ricordato Perno. Misure meno stringenti erano state adottate nelle cosiddette zone gialle, e incentivate le misure di prevenzione nel resto del paese. Ma appunto potrebbero essere riviste a breve, integrate ed estese, secondo le prime indiscrezioni, per l’intero paese.

Attualmente il parere di Perno è che le misure adottate finora nel nostro Paese per contenere l’epidemia siano state sufficienti. “È chiaro che se la situazione degenerasse – ma al momento non abbiamo evidenze in tal senso – potrebbe essere necessario fare ancora di più, mimando le strategie di isolamento e quarantena che sono state implementate a Wuhan”. Senza arrivare a tanto alcune cautele in più sono consigliabili per alcune fette della popolazione. “L’invito rivolto agli ultra 65enni per esempio, di non uscire ed evitare di avere troppi contatti nelle zone rosse è apparso per esempio ragionevole”, continua l’esperto, riferendosi a una fascia della popolazione, quella degli anziani, più a rischio. Tanto che potrebbe essere formalmente adottato anche nelle nuove misure di contenimento, attraverso un invito agli over 65 con patologie e over 75 di evitare luoghi affollati.

The post Limitare la diffusione del nuovo coronavirus sta (anche) a noi appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it