(foto: Qilai Shen/Bloomberg via Getty Images)

Cresce la presenza dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite e quindi la ricerca di un nuovo equilibrio per disciplinarne le ricadute. In gioco non c’è solo l’angoscia per i posti di lavoro che si perdono, ma anche la qualità delle relazioni e la libera scelta di attività culturali, preferenze di lettura, propensioni politiche.

Un percorso verso la normalizzazione dovrà avvenire e anche la divulgazione aiuterà l’uomo a capire come. Un tema emerso all’incontro Intelligenza artificiale e quotidianità, vivere pienamente con nuovi equilibri, promosso il 22 febbraio dalla Fondazione Gaetano e Mafalda Luce presso il Museo nazionale della scienza e della tecnologia di Milano. Numerosi ospiti, grazie a interventi brevi e un approccio interdisciplinare, si sono confrontati sugli scenari che verranno e sulla capacità di governo di questa nuova complessità.

Non mancano gli interrogativi ma anche un’eccessiva polarizzazione tra entusiasti e conservatori. Un aspetto sottolineato anche da Alec Ross, tech savvy, scrittore e già senior advisor all’innovazione sotto l’amministrazione Obama: nel contributo video inviato all’evento, l’autore di Il nostro futuro. Come affrontare il mondo dei prossimi vent’anni ha sottolineato come un’ impostazione basata su due estremi dialettici faccia male al dibattito. La verità è nel mezzo e non resta che provare a “massimizzare le speranze e minimizzare i rischi”. Ross enfatizza uno degli aspetti più presenti nella mattinata di approfondimento: arrendersi agli algoritmi si traduce in una perdita di serendipity, quella capacità di lasciarsi stupire e trovare sensi anche in dinamiche apparentemente ingovernabili.

Sbagliata resta una visione dove l’Ai può già tutto: l’artificial intelligence vive di stadi evolutivi e, come sottolineato da Piero Poccianti, presidente dell’Associazione italiana per l’intelligenza artificiale (Ai*Ia), immaginarla dominante resta fantascienza. Superata l’epoca describe, l’artificial intelligence attuale verte sulla fase categorize (quindi basata sullo statistical learning perlopiù). Per arrivare allo stadio explain, saranno necessarie altre evoluzioni: percepire e imparare è importante, le macchine lo fanno, ma astrarre lo è di più.

Stesso discorso sul fronte delle intelligenze che si relazionano vocalmente: come evidenziato da Vittorio Di Tomaso, presidente e ceo di Celi, siamo ancora allo stadio dei comandi semplici impartiti ai vari Alexa, Google Home, ecc. Un progresso comunque notevole ma lontano dagli scenari di interlocuzioni complesse, personalizzate o caratterizzate da empatia. Bisogna essere più coscienti di cosa stiamo costruendo adesso, secondo l’esperto: un sistema ubiquo, pervasivo ma ancora nei canoni del rassicurante, in cui l’Ai ti avvisa se sta per piovere o fa partire la playlist al tuo rientro a casa.

L’intelligenza artificiale ci cambia la vita, ma come conviverci?

Più vitali e di impatto, i margini attesi nel settore healthcare dove, come spiegato da Carlo Salvioni, presidente di Iqvia Italia, l’approccio data driven sta cambiando diversi paradigmi. Proliferano le società che sfruttano l’Ai per trovare nuove molecole; si accorciano i tempi per progettare farmaci ma anche per fare diagnosi molto più precise nel campo delle malattie rare; incroci tra digitale e terapie tradizionali sono già realtà; in futuro sarà sempre più diffuso il ricorso al digital per diagnosticare attraverso il gaming patologie come Parkinson e Alzheimer

Non mancano anche i problemi nella rivoluzione algoritmica, come ricordato dall’accademico Paolo Soda, professore associato in ingegneria e informatica presso Università Campus Bio-Medico di Roma: i famosi bias basati su sesso, etnia, genere vanno corretti. Sono molteplici i possibili approcci per aumentare la fiducia: la consapevolezza dei pregiudizi nel dominio di interesse, lo sviluppo di best practies per mitigare i pregiudizi, ma anche l’investimento in ricerca e disponibilità di dati pubblici, oltre che la diversificazione degli approcci e delle metodologie utilizzate.

All’Ai chiederemo accountability ma saremo sempre noi in ultima istanza a decidere: secondo la professoressa di logica Marta Bertolaso, bisogna interrogarsi in senso etico, per chiedersi non cosa è vietato ma cosa vale la pena o meno fare, ad esempio delegare la capacità di relazione personale.

Insomma, come sottolineato da Stefania Garassini, giornalista e docente all’Università Cattolica, se un tempo il rapporto uomo-computer era orientato nell’ottica di sostegno al pensiero, per aiutare l’uomo a decidere, oggi si va nella direzione opposta: non si pensa e non si decide, perché più o meno la lista dei bisogni, delle preferenze e delle scelte la preconfeziona l’algoritmo. Dipendenza e sovraconsumo dalla bolla social  si sono tradotti in estremizzazione delle posizioni, difficoltà di trovare un terreno comune e in una riduzione della capacità di attenzione. Bisogna essere realistici e ammettere che, su alcuni fronti, stiamo perdendo contatto: un impegno correttivo, anche da parte dei grandi colossi tech, potrebbe ripristinare maggior equilibrio nell’ecosistema.

Dopotutto, nella partita del pensiero, siamo ancora avanti rispetto alle macchine: loro possono suggerire, grazie alle imbeccate che lasciamo online, ma solo noi sappiamo scegliere a cosa prestare attenzione e quale significato attribuire all’esperienza. Non è poco.

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