(foto: Science Photo Library via Getty Images)

Mdma, la sostanza psicoattiva alla base della droga illegale ecstasy, potrebbe essere utilizzata negli Stati Uniti come medicinale per il trattamento del disturbo da stress post-traumatico (Ptsd). Non è la prima volta che si studia e si testa Mdma per curare questo problema e già circa 4 anni fa la sostanza aveva ricevuto dalla Fda statunitense la designazione di breakthrough therapy (una sorta di etichetta prioritaria per la sperimentazione) contro il Ptsd, grazie ai primi risultati favorevoli ottenuti negli studi clinici. Oggi, un trial clinico di fase 3, l’ultimo stadio della sperimentazione, confermano che la Mdma sembra trattare questo disturbo meglio degli altri farmaci che abbiamo a disposizione. Così questo principio potrebbe presto diventare parte di una terapia combinata e controllata dal medico contro il Ptsd. Lo studio, condotto dall’università della California a San Francisco, è pubblicato su Nature.

La Mdma per uso medico, senza pregiudizi

Mdma è una metanfetamina associata a leggeri effetti psichedelici e un forte potere calmante e rilassante. L’idea è che una terapia con Mdma possa aiutare a rimuovere le immagini terrificanti, associate al trauma, che il soggetto colpito continua a vedere come se rivivesse l’evento traumatico. Attualmente i farmaci approvati per il trattamento del disturbo Ptsd sono alcuni inibitori della ricaptazione della serotonina (antidepressivi Ssri) quali la sertralina e la paroxetina. Ma come sottolineano gli autori del lavoro su Nature, nel 40-60% dei pazienti questi farmaci non funzionano. Già da qualche tempo si studia l’impiego della Mdma: il neuropsicofarmacologo dell’Imperial College David Nutt, ad esempio, spiega su Science che il fatto che questa droga sia anche una medicina è noto da oltre 40 anni. Ciò che ancora manca è la capacità di accettarlo.

I ricercatori hanno coinvolto 90 partecipanti con disturbo da stress post traumatico grave e persistente, divisi in due gruppi, di cui uno avrebbe ricevuto un trattamento con Mdma e l’altro un placebo, insieme a diverse sessioni psicoterapeutiche per la durata complessiva di 4 mesi. Dopo le prime tre sessioni di lavoro, nel gruppo che ha ricevuto Mdma meno pazienti – il 35% in meno – rientravano nella diagnosi di Ptsd. Alla conclusione del percorso terapeutico e a distanza di due mesi, nel follow up, l’88% dei volontari curati anche con Mdma ha avuto una significativa riduzione dei sintomi, il 28% in più rispetto alle persone trattate soltanto con placebo e sessioni psicoterapeutiche. “Si è osservato che la sostanza Mdma induce una robusta e significativa attenuazione dei sintomi, scrivono gli autori “potrebbe cambiare radicalmente il trattamento per il Ptsd e dovrebbe essere valutata in maniera molto rapida per l’uso clinico”.

Mentre molti tipi di terapie contro il Ptsd prevedono il riportare alla memoria il trauma vissuto”, spiega Jennifer Mitchell, che ha coordinato lo studio, “la capacità unica dell’Mdma di aumentare la compassione [verso di sé ndr] e contemporaneamente abbassare la paura è probabilmente l’elemento che rende questo approccio così efficace”. I risultati ottenuti e l’estensione dei benefici non erano mai stati rilevati con altri trattamenti farmacologici, come spiegano gli autori. Tuttavia lo studio è ancora limitato e si riferisce a una prima parte della ricerca, mentre la seconda, a cui prendono parte 50 volontari in più, è ancora in corso. Inoltre i risultati devono essere approfonditi mettendo a confronto in maniera diretta, all’interno di uno stesso trial, i trattamenti attualmente in uso con quello basato su Mdma.

Le prove raccolte finora e soprattutto l’ultima presentata oggi su Nature indicano che questa potrebbe essere una strada valida per affrontare un disturbo in alcuni casi molto invalidante, che può danneggiare la vita affettiva, sociale e lavorativa. L’auspicio degli autori è che si possa arrivare all’approvazione della Fda della terapia contro il  Ptsd nel 2023.

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