(Foto: Belova59 da Pixabay)

Maschi nella stragrande maggioranza dei casi, e giovani. La maggior parte delle nuove infezioni da hiv registrate per il 2018 in Italia ha riguardato in effetti molto più la popolazione maschile e i giovani, con le incidenze maggiori registrate nella fascia d’età tra i 25 e i 39 anni.

hiv italia
(Foto: Notiziario Istisan/2019)

Si è trattato per lo più di infezioni dovute a rapporti non protetti (oltre l’80%), per un totale di 2847 nuovi casi registrati in Italia. In diminuzione rispetto all’anno precedente, quando erano circa 3500. Ma così come le nuove diagnosi registrate negli ultimi anni, anche quelle per il 2018 in maggioranza sono diagnosi tardive (soprattutto per gli eterosessuali).

hiv
(Foto: Notiziario Istisan/2019)

Gli ultimi dati sull’epidemiologia dell’hiv arrivano dall’Istituto di sanità e come di consueto permettono, ma solo in parte, di capire come sta evolvendo nel nostro paese l’epidemia da hiv a ridosso della Giornata mondiale contro l’Aids, quest’anno dedicata alle communities, dalle associazioni di pazienti, agli attivisti,agli educatori, agli assistenti sanitari. Perché che si tratti ancora di un’epidemia è certo: allargando lo sguardo ai dati globali, quelli messi a disposizione da Unaids, sono 37,9 milioni le persone che a oggi convivono con il virus, 1,7 milioni le nuove infezioni per il 2018, in continua e graduale diminuzione (anche se in alcune regioni, come l’Europa Orientale, il Medio Oriente, il Nord Africa e l’America Latina le infezioni sono aumentate). Ma, ricorda l’Organizzazione mondiale della sanità, si stima che solo il 79% di questi abbia ricevuto una diagnosi a livello globale. Ovvero, circa 8 milioni di persone non sanno di avere l’hiv e non sono in trattamento.

L’Oms aggiorna le raccomandazioni sui test dell’Hiv
(Foto: Notiziario Istisan/2019)

Malgrado i passi avanti compiuti negli ultimi anni e l’aumento della disponibilità e dell’accesso ai test per l’hiv, molto rimane da fare. Un messaggio che risuona spesso quando si parla di hiv e che non riguarda solo la ricerca di una cura o l’accesso alle terapie. Riguarda anche l’offerta e l’opportunità di accedere ai test per la diagnosi dell’infezione, il primo passo per l’accesso alle terapie antiretrovirali che permettono di tenere a bada il virus, dal punto di vista terapeutico e preventivo.

È per questo che l’Organizzazione mondiale della sanità ha appena rilasciato una nuove e aggiornate raccomandazioni per migliorare la diffusione e l’accesso ai servizi di testing. Sui quali, ricorda la stessa Oms, devono continuare a valere le regole sancite dalle 5C. Un test per l’hiv ovvero deve poter contare sul Consenso informato, un appropriato Couselling, essere Confidenziale, fare affidamento su risultati Corretti, e garantire un’adeguata Connessione, ovvero quel linkage to care che consente l’accesso ai trattamenti e ai benefici derivanti dalla somministrazione delle terapie antiretrovirali.

Le raccomandazioni dell’Oms

Le raccomandazioni che arrivano dall’Oms non riguardano solo le strategie per raggiungere il cosiddetto sommerso, ovvero il bacino di infetti che non sanno ancora di esserlo, e che contribuisce ad alimentare l’infezione da hiv. Parliamo in questo caso soprattutto, ma non solo, di popolazioni ad alto rischio, come i giovani in contesti dove l’hiv ha un forte impatto, quali l’Africa meridionale, o transgender, uomini che fanno sesso con uomini, detenuti, persone che fanno uso di droghe per via endovenosa, popolazioni ad alto rischio ovunque nel mondo. Le linee guida aggiornate dell’Oms contengono anche indicazioni che mirano a ottimizzare anche le procedure, le tecniche e i tempi stessi con cui vengono effettuati i test, con strategie diverse a seconda dei contesti in cui ci si muove (dove lo spartiacque è in genere determinato dall’incidenza e dal rischio o meno alto delle infezioni da hiv, sia per condizioni e contesti sociali che personali).

Le raccomandazioni, come primo punto, mirano a suggerire strategie per incrementare la domanda di acceso ai test, per sensibilizzare e invitare la popolazione a farlo. Come? Non sembrano funzionare messaggi personali e lettere d’invito, meglio pubblicità brevi, digitali, motivazionali, centrati sul servizio di testing offerto.

Viene poi ribadita l’importanza della ripetizione dei test, ovvero di un secondo (meglio se terzo) test in caso di positività, prima che vengano avviate le terapie antiretrovirali, che a oggi vanno considerate a vita perché non in grado di eradicare il virus. La raccomandazione di due o tre test consecutivi dipende, rispettivamente, della prevalenza alta o bassa dei casi di hiv nel paese (la probabilità di una diagnosi corretta, ricordano dall’Oms, dipende dal numero di persone che a livello di popolazione si sottopongono al test per l’hiv e ricevono una diagnosi positiva). Le raccomandazioni sono di considerare il passaggio di routine a tre test, man mano che il sommerso emerge e venga avviato a terapie.

Nelle nuove linee guida si fa riferimento anche alla ripetizione del test in uno stretto intervallo temporale intesa come strategia di monitoraggio per le persone a rischio. Raccomandato la ripetizione dei test così per esempio per le persone a rischio, intesi sia come persone sessualmente attive in un contesto ad alta incidenza, sia come persone con diagnosi di malattie sessualmente trasmesse o epatiti virali o presunta o confermata diagnosi di tubercolosi, o ancora in donne incinte in contesti con alta incidenza di hiv e soggetti che assumono la PrEP (terapia antiretrovirale assunta come profilassi, al fine di scongiurare l’infezione).

E ancora, meglio preferire test rapidi e immunoenzimatici per la diagnosi di hiv rispetto a test più laboriosi (come il western blotting, considerato un gold standard delle diagnosi di infezioni). Nell’offerta dei test – che deve essere incoraggiata con messaggi brevi, volti a sottolineare i benefici della prevenzione e del trattamento – raccomandato è anche l’uso del test fai da te, una novità disponibile da pochi anni in farmacia, per permettere di intercettare anche chi sfugge agli ambulatori, laboratori od ospedali. Raccomandato è anche l’uso di strategie di test che tengano conto delle reti sociali di persone con infezione da hiv, come possibile bacino dove portare alla luce parte del sommerso.

Lo scopo è e rimane sempre lo stesso: indirizzare il prima possibile le persone con diagnosi di hiv al trattamento con terapie antiretrovirali (che oggi arrivano a circa 25 milioni delle persone che convivono con il virus). Per la quale, continuano dall’Oms, rimangono essenziali anche i messaggi di counselling post-test, che ricordino quali sono i motivi centrali per cui oggi la cura dell’hiv passa da queste terapie. I trattamenti antiretrovirali hanno infatti rivoluzionato la vita dei pazienti con hiv. Oggi, anche con una sola compressa al giorno, è possibile tenere sotto controllo l’infezione, al punto che una persona ben curata smette anche di trasmettere il virus. L’indirizzamento precoce alla terapia antiretrovirale però non prescinde dal ribadire un messaggio tanto vecchio quanto efficace: la lotta all’hiv passa sempre, prima di tutto, dalla prevenzione.

The post L’Oms aggiorna le raccomandazioni sui test dell’Hiv appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it