Quanto del comparto healthcare può essere davvero digitalizzato? È questa la domanda che ha aperto la quarta edizione di Wired Health e che ha fatto da filo rosso in un appuntamento tutto dedicato al modo in cui il digitale – nelle sue diverse forme e sfaccettature – sta trasformando nel profondo il mondo della salute.

Una metamorfosi che di certo è spinta in avanti dalla pandemia e dall’emergenza sanitaria, ma che guarda anche oltre Covid-19 (come il nuovo numero primaverile di Wired) per dare concretezza a un nuovo paradigma sanitario fondato sul concetto di prossimità. Quella proximity che ha fatto da tema per Wired Health 2021, e che è evocativa sia del venire incontro alle esigenze delle persone (il ben noto paziente-centrismo) sia di quella vicinanza tra discipline che è terreno fertile per il progresso e l’innovazione in medicina.

Priorità di salute

Durante l’intensa due giorni di Wired, nelle oltre 15 ore di diretta streaming si sono alternati sul palco digitale dell’evento oltre 40 ospiti, italiani e internazionali. “Per anni siamo stati in dolce attesa della digital health, e con la pandemia è finalmente nata, ha detto in apertura dell’evento il futurologo e docente alla Singularity University Lucien Engelen. E se per la prima volta nella storia si potrà essere presenti nel momento stesso in cui emerge un bisogno di salute, “oggi il sistema sanitario è ancora troppo diagnostico e poco personalizzato, ed è per questo che occorre creare una value based health più che una value based healthcare, con una salute non solo digitale, ma anche delocalizzata, virtualizzata e democratica.

Sono quattro, in particolare, le priorità individuate da Bernardo Mariano Junior, direttore del Department of Digital Health and Innovation dell’Organizzazione mondiale della sanità. “Anzitutto, la salute digitale deve essere istituzionalizzata, ed è necessaria una strategia di integrazione per rompere quei silos che normalmente vediamo nel comparto healthcare”. Al terzo posto l’equilibrio tra privacy ed etica e, infine, “non possiamo lasciare nessuno indietro, inclusi i paesi meno ricchi e quelli in cui ancora non c’è accesso diffuso alle tecnologie digitali”.

La questione dell’accesso, come noto, non riguarda solo aspetti strettamente tecnologici, ma anche i vaccini, per i quali è necessaria una strategia globale, viste anche le varianti e le mutazioni del Sars-Cov-2. Un tema su cui ha insistito anche Giovanni Maga, virologo e direttore dell’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia: Le mutazioni erano attese, ma non potevamo sapere quali sarebbero emerse e prevalse”. Come sappiamo, se una persona ha una risposta immunitaria non completamente efficace al virus, questo può moltiplicarsi nel corpo per un tempo sufficiente affinché possa svilupparsi nell’ospite una variante più resistente. “Ma il vaccino difficilmente esercita una pressione selettiva sulle varianti, proprio perché è molto efficace e non consente questo fenomeno”.

“Il problema è il nazionalismo vaccinale e l’interferenza dei governi sui mercati”, ha aggiunto Nikos Passas della Northeastern University, commentando che cosa funziona e cosa no a livello globale quando si tratta di sanità e giustizia. “Anche se un paese riesce a tenere i contagi sotto controllo, nel resto del mondo il virus continua a circolare, con il rischio di rendere gli attuali trattamenti e vaccini meno efficaci.

A proposito delle più generali attività messe in campo durante la pandemia, è intervenuto Pasquale Stanzione, presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali. “A partire dalle attività di contact tracing, il tenere i dati protetti si è dimostrato presupposto irrinunciabile per creare fiducia nelle soluzioni digitali”. Le questioni principali che si pongono oggi, secondo Stanzione, sono riconducibili a due grosse categorie: “una è la tutela dei dati sanitari nell’ambito delle attività di prevenzione, e poi c’è la questione privacy di fronte alla digitalizzazione della vita imposta dalle misure di contenimento”.

Un tuffo nel mondo dei dati

Di dati sanitari e minacce di salute ha parlato a Wired Health anche Sally Davies, inviata speciale del governo britannico per il tema dell’antibiotico-resistenza. “Abbiamo bisogno di una sorveglianza capillare e diffusa in tutto il mondo: con Covid-19 abbiamo basato la risposta dei policy maker nei singoli stati sul numero di infezioni, di ricoveri e di vaccini somministrati. Abbiamo bisogno di questi dati paese per paese, e ne abbiamo bisogno anche per batteri, altri virus e patogeni che possono diffondersi nella popolazione, come pure nelle altre specie animali”. 

I numeri della salute, ma soprattutto gli aspetti etici, sono stati al centro della chiacchierata con Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’università di Oxford. “La scienza è un’operazione umana in cui si litiga e si discute, e negli ultimi mesi abbiamo visto un po’ troppo da vicino come la si fa: l’avere messo in pubblico questo processo non è stato preso bene, come se la scienza fosse qualcosa di sbagliato e inaffidabile. Ma non è così”. E prendendo spunto dal caso di stretta attualità del vaccino AstraZeneca, ha commentato: “Il problema è quando le informazioni vengono fornite al pubblico in modo contraddittorio. La trasparenza è necessaria, ma insufficiente. Serve trasparenza e contestualizzazione, ossia buona divulgazione: è inutile bombardare le persone con dati mal digeriti, contraddittori e presentati con la retorica sbagliata”.

Sul fronte dei wearable e dei sistemi di monitoraggio, raccontati dal punto di vista della Mayo Clinic Platform, si è discusso con il presidente John Halamka. “Cosa faremo con i dati raccolti dai dispositivi che indossiamo? Saranno dati accurati? Li utilizzeremo per prendere decisioni? Chi si occupa del loro controllo? Per tutte queste domande si stanno sviluppando algoritmi che possano trovare informazioni rilevanti nel rumore di fondo e decidere quando intervenire”. Si può pensare alla cardiologia per la prevenzione degli infarti, oppure fare diagnosi a partire dalla voce, o ancora individuare ansia o depressione dal modo in cui si usa lo smartphone.

Sempre i dati, ma sul fronte dell’interoperabilità, sono stati al centro del talk che ha aperto la seconda giornata dell’evento, insieme al Chief Clinical Officer di Himss Charles Alessi. “Ora abbiamo bisogno di capire a fondo la differenza tra medicine e healthcare, o tra sanità e salute: un conto è il trattamento per una condizione clinica, un altro è riuscire a non essere affetti da quella condizione”. Un approccio che ha senso nel paradigma della medicina di precisione e personalizzata, in cui si tiene conto dalla genetica agli stili di vita, e soprattutto si sostituisce l’idea di trattamento con quella di un accompagnamento lungo tutto il percorso di vita.

Finanziamenti e trasferimenti

Oltre che in termini di fiducia, le istituzioni hanno un ruolo decisivo anche nel favorire scoperte e innovazioni. Se n’è parlato, nell’ambito del Next Generation Eu, con il vicepresidente dello European research council (Erc) Nektarios Tavernarakis: “Più un paese investe in ricerca e più diventa attrattivo sia nei confronti delle aziende sia dei finanziamenti europei in ricerca e sviluppo”, ha raccontato. “Lo stiamo vedendo con i vaccini anti Covid-19, da Pfizer-Biontech a Oxford-AstraZeneca: i finanziamenti hanno un impatto decisivo nell’affrontare le sfide pubbliche di sanità e nel fronteggiare crisi imprevedibili, e l’ideale è conciliare quelli nazionali con le risorse a disposizione in contesti internazionali”. A rafforzare il punto è stato anche Stefano Persano, ricercatore dell’Istituto italiano di tecnologia Iit: “La tecnologia a rna messaggero, che può stimolare una risposta immunitaria migliore rispetto alle altre piattaforme vaccinali, è stata praticamente ignorata in Italia. Ora la speranza è che dopo la pandemia venga rivalutata”.

“Se qualche anno fa si fosse parlato di nuove piattaforme vaccinali e di formulazioni a rna messaggero come il futuro prossimo, nessuno ci avrebbe creduto”, ha aggiunto Tom Hockaday, direttore di Technology Transfer Innovation Ltd. E se il ruolo del trasferimento tecnologico è concretizzare le opportunità, “serve una buona comprensione del valore che esce dalle università, e allo stesso tempo della domanda che emerge da aziende e investitori”. Un esempio specifico è quello della stampa 3d per la salute, portato sul palco di Wired Health dal professore dell’università del Minnesota Michael C. McAlpine“Inizialmente l’idea di produrre parti tridimensionali per il corpo umano era quella di ripristinare funzioni preesistenti, ma in futuro possiamo immaginare di aumentare la capacità del corpo umano, generando umani X con funzioni dall’occhio bionico ai neuro stimolatori“.

Le strategie per facilitare ricerca e trasferimento tecnologico sono state anche al centro del confronto tra Aleksandra Torbica dell’università Bocconi e il presidente dello Human Technopole Marco Simoni. “Le riforme sanitarie più recenti si sono concentrate sui livelli più specialistici, e non sulle questioni di base”, ha spiegato Torbika. E ha aggiunto che “nella gestione della crisi sanitaria, non solo in Italia, è emersa la criticità a livello di medicina territoriale. Ma ci sono elementi di forza di cui ci siamo accorti. “Con l’arrivo dei vaccini in un solo anno, siamo davanti a uno dei risultati più straordinari della storia dell’umanità, paragonabile allo sbarco sulla Luna”, ha detto Simoni. “Abbiamo molti vaccini diversi in centinaia di milioni di dosi: un risultato impensabile anche solo 10 anni fa, frutto non delle capacità degli stati e nemmeno del libero mercato, ma alla loro collaborazione”.

La vera sfida del trasferimento tecnologico è anche prendersi cura degli aspetti di business e certificazione. “Questa difficoltà cade sulle spalle dei team, soprattutto delle startup, che devono essere capaci sia dal punto di vista tecnico e scientifico sia manageriale”, ha spiegato Chiara Giovenzana di Enea Tech. E se nell’ultimo decennio si è visto un grande sviluppo biotecnologico, “oncologia e malattie rare rimangono i settori con il maggior grado di investimenti”, ha specificato Federica Draghi di Genextra. “Dal punto di vista dell’ecosistema startup, l’Europa e in particolare l’Italia è in ritardo e, anche se i capitali stanno arrivando, sono inferiori al bisogno”, ha aggiunto Alberto Onetti di Mind the bridge, spiegando che se abbiamo colmato il gap negli early investment, siamo ancora molto carenti nel late stage. “La tecnologia è un aspetto critico dell’innovazione in medicina, ma non basta per attrarre capitali, bisogna capire chi è disposto a pagare per che cosa, e perché”, ha specificato Yoav Fisher di HealthIL.org.

Ma come poi far arrivare le soluzioni high tech e di intelligenza artificiale tra le mani di medici e pazienti? “Esiste un sistema predittivo per produrre raccomandazioni per chi soffre di patologie croniche, oppure un algoritmo che valuta la diffusione del diabete in una popolazione sulla base dei dati individuali raccolti”, ha raccontato Indra Joshi, esperta di digitalizzazione dei sistemi sanitari pubblici e direttrice della sezione AI all’Nhsx. Oppure, pensando a oncologi e pneumologi, c’è in sviluppo avanzato un sistema di imaging per gli stadi più precoci dello sviluppo del tumore al polmone.

Questioni di prossimità

Il tema centrale della due giorni, la già citata proximity, è stato protagonista della chiacchierata con la Ceo di Proximie Nadine Hachach-Haram, che si è concentrata soprattutto sulle frontiere della chirurgia. “Gli interventi con robot chirurghi non sono una questione di giocattoli milionari, della sola qualità dell’ambiente ospedaliero o del fattore umano: tutto ruota intorno al paziente e al trovare soluzioni su misura ed efficaci”. E spingendosi nella cosiddetta chirurgia 3.0, “la partnership stessa tra chirurgo e robot è destinata a evolvere”, ha detto Antonino Spinelli di Humanitas. Se da un lato ci sono studi che evidenziano come i robot siamo già in grado di svolgere compiti medio-semplici addirittura meglio del chirurgo, dall’altro “i robot stanno assumendo un ruolo significativo anche nella fase decisionale, scegliendo insieme al medico il miglior modo di intervenire”.

Ma non c’è solo lo sviluppo tecnologico. “Nella corsa globale verso l’introduzione dell’intelligenza artificiale nel mondo della salute, c’è un rischio per l’Europa di trovarsi indietro o di focalizzarsi troppo sulla parte regolatoria e normativa più che sull’innovare e sullo sviluppare soluzioni high tech di salute”, ha chiosato il Ceo di Eit Health Jan-Philipp Beck. La parte regolatoria avrà un ruolo chiave sull’intelligenza artificiale nei prossimi 5 anni, però serve un contesto che favorisca investimenti e iniziative. E in questo senso, “In un contesto molto frammentato, la possibilità di mettere in contatto realtà diverse e fisicamente vicine può aprire collaborazioni che vanno anche al di là del singolo servizio, soprattutto in un mercato come quello della logistica sanitaria”, ha aggiunto Guido Bourelly, Ceo di Saluber.

Non c’è dubbio, però, che la pandemia abbia notevolmente cambiato il contesto. “Nel mondo delle startup sono molto aumentati gli investimenti nell’healthcare e nel biotech, con un +180%”, ha raccontato Francesco Iervolino, partner di Deloitte Officine Innovazione. “I bisogni delle persone e del mercato cambiano sempre più in fretta, e intercettare questi cambiamenti è decisivo”. Per esempio, “La pandemia ha fatto capire che c’è bisogno di nuove innovazioni, e percepisce la tecnologia non più come qualcosa che fa paura ma come un bisogno, ha aggiunto Giorgio Metta, direttore scientifico dell’Iit. Anche nella robotica si sono manifestate delle necessità che i ricercatori ritenevano interessanti, ma erano sempre rimaste nell’ambito della ricerca di base. “Esempi sono i robot che possono fare servizio negli ospedali e supportare pazienti e medici, tele-operati o autonomi, che possano fornire una telemedicina avanzata.

Ricerca scientifica, dispositivi e norme

A proposito di novità, il prossimo 26 maggio entrerà in vigore il nuovo regolamento europeo sui dispositivi medici, che introduce la sorveglianza post-market. “Verificare a posteriori il dispositivo medico introdotto sul mercato ne assicura il perfetto funzionamento. I prodotti non saranno solo più controllati, ma anche più sicuri”, ha commentato il presidente di Confindustria dispositivi medici Massimiliano Boggetti. Di biomeccatronica e neurotecnologie per il trattamento della malattia di Parkinson si è parlato con Christos Kapatos di Serg Technologies. Anche se nessuna tecnologia può monitorare da remoto tutti i sintomi di un paziente, soprattutto per condizioni complesse, “oggi abbiamo un bisogno globale di sistemi di monitoraggio quantitativo da remoto, anche per mettere a punto trattamenti sulla base dei sintomi reali”.

A Wired Health si è parlato anche di molto altro. Della diabetologia di domani in una masterclass digitale con Stefano Quintarelli delle Nazioni unite, il presidente della Società italiana di diabetologia Agostino Consoli e Katia Massaroni di Sanofi. Ma anche dell’empowerment del paziente diabetico con Stefania Rinaldi di Novo Nordisk: “Il 2020 ha contribuito a evidenziare la fragilità del paziente col diabete, e per la logistica si è cercato di combinare l’innovazione tecnologica e la sostenibilità ambientale”. Fino agli esempi più high tech di consegna di insulina tramite droni.

“Il quinquennio che si apre sarà quello decisivo per avere un sistema sanitario unico e digitale entro il 2025”, ha detto, parlando di sano invecchiamento e di innovazione degli obiettivi di cura, Davide Bottalico di Takeda Italia. Ma, ha aggiunto il vicepresidente della Società italiana di medicina generale Ovidio Brignoli“per fornire l’eccellenza delle cure serve conciliare l’aspetto culturale di formazione dei medici con l’organizzazione, che oggi è carente nelle cure primarie”. Punti che hanno molto a che fare con la gestione del fondo Next Generation Eu, come ha sottolineato Federico Protto di Retelit: “Insieme alla finanza, la sanità è il settore più soggetto agli attacchi hacker. Sicurezza, prossimità e telemedicina sono i cardini della trasformazione digitale della medicina, a cui sono destinati 60-70 miliardi di euro”. Fino ad arrivare alla sanità territoriale e al paradigma della salute sotto casa. “Il 53% delle persone oggi ritiene gli ospedali e gli ambulatori dei luoghi ad alto rischio, e da qui discendono la mancata prevenzione e i ritardi nelle diagnosi. Per questo bisogna far sì che i pazienti possano ricevere più cure possibile direttamente a casa”, ha spiegato Gabriele Allegri di Janssen Italia.

Prendersi cura dei disabili e accessibilità della salute sono stati affrontati insieme a Ilaria Catalano di Msd Italia, “mai come in questo periodo è fondamentale continuare a investire in ricerca e sviluppo, e chiedersi – come aziende della salute – che cosa si stia facendo per gli altri all’interno di una comunità”. “Tutti devono fare la propria parte affinché i fondi arrivino, con un’idea di sviluppo condiviso e piani di sviluppo pragmatici”, ha aggiunto Alice Zilioli di Roche Italia.

Un futuro di telemedicina e immunoterapie

Molto si è discusso anche dei cambiamenti strutturali nella sanità, come l’accelerazione della telemedicina. “Prima della pandemia avevamo la soluzione, senza però avere ancora il problema”, ha sintetizzato Elena Sini di HIMSS Europe Governing Council. “Oggi abbiamo sistemi di telemedicina molto più curati e promossi, ma serve un approccio organico alla digitalizzazione”, ha aggiunto Fabio Tigani di Philips. E l’anno della pandemia ha messo al centro la medicina di laboratorio, “soprattutto per l’opinione pubblica, in quanto è centrale nella clinica e nella diagnostica”, ha commentato Riccardo Manca di Lifebrain.

Infine, entrando nel merito delle specifiche branche della medicina,  con Alessandro Repici di Humanitas si è parlato di tumore del colon e di come la prevenzione sia essenziale e soprattutto di come sia “inaccettabile che circa il 75% degli operatori che eseguono la colonscopia non abbia una capacità diagnostica minima per rilevare questa patologia”. Insieme a Luigi Terracciano della Humanitas University è invece tornati sulla chirurgia robotica, spiegando che “consente non solo più precisione, ma pure un’invasività decisamente minore, con perdite ematiche rasenti allo zero”. Ciò significa meno complicanze e recupero più veloce, con “vantaggi che si riscontrano ancora più evidenti per i pazienti obesi”.

Nel dettaglio della chirurgia robotica spinale, ma anche della formazione, è entrato Carlo Alberto Benech dell’Humanitas Cellini di Torino, “il robot è utile soprattutto nella parte di navigazione in tempo reale della chirurgia robotica assistita, come il Gps di un’automobile”. E la ricercatrice Airc Francesca Del Bufalo dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma ha fatto il punto sullo stato dell’arte delle immunoterapie per combattere i tumori. “L’obiettivo è arrivare a dimostrare la stessa efficacia dalla radioterapia e dalla chemioterapia: anche se oggi siamo lontani, ci sono grandi potenzialità in ambito ematologico, e le prospettive sono incoraggianti per molte altre aree oncologiche”.

Wired Health, organizzato in occasione della Milano Digital Week, è stato possibile anche grazie al supporto di alcuni partner.

Partner scientifico: Humanitas

Main partner: Alfasigma, Janssen, Lifebrain, Msd, Novo Nordisk, Roche, Sanofi, Takeda, Vree Health

Partner: Philips, Retelit

Sponsor: Deloitte

Networking partner: HealthTech Europe, Himss

Production: Piano B

Location: Mini Studio – The Digital Playground

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