Il ministero della Difesa ha dato l’ok per armare i droni classe Male Reaper in dotazione all’Aeronautica militare. Per la prima volta, i velivoli a pilotaggio remoto italiani saranno predisposti per poter essere impiegati anche in azioni offensive e non solo come strumenti di ricognizione. Secondo quanto riportato dalla Rivista italiana difesa (Rid), i nuovi scenari di conflitto degli ultimi anni hanno impresso una forte accelerazione nella decisione di armare i droni in dotazione alle forze armate italiane.

I Reaper sono stati i primi velivoli a guida remota a essere dotati di missili e a essere stati impiegati dagli Stati Uniti durante la “guerra al terrore”, iniziata nel 2001 con l’invasione dell’Afghanistan. Questi droni, dal costo di 30 milioni di dollari l’uno, sono lunghi 36 metri, con un’apertura alare di 21, possono raggiungere i 450 chilometri orari di velocità e volare autonomamente per 2.000 chilometri, in missioni di ricognizione, e per 1.200 se equipaggiati di armi. Possono operare fino ai 15mila metri di quota e ovviamente sono dotati di sensori che permettono l’utilizzo notturno e in condizioni meteorologiche avverse.

I Reaper sono stati a lungo impiegati in diversi scenari internazionali, per la loro caratteristica di poter attaccare l’avversario senza mettere in pericolo i propri soldati. Queste armi hanno però causato numerose vittime tra i civili, come nel caso dell’ultimo raid condotto a Kabul, dove 10 civili, di cui 7 bambini sono stati uccisi durante un attacco statunitense contro sospetti affiliati dell’Isis. Inoltre, l’utilizzo di questi strumenti offensivi ha un forte impatto psicologico sui loro operatori e numerosissimi sono i casi di stress post traumatico tra i membri delle forze armate impiegati in questo settore.

L’uso di questi apparecchi è stato a lungo criticato, sia a causa dell’altissimo numero di vittime collaterali causate dal loro impiego, sia per il dilemma etico di entrare in guerra senza alcun rischio, mettendo di fatto l’avversario in una condizione di totale impotenza. Inoltre l’uso di droni offensivi si scontra anche con diverse interpretazioni del diritto internazionale umanitario, secondo cui queste armi sarebbero “inumane” e pertanto non utilizzabili.

Proprio a causa di questo dibattito e delle molte resistenze del diritto e dell’opinione pubblica, la Difesa ha cercato di dare poca risonanza e visibilità alla sua decisione. Le nuove disposizioni, e lo stanziamento di 168 milioni per armare i Reaper, sono infatti state scritte con una formulazione così tecnica che solo gli esperti della rivista Rid sono riusciti a tradurle. Inserite in un capitolo del Documento programmatico pluriennale 2021, che stila i progetti e gli investimenti statali nella difesa, sono descritte come “Aggiornamento del payload Mq-9”, dove Mq-9 è la sigla che indica i Reaper. “Il velivolo garantirà incrementati livelli di sicurezza e protezione nell’ambito di missioni di scorta convogli” si legge nel documento “rendendo disponibile una flessibile capacità di difesa esprimibile dall’aria”. La “flessibile capacità di difesa” si riferisce alla dotazione di armamenti di un qualche genere, ma nel documento non viene specificato quali saranno.

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