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Alt, fermi tutti. Per quanto eccitanti possano sembrare le applicazioni delle intelligenze artificiali in ambito sanitario forse stiamo correndo un po’ troppo: non siamo poi così sicuri che al momento le Ia siano brave tanto quanto o addirittura più dei medici a fare diagnosi. È il messaggio che si legge tra le righe della più estesa revisione della letteratura scientifica in materia mai pubblicata finora, che ha preso in considerazione oltre 30mila studi sull’argomento salvandone (cioè ritenendo scientificamente affidabili) però solo 14. Anche se questi sono decisamente favorevoli, si tratta di pochi casi per trarre davvero delle conclusioni, dunque servono nuovi studi.

Dal 2012, anno di svolta per il sistema di apprendimento automatico chiamato deep learning, le intelligenze artificiali sono state applicate in lungo e in largo in ambito sanitario. Lo scopo, verificare se fossero in grado di individuare condizioni patologiche e fare diagnosi a partire da immagini mediche (radiografie, risonanze magnetiche, etc). E negli anni abbiamo letto tanti di questi titoli che sembravano che la svolta tecnologica che avrebbe velocizzato le procedure, magari addirittura migliorando le prestazioni dei clinici umani, fosse dietro l’angolo.

Ma è davvero così? Xiaoxuan Liu e Alastair Denniston, ricercatori dell’Università di Birmingham, hanno condotto per conto del National Health Service (Nhs) britannico una revisione della letteratura scientifica per capire quanto le intelligenze artificiali siano affidabili nell’interpretare le immagini mediche, in confronto all’operato dei clinici.

Da una prima selezione gli scienziati hanno ottenuto oltre 30mila studi sull’argomento, ma analizzandoli ne hanno trovati solo 14 condotti con un metodo di valutazione abbastanza affidabile e che comparassero le performance delle Ia con quelle dei medici.

Prendendo in considerazione solo questi, i risultati sono davvero incoraggianti in vista di un’applicazione delle Ia in diagnostica per immagini: le macchine individuano correttamente uno stato patologico l’87% delle volte (i medici l’86,4%) e riferiscono la diagnosi esatta nel 92,5% dei casi (contro il 90,5% dell’operatore umano).

Dunque, se ci dovessimo basare esclusivamente su questi risultati, le Ia sarebbero davvero brave quanto i medici (la piccola differenza nella statistica per gli esperti si colmerebbe se i clinici avessero avuto ulteriori informazioni sui pazienti). Ma – ed è un ma bello grosso – è un po’ difficile interpretare in modo del tutto positivo questi dati, poiché appunto ci si basa su un numero di studi troppo limitato.

Le Ia sono il futuro dei sistemi sanitari? Probabile e magari anche auspicabile: per esempio potrebbero fornire un valido aiuto in quei luoghi del mondo dove è difficile reperire un clinico esperto o per snellire la mole di referti da evadere. Tuttavia alla luce delle scarse evidenze è prematuro saltare alle conclusioni.

Come dire: “ricercatori, c’è da lavorare, soprattutto di metodo”.

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