DOHA, QATAR:  Robotic camel jockeys designed by an unidentified Swiss company are in action during this first camel race in which seven Robots were tested, 13 July 2005 in Doha. Qatar banned the use of children in camel races following criticism that infants, some as young as four, were being brought in from poor countries, mostly in Asia, to race the camels. AFP PHOTO/KARIM JAAFAR   (Photo credit should read KARIM JAAFAR/AFP/Getty Images)
“Fantini” di cammelli robotici in prova a Doha, Qatar (foto: KARIM JAAFAR/AFP/Getty Images)

di Sara Hejazi

Siri, trovami l’indirizzo di una palestra vicino casa”. Come semplificano la vita, gli smart tool: basta un comando vocale e si ha un mondo di informazioni (o le informazioni del mondo, a seconda di come la si guarda) a portata di mano. O forse no?

In realtà, l’intelligenza artificiale come strumento di semplificazione della vita dipende proprio dalla vita che si ha. E soprattutto dipende dalla lingua che si parla, da dove si vive, dal proprio credo religioso, dall’età e dal genere a cui si appartiene. Per esempio, laddove ci sono 22 lingue ufficiali, ma l’assistente vocale di turno parla solo inglese e hindi, come accade agli user indiani, l’intelligenza artificiale complica molto la vita, invece che semplificarla. Google non capisce gli svariati accenti del luogo e finisce in siti assolutamente fuori tema; Siri forse è forse ancora più irritante, perché risponde continuando a dire “non so se ho capito bene”.

Sia l’hindi che l’inglese, peraltro, non sono delle semplici lingue: sono idiomi intrisi di significati sociali e politici, che rimandano a una precisa gerarchia di dominio culturale: è accaduto quando l’inglese venne imposto agli indiani come lingua della potenza straniera, e anche quando l’hindi fu proclamato lingua ufficiale della Repubblica indiana dopo l’indipendenza, causando la ribellione delle altre minoranze linguistiche come i Tamil Nadu. Si può capire facilmente, allora, perché non tutti in India abbiano voglia di sforzarsi a parlare hindi e inglese per comunicare con Siri. Così, se anche mezzo miliardo di indiani oggi possiede uno smartphone, gli smart tool rimangono per lo più inutilizzati.

Ma il problema non si limita solo all’intelligenza artificiale degli smartphone: prendete un robot pensato per essere un elettrodomestico davvero intelligente, corredato di capacità di auto-posizionamento e analisi spaziale, e programmato per pulire la casa in autonomia, senza che gli umani glielo dicano. Il problema è che non può immaginare che in Iran si usa ancora dormire per terra, sui tappeti. Così l’ignara macchina, in una casa di Tehran, ha aspirato i capelli della nonna che dormiva sul tappeto, a sua volta all’oscuro del fatto che il robot si sarebbe azionato proprio durante il suo riposino pomeridiano.

La verità è che l’intelligenza artificiale è pensata e tagliata su misura per tipi umani perlopiù occidentali. E forse anche perlopiù maschi. L’uso di robot e intelligenze artificiali richiede a oggi un livello di scolarizzazione di base: che succede quando è soprattutto il genere femminile a mancare di questo requisito, come in Pakistan, tra gli ultimi al mondo per l’accesso femminile all’istruzione elementare, e dove però  43% della popolazione possiede uno smartphone? Che l’intelligenza artificiale risulterà, in grande maggioranza, man-friendly.

Gli algoritmi non sono calcoli neutri, ma operazioni che si basano sui dati creati da persone con credi e convinzioni per nulla universali, né universalmente validi. Se si considera che l’intelligenza artificiale non è stata creata per generare esperienze stravolgenti, quanto piuttosto verosimili e rassicuranti, è chiaro che l’algoritmo altro non sarà che lo specchio delle nostre distorsioni, dei nostri stereotipi, dei nostri particolarismi culturali.

L’intelligenza artificiale può quindi semplificare la vita alle persone che dormono su letti, ma non a quelle che dormono per terra; è facile da usare per chi parla lingue standard, ma non per chi parla i dialetti; funziona laddove spazi pubblici e privati sono delimitati in modo chiaro, ma non dove ci sono tabù impliciti (per esempio che regolano l’ingresso in un luogo pubblico a persone appartenenti a certe caste e classi sociali, o a un genere sessuale). Infine, semplifica quando si scrive un testo, predicendo le parole che verranno digitate, ma è davvero fastidiosa quando predice che digiterò il pronome “le” o “lei” riferendomi alla parola “insegnante”, mentre predice il pronome “gli/lui” se ho digitato la parola  “ingegnere”…

Difficile, per gli algoritmi, tenere insieme la complessità della biodiversità umana. L’invenzione della rete ha preceduto di troppo tempo l’invenzione di comunità umane omogenee, coese ed eque. Non ci possiamo di certo aspettare che sia l’intelligenza artificiale a risolvere i problemi endemici delle nostre società complesse, ma certo è importante che chi lavora nel settore dell’intelligenza artificiale si ricordi non solo che l’universale homo non esiste, ma soprattutto che non è un trentacinquenne, maschio, bianco, magari che di mestiere fa l’ingegnere.

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